StArt up 15. Tra misteri e vetrine, Gaetano Colella punta sui giovani

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Amleto Fx (photo: Manuela Giusto)|Di a da in con su per tra fra Shakespeare (photo: Manuela Giusto)
Amleto Fx (photo: Manuela Giusto)
Amleto Fx (photo: Manuela Giusto)

Sono stati intensi e pieni di visioni, spesso diverse tra loro, i nostri quattro giorni passati fra Taranto e Brindisi per la nuova edizione di StArt up, il consueto appuntamento organizzato dalla rete delle residenze una.net, che da quattro anni raccoglie a Taranto appassionati, critici e pubblico per “assaggiare” alcune anteprime nazionali di risalto, mescolate con spettacoli già navigati ma meritevoli di nuova attenzione.

La manifestazione quest’anno è stata integrata con il Puglia Showcase 2015, vetrina di teatro contemporaneo riservato alle compagnie della regione, a cui la nostra voglia di teatro ha aggiunto due eventi – concepiti da Armando Punzo ed Angelica Liddell – inseriti nel progetto “Misteri e Fuochi”, performance di grandi nomi del teatro posti in quattro location sulla via Francigena pugliese (Bari, Brindisi, Lucera e Taranto) e organizzati da Teatro Pubblico Pugliese.

Molti, in questa vetrina, gli spettacoli già recensiti da Klp, per cui ci soffermeremo oggi su quelli che hanno sollecitato in modo originale la nostra curiosità e sui due eventi al debutto per “Misteri e fuochi”.


Interessante notare come molti dei lavori visti a StArt up abbiano avuto come tema comune l’essere e l’apparire, ossia se sia giusto o no fingere una realtà diversa da quella che stiamo vivendo e quindi sull’effettivo valore del teatro, a cominciare da uno dei più interessanti rivisti a Taranto, “La beatitudine” di Fibre Parallele, di cui avevamo parlato in occasione del suo debutto a Primavera dei Teatri.

Altri due spettacoli si interrogano, in questo senso, sul valore del teatro: “Di a da in con su per tra fra Shakespeare” dell’Atir di Milano e “Opera nazionale combattenti. I giganti della montagna atto III” dei leccesi Principio Attivo.

“Di a da in con su per tra fra Shakespeare” si configura come una sorta di autobiografia artistica, in forma teatrale, di Serena Sinigaglia, una delle autrici più fervide della scena italiana contemporanea, che in sintonia con Mattia Fabris e Arianna Scommegna, riandando nella memoria alle sue prime mitiche regie di “Romeo e Giulietta” e “Lear” (particolarmente emozionante Arianna Scommegna nei panni del vecchio re consunto dal dolore per la morte della figlia) ci coinvolge in una sorta di piacevolissima ed emozionante lezione, per renderci pienamente consapevoli, se mai non lo fossimo, di come il teatro, e massimamente quello di Shakespeare, essendo specchio significante della vita, ci aiuti alla perfezione a viverne i meccanismi più intimi.

Lo stesso pensiero arriva, ma in modo dolorosamente paradossale, con “Opera nazionale combattenti. I giganti della montagna atto III” di Principio Attivo, scritto benissimo da Valentina Diana e diretto da Giuseppe Semeraro, che intende mettere in scena il terzo atto del dramma incompiuto “I giganti della montagna” di Luigi Pirandello.
La pièce narra la vicenda di una compagnia di attori in procinto di offrire la rappresentazione di “La favola del figlio cambiato”, dello stesso Pirandello, a un pubblico ormai impossibilitato ad apprezzare ogni forma artistica.
E’ facile intuire che quel pubblico, gli stolti “giganti della montagna”, siamo noi, che possiamo sollazzarci davanti a barzellette di dubbio divertimento perché abbiamo dimenticato il vero senso del teatro e dunque delle cose.
“Opera nazionale combattenti”, nel suo continuo mescolare il teatro con la vita (al cui gioco concorre con divertente e lapalissiana ironia perfino il tecnico-musicista Leone Marco Bartolo), risulta uno spettacolo coraggioso e assolutamente contemporaneo, anche se rende un divertito e divertente omaggio al bel teatro di una volta (a cui però nuoce, per la verità, una recitazione non sempre consona al teatro che intende ripercorrere con la memoria).

Di a da in con su per tra fra Shakespeare (photo: Manuela Giusto)
Di a da in con su per tra fra Shakespeare (photo: Manuela Giusto)

Eccoci poi ad “Amleto Fx”, spettacolo scritto, diretto e interpretato da Gabriele Paolocà per Vico Quarto Mazzini.
Qui il celeberrimo “essere e non essere” si insinua in un’esistenza dei nostri giorni, quella di un ragazzo gioiosamente disperato, con un padre morto, e di una madre che è una poco di buono.
Rinchiuso nella propria stanza il ragazzo ha deciso di non uscirne più, anzi di uscire di scena con il suicidio.

Gabriele Paolocà lavora sul testo originale disarmonizzandolo in salsa pop, a volte parodiandolo gustosamente (esilaranti i suoi Rosencrantz e Guildenstern) e incuneandolo nei meandri della contemporaneità, per mostrarci dal di dentro l’assoluta peculiarità della condizione giovanile in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo.
A riempire la sua solitudine ci sono Amy Winehouse, il grunge, i Joy Division, mentre Orazio dal computer lo invita ad una festa.
Sono tutti fantasmi, anche Ofelia, come il famoso padre, il cui teschio gli appare dal desktop del Mac.

Anche Totò, il piccolo protagonista del film di Tornatore “Cinema Paradiso”, che Michelangelo Campanale de La luna nel letto trasporta nel proprio spettacolo che porta lo stesso nome, con i mezzi teatrali che con naturale perizia possiede (e che gli hanno meritato una standing ovation del pubblico in sala) confonde, come Amleto, la realtà con il sogno. Come lui è un disadattato, avendo vissuto con fantasmi che però il cinema rende vivi, sul palco, tra perdita e scoperta.
Accompagnati dal piccolo incontenibile Giuseppe Di Puppo, ecco che Charlot, i Blues Brothers, Marylin, il prof. Doc di “Ritorno al Futuro” e le gemelle di Shining ci portano nei meandri del sogno, in uno spettacolo che rende omaggio, in modo immaginifico, non solo al cinema ma anche all’arte, come possibilità reale di superamento della malattia.

Due gli spettacoli di danza visti a StArt up, ed entrambi significativi.
“Confini Disumani”, coreografia di Roberta Ferrari coproduzione Compagnia Equilibrio Dinamico/Il Carro dei Comici, ispirandosi al testo “Solo andata” di De Luca, compie un viaggio con sei danzatori nell’anima dello spettatore, mettendo in scena la disperazione dei migranti: “Chiave del lavoro è la gestualità che pone i corpi a divenire concrete preghiere fisiche. Il corpo è disumano quanto disumana è la nazione che subisce tale catastrofe”.

“Nete Jinte o peccione de la tèrre” (Nato tra le cosce della terra) di Michele Ardito & Ezio Schiavulli, con quattro danzatori sostenuti dall’accompagnamento musicale live del gruppo etno-folk italiano U’ Munacidde, di otto elementi, rende omaggio alla Puglia attraverso una “creazione coreografica che concentra movimenti e atteggiamenti di un’energia naturale del sud Italia, dove le differenze ritmiche nutrono le follie”.

In qualche modo deludenti rispetto alle grandi aspettative e alle ingenti risorse umane ed economiche profuse (con un vociferare stizzito sulle cifre che sarebbero state stanziate per il progetto) ci sono invece sembrate le performance di Angélica Lidell e Armando Punzo, viste all’interno del progetto “Misteri e fuochi”: gli artisti (con loro gli iraniani Shoja Azari-Mohsen, Namjoo-Shirin Neshat e l’uruguaiana Tamara Cubas) hanno lavorato a delle opere intorno al tema della passione e del dolore.

Angélica Liddell, la trasgressiva artista catalana che ha aperto la stagione di Vicenza fra le polemiche, allestisce nei bellissimi ambienti del Castello Alfonsino di Brindisi (Corte d’acqua, la piazza delle Armi, la chiesetta e il grande salone del primo piano) “Las Puertas De La Carne” con dodici bambine, cinque bambini, trenta uomini adulti e quaranta anziani scelti tra gli abitanti di Brindisi.
Vengono proposti riti ancestrali di diverse provenienze, poi le confessioni di tre aspiranti suicidi in un ambiente governato da figure minacciose, ed infine l’immancabile croce che brucia, riflettendo i suoi bagliori nell’acqua.
Ritornano le teste di animali tagliate, i corpi nudi coperti di fango, i cori, le suggestioni di stampo pasoliniano. Ma niente ci pare agisca nella profondità dello sguardo dello spettatore, coinvolto soprattutto dalla cornice meravigliosa in cui è stata posta la performance.

Nel quartiere Tamburi, nella grande deserta distesa di un impianto sportivo abbandonato situato davanti al teatro Tatà, Armando Punzo ha invece messo in scena con i cittadini di Taranto “Paradiso. Voi non sapete la sofferenza dei Santi”, opera unica in quattro quadri, trasformando letteralmente il grande spazio scenico in un’enorme collina tutta bianca di corpi su cui si staglia una foresta di croci, poste significativamente in direzione dell’Ilva.
Per un’ora e mezza si intrecciano microscene di vita vissuta, accompagnate da una banda e dai suoni di Andrea Salvadori, musicista e sound designer, consueto accompagnatore degli spettacoli di Punzo.

La processione con i lumini, la lezione tra i banchi di scuola, la nascita, il compleanno, la morte, il rito del pane: “Un paradiso in terra, una promessa tradita” ci ricorda, dando il senso allo spettacolo, il regista di Volterra.
La performance alla fine risulta però essere una sorta di presepe vivente, di grande suggestione visiva, ma dove la linearità vince sulla profondità del rito, risultando in definitiva stucchevole.

In attesa di una prossima edizione di StArt up non così sicura, vi lasciamo a quanto raccontato da Gaetano Colella, direttore artistico della manifestazione, alla nostra Elisabetta Reale.

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