Teatro del Buratto: mezzo secolo di magia

Un'immagine d'epoca del Buratto
Un'immagine d'epoca del Buratto

Cinquant’anni di visioni e incontri. Una storia che continua, con la voce e lo sguardo di Renata Coluccini, tra memoria, futuro e meraviglia

Cinquant’anni. Mezzo secolo. Eppure il Teatro del Buratto non invecchia mai. Quando nasce, il 28 novembre 1975, Milano pulsa. L’Italia è in fermento. C’è voglia di cambiamento. Di invenzione. Di emozione. Il Buratto arriva e tutto cambia. Non è teatro da guardare. È teatro da vivere, respirare, sentire.
Tinin Mantegazza è il cuore. Velia Mantegazza la mente creativa. Jolanda Cappi la sensibilità pura. Insieme lanciano una sfida: elevare il teatro ragazzi. Sottrarlo alla pedagogia vuota. Conferirgli dignità artistica.
Gli anni Settanta esplodono di sperimentazione. Nascono ovunque gruppi. Si osa. Si innova. Il Buratto sceglie la via del “teatro totale”: attore, immagine, animazione. Tutto insieme. Tutto vivo. Tutto pulsante.
Le prime produzioni segnano un’epoca. “Cipì” e “I quattro musicanti di Brema” non sono semplici trasposizioni: diventano mondi poetici. Ogni pupazzo ha voce. Ogni ombra un segreto. Ogni scena è un quadro in movimento.
Arrivano collaborazioni leggendarie: Franco Battiato e Gino Negri, Alik Cavaliere, Paolo Poli, Lucio Dalla. Ma il Buratto non produce solo spettacoli: crea universi.
Il cuore pulsante è il teatro di figura. Burattini, pupazzi, oggetti, ombre. Non strumenti, ma protagonisti. Corpi con anima. E poi il teatro su nero. Buio totale. Magia visiva. Colori fluttuanti. Pupazzi danzanti. Ombre che respirano. Il pubblico si perde: il pubblico ritrova sé stesso.

Negli anni Ottanta, il teatro ragazzi decolla. Il Buratto diventa riferimento nazionale. Negli anni Novanta “Fly Butterfly” è insignito del Biglietto d’Oro AGIS. Sotto la regia di Stefano Monti, la raffinata tecnica del teatro su nero si fonde magistralmente con il bunraku giapponese per animare un potente viaggio di formazione. La drammaturgia di Rocco D’Onghia trasforma la metamorfosi della protagonista in una profonda metafora sulla scoperta di sé e sul potere salvifico dell’arte.

Fly Butterfly (ph: Simona Boccedi)
Fly Butterfly (ph: Simona Boccedi)

Negli anni Duemila il Festival IF, fortemente voluto da Silvio Oggioni, consacra la compagnia. Qui il Buratto incontra il mondo: condivide, sperimenta, stupisce. Qui comincia l’epopea internazionale.
Gli spettacoli si moltiplicano. “Il mio papà è Ulisse”, “Le lacrime di Achille”, “Nella Rete”, “Continua a camminare”. Mitologia, fiaba, realtà contemporanea. Adolescenza, cyberbullismo, guerre raccontate dai più giovani. Identità, inclusione. Il Buratto parla ai ragazzi senza filtri, con empatia.
Il teatro di figura diventa linguaggio universale. E non è solo Milano. Il Buratto dialoga con la scena internazionale. In Italia ospita Mario Perrotta, Ascanio Celestini, Roberto Mercadini, Giuseppe Semeraro, Marta Cuscunà, Serena Sinigaglia, Saverio La Ruina. Ogni incontro è un salto creativo. Ogni scambio arricchisce la visione.
Gli attori del Buratto sono artisti-artigiani. Non divi. Fabbricanti che respirano teatro, che animano pupazzi, che trasformano il gesto in incantesimo. Corpo e pupazzo diventano un unico organismo scenico. Ogni sguardo, ogni gesto, ogni movimento conta.
Negli ultimi anni, la multimedialità entra nel gioco: video, proiezioni, sound design. Non ornamenti, ma strumenti di drammaturgia. Amplificano la magia, raccontano il mondo digitale, accompagnano il gesto. L’innovazione dialoga con la tradizione senza compromessi.

Il Buratto è Milano. Due cuori pulsanti: Teatro Verdi, zona Isola, e Teatro Bruno Munari, moderno e luminoso. Qui il pubblico non guarda. Qui sente. Con gli occhi e con la mente.
“Janis”, “A cup of tea with Shakespeare”, “Rumori nascosti” segnano tappe fondamentali. Ma il Buratto ha sempre uno sguardo aperto oltre i confini: le collaborazioni internazionali mostrano una compagnia che non smette di esplorare.
Oggi, a questa lunga storia, si intreccia la voce di Renata Coluccini, regista, drammaturga e direttrice artistica delle Stagioni ragazzi e del festival “Segnali”. Una voce che, pur arrivata “da esterna”, è diventata parte viva del Buratto: «Ancora non ho capito come è accaduto, ma è accaduto!», racconta. «Nel 2006 ho iniziato a collaborare e già l’anno dopo ero socia. Dal palco mi sono trovata in ufficio, ma la strada tra le due direzioni è ancora oggi a doppio senso».
Coluccini porta nel Buratto una visione etica e poetica del teatro per l’infanzia e la gioventù: «Ho sempre cercato di dare voce a quella parte di società, i bambini e i giovani, che spesso non sono considerati come persone e cittadini. Regalare arte, bellezza ed emozioni è una responsabilità del mondo adulto. Il teatro deve crescere cittadini che non subiscano la realtà, ma la agiscano».
Per lei, ogni spettacolo è un viaggio di conoscenza reciproca: «L’incontro è sempre il centro e il motore delle azioni teatrali. Il pubblico, sempre mutante, mi spinge alla curiosità, alla ricerca, mi mette in crisi, mi costringe a non fermarmi mai in zone di comfort rassicuranti ma ammuffenti».
Nei suoi lavori con Jolanda Cappi, Coluccini ha ritrovato la radice più profonda del Buratto: il teatro come atto d’amore e di memoria. “Le serve di Virginia”, “Deserto Nero”, “Le camicie di Garibaldi”: spettacoli che hanno guardato la storia attraverso gli occhi delle donne. «Da Jolanda ho imparato la curiosità, la serietà, la dedizione assoluta al lavoro. In camerino mi raccontava frammenti della sua vita, che era storia del teatro. Insieme abbiamo attraversato la vita di donne sconosciute ma potenti nella loro umanità».
Quelle esperienze sono diventate semi, tracce. «Fare spettacoli non è solo un atto creativo con un inizio e una fine – racconta Coluccini – ma aprire strade di riflessione. Sentieri di Pollicino per trovare o anche perdersi». Oggi, con la consapevolezza del tempo, sente «la bellezza di poter regalare storie del passato che mettano basi solide a un futuro».

Le serve di Virginia (ph: Margherita Busacca)
Le serve di Virginia (ph: Margherita Busacca)

Il Buratto attraversa decenni. Mantiene coerenza rara. Teatro totale. Teatro vivo. Teatro necessario. Dove arte e vita si intrecciano. Dove sogno e realtà respirano insieme. Dove la fantasia diventa esperienza, e l’immaginazione non ha confini. Ogni spettacolo è un piccolo miracolo. Ogni pupazzo ha vita propria. Ogni ombra racconta. Il teatro su nero diventa cifra stilistica, marchio di fabbrica. Il buio illumina. Le ombre parlano. I ragazzi incontrano mito e fiaba. Gli adulti ritrovano il bambino che erano.
Il Buratto cambia il teatro ragazzi in Italia. Modelli, tecniche, formazione. Generazioni di artisti. Voce al silenzio. Respiro all’inanimato. Vita a ciò che non vive. È un’epopea lunga cinquant’anni. Coraggio, poesia, magia.
Il futuro è davanti. Il Buratto continua a stupire. Con pupazzi, ombre, colori. Con video, proiezioni, sound. Con storie che parlano di oggi e di sempre. Con energia che non si spegne. Con sogni che continuano a vivere.

Cinquant’anni sono ripartenza. Celebrare sé stesso? No. Celebrare un’idea: che il teatro ragazzi può essere grande. Che il teatro di figura può cambiare lo sguardo. Che il pubblico può vivere, sentire, sognare.
Il Buratto è Verdi e Munari. È pupazzi e proiezioni. È mito e contemporaneo.
Qui il tempo si ferma. I sogni camminano. E ogni spettatore diventa parte della storia. È un’epopea italiana. Mezzo secolo di emozioni. E la magia continua.

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