Balkan burger. Amore e odio nei Balcani di Stefano Massini

Luisa Cattaneo in Balkan Burger

Luisa Cattaneo in Balkan Burger (photo: teatrolitta.it)

Si può raccontare “Balkan burger”, monologo di Stefano Massini debuttato al Teatro Litta di Milano (in scena ancora stasera) riferendoci alla coinvolgente interpretazione di Luisa Cattaneo, marionetta sanguigna che, per 60 minuti filati, con le sue mani parlanti disegna “la storia di Razna che visse più volte”. Ma non sarebbe sufficiente a restituire la particolarità di questo spettacolo, che riesce a essere una rappresentazione “totale”, con mezzi essenziali e inaspettati.

Per raccontare “Balkan burger” bisogna anche parlare della musica Kletzmer, affidata in questo caso al musicista Enrico Fink, interprete sul palco e “drammaturgo” insieme a Massini.

La musica, che fonde strumenti e canto in un ritmo che ha il suono della vita quotidiana, che tradizionalmente accompagna feste di matrimonio e funerali, si esprime infatti sia con la felicità che con la malinconia; a tratti è allegra fino a scivolare inaspettatamente nel grave. Incarna musicalmente la storia ebraica, caratterizzata proprio dalla contaminazione geografica e culturale nell’area orientale dell’Europa: Polonia, Russia, Balcani. In particolare in Bosnia ed Erzegovina, dove la – più o meno serena – convivenza multietnica ha da sempre fortemente ispirato l’espressione culturale, caratterizzata dal riferimento costante a religione e armi.

Fiducia e terrore, amore e morte, serenità e dolore: come nella drammaturgia musicale di Enrico Fink; convivenza tra diversi dogmi di differenti comunità, fino al minimo pretesto buono per far ballare le armi, come emerge dal testo di Stefano Massini.

Per rappresentare la non facile convivenza tra popolazioni di etnia musulmana accanto a cristiani cattolici e cristiani ortodossi, quindi per raccontare di guerre religiose, deportazioni, famiglie divise, bambini resi orfani e bambini soldato, l’autore ricorre a un espediente: per riportare “cose indicibili”, l’unico modo è farle guardare da occhi estraniati e farle dire da parole incoscienti, come quelli di una bambina.

Di famiglia ebraica, Razna è la quinta figlia del rabbino, l’ultima arrivata e l’unica femmina, che cresce tra le vacche allevate dai fratelli, e prima dal padre, e prima ancora dal nonno.
Appena nata viene chiamata Roze, per via della pelle rosa come quella di un vitello.
A due anni è vittima (o eletta?) di una vicenda tragica (o di un miracolo?): costretta a bere olio santo scambiato per latte, quasi seppellita, viene schiodata in extremis dalla bara e, dal quel momento, affronterà la vita convinta che “quando muori e poi rinasci, niente ti sembra senza soluzione”.

Senza paura, e senza giudizio, Roze affronterà e racconterà le disgrazie della deportazione, sua e della sua famiglia, da cui verrà divisa, salvandosi, ma al prezzo di essere trapiantata in una comunità cattolica. I suoi nuovi genitori la costringeranno ad imparare un’altra religione, e lei ripeterà: “Deo gratias”. Ma non sarà certo la fede a salvarla; semmai, la sua fame di sopravvivere la farà scampare alla guerra: “masticando” tutto ciò che le capita, suore e comunisti compresi.

Accompagnata da un ritmo che sale, scende e di continuo si trasforma, Rezna continua la sua danza con Dio, qualunque sia, visto che in Hercegovna “se preghi Dio si girano in quattro”.
E così, anche lei cambierà quattro volte religione, e vita, in altrettanti quadri che si alternano senza sosta, se non per quattro brevissimi istanti di buio rispetto alla luce rossa prevalente. Lo stesso colore del suo grembiule imbrattato di sangue, umano, di vacca o di capra non si sa, ma fa poca differenza, in questa storia che contiene il sacrificio umano in nome di divinità ostili, come in una tragedia greca, narrata dalle parole semplici e dallo sguardo ingenuo e incosciente che salva una bambina, e la fa diventare una donna.

BALKAN BURGER. È LA STORIA DI RAZNA CHE VISSE PIÙ VOLTE
di Stefano Massini
con Luisa Cattaneo
musica composta ed eseguita dal vivo da Enrico Fink
produzione: Il Teatro delle Donne – Centro Nazionale di Drammaturgia in coproduzione con Officine della Cultura
durata: 60′
applausi del pubblico: 1′ 5”

Visto a Milano, Teatro Litta, il 2 febbraio 2013


 

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