Da Wilson a Paolo Rossi: il nuovo Crt di Laera a zero debiti

Triennale di Milano

Photo: instagram.com/crtmilano

Abbiamo incontrato Franco Laera, uno dei fondatori del CRT di Milano, Centro Ricerche per il Teatro diventato da poco fondazione, per un’intervista che ci ha visto ospiti nella prestigiosa sede della Triennale.

Era tanto che non lo incontravo, forse trent’anni, tre decenni di lunga storia professionale, continuativamente presente ed importante per il teatro italiano e la scena internazionale.    

Scomparso Sisto Dalla Palma, è lui che, con Renato Quaglia, già direttore del Napoli Teatro Festival, ha preso le redini artistiche e organizzative del nuovo progetto.

Laera, operatore e produttore, aveva avuto un ruolo importante nella storia del vecchio Crt, dalla sua fondazione nel 1974 fino all’86, quando aveva dato vita ad un altro organismo, il Crt Artificio, che ha curato la produzione tra gli altri di Tadeus Kantor, Bob Wilson, Moni Ovadia, senza trascurare il rilancio sul piano internazionale della tradizione marionettistica della Carlo Colla & figli.

Riassumici la storia di questo nuovo percorso della tua attività.
E’ stato Renato Quaglia, coinvolto dagli eredi di Sisto Dalla Palma nella difficile situazione in cui versava la loro struttura, a contattarmi per propormi di riunire i due organismi che si erano divisi nel 1986. Il Crt di via Dini aveva ereditato il Teatro dell’Arte, e il Crt Artificio, rimasto senza sede, aveva mantenuto intorno a sé tutti gli artisti di altissimo livello che avevano segnato la storia del Crt sino ad allora.
Non riuscivo ad immaginare quale vantaggio per le due parti potesse dare una operazione di ricongiunzione puramente formale. Perciò ho detto di no ad una richiesta che suonava anacronistica.
La proposta di Renato mi ha fatto riflettere comunque sugli anni passati, sul significato innovativo e sull’impatto che il Crt aveva avuto sulla città al suo nascere, e mi son detto che forse la proposta poteva avere un senso e poteva rappresentare un’occasione a condizione di ritrovare lo spirito di quasi quant’anni prima, di rilanciare un progetto nuovo, di scombinare una situazione teatrale milanese alquanto ingessata, giocando la scommessa al rialzo.
Quindi ho controproposto a Renato non di fondere le due strutture, ma di rifondare un nuovo soggetto con l’obiettivo preciso di far rivivere il Teatro dell’Arte come fulcro delle attività performative della Triennale di Milano, come polo di una sperimentazione basata sulla contaminazione dei generi, così tanto evocata quanto poco realmente praticata.

Il Teatro dell’Arte è nato come parte integrante della Triennale di Milano fin dalle sue origini nel 1933. Secondo il disegno dell’architetto Giovanni Muzio e la volontà dell’ispiratore Gio Ponti, il Teatro dell’Arte è collocato al centro dell’edificio, probabilmente non a caso, quasi come un cuore pulsante. Per tanti anni invece è stato tenuto in una posizione marginale, quasi estranea al resto dell’edificio. Ora invece, grazie alla nuova visione progettuale della Triennale, messa in atto dalla attuale dirigenza, il Teatro dell’Arte è tornato ad essere parte integrante dell’edificio di Muzio e soprattutto del progetto culturale della Triennale.
E così oggi il nuovo Crt è legato alla Triennale da una convenzione che punta a restituire al Teatro dell’Arte il ruolo centrale di polo della ricerca multidisciplinare contemporanea, dal design al teatro, dall’architettura alla danza, sperimentando così un inedito modello di produzione, organizzazione e gestione culturale, che lega performing arts e arti del progetto.

Greenaway e Laera

Franco Laera insieme a Peter Greenaway

Negli ultimi mesi si è però anche parlato dei debiti di Crt non pagati e di omissioni nel pagamento di stipendi.
Ecco, torniamo a guardare indietro, giustamente da un certo punto di vista. C’è stata molta confusione nell’informazione in questi ultimi tempi ed è bene chiarire. La nuova Fondazione Crt Milano è stata costituita nel giugno scorso, e quindi ovviamente è del tutto estranea ai debiti del Crt di via Dini.   
Poiché comunque si è deciso – con l’avvio della Fondazione – di chiudere gli organismi precedenti, la nuova struttura insediata al Teatro dell’Arte ha deciso con senso di responsabilità di destinare parte delle risorse che deriveranno dalla contribuzione del Mibac al pagamento di compagnie, artisti e del personale del vecchio Crt di via Dini.
Si è trattato di una scelta dovuta solo alla nostra responsabilità morale, al nostro desiderio di risolvere situazioni difficili di cui certo non ci sentiamo responsabili, ma che vogliamo contribuire a risolvere. Con lo stesso spirito abbiamo deciso di integrare nella nuova struttura tutto il personale organizzativo e tecnico di via Dini. Ciò nonostante ci sono state diverse polemiche sterili e malposte, il cui unico risultato concreto è quello di frenare la risoluzione dei problemi.

Come saranno strutturate le stagioni?

La nostra attività non sarà programmata in stagioni annuali come in un normale cartellone di un teatro convenzionale. Annunceremo i nostri programmi ogni quattro mesi, con la possibilità quindi di una flessibilità di programmazione legata anche all’attività della Triennale. Non vogliamo essere un altro teatro di Milano, ma un nuovo teatro di Milano, che non si sostituisce né compete con gli altri programmi dei teatri cittadini.

L'apertura con Bob Wilson

L’apertura con Bob Wilson (photo: instagram.com/crtmilano)

Parlaci dell’inaugurazione.
L’inaugurazione è avvenuta  in grande, con Bob Wilson nei panni di regista ed interprete de “L’ultimo nastro di Krapp”, una performance solitaria per ricordare quella che fece nel ’76, quando fu presentato a Milano nel Salone di via Dini per la prima volta.
Da allora ho seguito il lavoro di questo grande maestro ed ho prodotto più di quaranta suoi spettacoli in tutto il mondo.
Ma il Teatro dell’Arte non sarà soltanto il luogo dei maestri! Non rinunceremo a coinvolgere  le compagnie di ricerca italiane, cercando ogni volta di inserirle in un progetto preciso e coordinato, come è avvenuto del resto già, per esempio, con la formula “Housemates”, dove tra ottobre e novembre sei gruppi di ricerca – tra cui Santasangre, Quiet Ensemble, Opera e il Gruppo Nanou – si sono alternati con i loro spettacoli in luoghi diversi del teatro.
Nella nostra programmazione comunque avremo artisti internazionali poco rappresentati in Italia. In questi giorni è in scena Irina Brook con le sue scanzonate riletture di classici, dall’Odissea, a “La tempesta” e “L’isola degli schiavi”. E poi avremo due spettacoli di Leonard Eto, uno dei più innovativi musicisti di taiko, il tamburo giapponese, creati a Milano con il coinvolgimento di danzatori e musicisti milanesi. Un preludio al grande ritorno a Milano del gruppo giapponese Kodò, di cui Eto è stato uno dei fondatori.

Quali sono i progetti futuri che più ti stanno a cuore?
Tra i tanti ne citerò per ora solo uno. Riguarda Paolo Rossi, con il quale stiamo progettando un percorso creativo triennale che partirà a marzo, con sei serate speciali dedicate alla maschera di Arlecchino: Giorgio Strehler indicò Paolo come l’Arlecchino stralunato del nuovo millennio. Ospite speciale insieme a lui sarà Ferruccio Soleri. Ma, per la prima volta sul palcoscenico, si incontreranno anche tanti altri arlecchini, da quello speciale di Claudia Contin a quello con la testa di legno di Daniele Cortesi. Si preannunciano serate scoppiettanti.

Riguardo alla danza?
Da noi troveranno spazio e residenza i gruppi che utilizzano in Italia il gesto danzato in maniera più innovativa e li collegheremo con il teatro danza europeo. Sanpapiè, Opera, Moire, Alkaest, con un iniziatore come Enzo Cosimi, avranno al Teatro dell’Arte il loro luogo di riferimento. E poi in particolare – sotto lo sguardo entusiasta e competente di Marinella Guatterini – sarà stabilita una specifica intesa di sinergia creativa con il corso di Teatrodanza della Civica Scuola di Arte Drammatica.

E gli spettacoli legati alla Triennale?
A questa domanda voglio rispondere con una storia tutta italiana dell’immediato dopoguerra che pochi conoscono e che lega l’ingegnere Pier Luigi Torre, inventore della Lambretta – una icona del design italiano –, con la sua nipotina di allora Roberta Torre, ora regista di punta di cinema e teatro.
A distanza di mezzo secolo, Roberta – scavando tra carte, ricordi, disegni, equazioni, pellicole in 8 millimetri e vecchie foto del nonno – ha ricostruito la meravigliosa vita umana e professionale  dell’’ingegnere Pier Luigi Torre. Nato nel 1902 sulla riva del mare in Gargano, nel 1947 coltiva le rose sulle rive del Lambro, nelle aiuole dinanzi ai capannoni della Fabbrica Innocenti, e contemporaneamente progetta il primo scooter su cui milioni di italiani scopriranno nel dopoguerra l’ebbrezza di una nuova libertà: la Lambretta.
Torre è sognatore, matematico, inventore e coltivatore di rose, e sua nipote userà le risorse di cinema, teatro, danza e musica per ripercorrerne la storia: una storia emozionante del Made in Italy. Cosa di meglio di questo progetto per collegare l’innovativo Triennale Design Museum e i nuovi programmi di Crt Milano al Teatro dell’Arte?

Secondo te, Sisto, il professore, sarebbe contento di tutto ciò?
Guarda, forse sulla progettazione artistica, per come l’abbiamo impostata, non ci posso giurare! Avevamo maturato nel tempo due visioni diverse su come operare, due sensibilità progettuali che si erano radicalizzate su fronti divergenti. Sostanzialmente per questo le nostre strade si divisero, ma umanamente forse sì: in fin dei conti, a mio parere, sarebbe contento di tutto ciò. Qui c’è anche una parte della sua eredità ideale che continua.
 

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