Etre o non Etre: le Dionisi e le Serate Bastarde 2

Serate Bastarde 2 - compagnia Dionisi

Renata Ciaravino

Tutti i successi hanno un sequel. Da “Toy Story” a “Rambo”, da “Terminator” a “Gola profonda”.
Cosa ha potuto quindi fermare le ragazze di Serate Bastarde, le dionisiache interpreti  di uno spettacolo sbarcato anche al Fringe Festival di Edimburgo dal cimentarsi nel bis?
Nulla. E infatti eccolo qui, “Serate Bastarde 2”. Prima di raccontarvi cosa ne pensiamo, abbiamo chiesto a Renata Ciaravino, anima della compagnia Dionisi, di dirci cosa è saltato in mente a loro.

Come è nata l’idea di un sequel?
Confrontarsi con se stessi e la propria creatività non è mai facile. La spinta della performance rispetto “all’andare in scena” è rigeneratrice. Impagabile. Un territorio in cui tocchi qualcosa che nella vita non ti è quasi mai dato provare. La sensazione, vera o presunta, di toccare lo spettatore, quell’attesa ai margini del ring… Tutto questo fa parte di noi. Il punto in cui il teatro, almeno sulla carta, incrocia il rock’n’roll.  

Se “Serate bastarde” lasciava l’idea di una speranza possibile, questo nuovo lavoro sembra avere un’intonazione più cupa. E’ solo la crisi a dare questa intonazione al lavoro o c’è anche in voi un diverso ragionare sulla società?
Non c’è né speranza, né non speranza nelle “Serate Bastarde 2”. Non ci chiediamo mai: vogliamo dare speranza? E’ troppo poco uno spettacolo per dare una risposta. Quello che puoi fare è, onestamente, rappresentare quello che ti è sembrato di sentire, al limite di capire. Quello che sicuramente c’è è che fare, come nelle “Serate Bastarde 1”, il bagno nello sperma del primo ministro Berlusconi dava la sensazione agli attori e agli spettatori di stare facendo/assistere a un gesto liberatorio, catartico, estremo, irriverente. Vitale insomma. Dava la sensazione che potevi far risuonare qualcosa di potente, anche solo per tre minuti, nel tuo cuore e in quello degli spettatori. Dopo lo spettacolo ci si sentiva un po’ più forti. Ora è diverso: i problemi gli stessi, il disegno più blando. Se ti muovi troppo dai l’idea di dimenarti a vuoto. Tipo criceto. Se non ti muovi, ti senti morto. Se ti muovi appena ti senti un impotente. Senza il Grande Nemico fare satira è sesso solitario. E’ per questo che può sembrare più cupo (anche se per me è molto più divertente fare le 2 che l’1!). Perché lo sguardo è rivolto più dentro che fuori. In un certo senso, si parla più d’anima. 

Come compagnia continuate a percorrere la strada della stand up comedy, con sketch e sequenze in rapida successione, quasi a creare piccole stanze emotive, una modalità che esalta alcune caratteristiche individuali ma può anche essere un limite nello sviluppare forme creative più strutturate. Vi siete poste questo problema nella vostra genesi creativa?

Le Serate Bastarde sono una modalità. Non l’unica. Sia come compagnia che personalmente continuiamo a percorrere strade composite. La prosa, la “rappresentazione”, la “metafora”. Le Serate Bastarde non sono il cd. Sono due tracce di un cd possibile.

Ormai da qualche tempo non siete più una residenza Etre in senso stretto, ma siete nella rete che dall’esperienza di Etre si è generata. Cosa funziona e cosa è perfettibile di questo circuito?
Non siamo più residenti ma forse lo ritorneremo ad essere…  Etre è un delirio che trova continuamente il suo equilibrio e il suo senso, proprio quando ti sembra che lo stia per perdere all’improvviso. Non sentirsi isole galleggianti in un periodo come questo aiuta. 24 compagnie che tutto sommato si parlano civilmente, con punto di mal sopportazione ma anche con contropartite di autentica stima… non è una visione scontata. Si sta cercando di capire in che modo continuare. Insieme è meglio. Fa sorridere che di questi tempi a creare legami ci pensi una fondazione bancaria.


Che bilancio fate di questi anni di esperienza come compagnia?
Non è “come compagnia”. E’ la vita. Hai amato, odiato, perso, vinto, fallito. Sei rinato, rimorto, rinato ancora. Eravamo in 6, poi 10, poi 3, poi 8, poi 5. Dietro un numero, equilibri consumati, parole non dette, dichiarazioni d’amore, spettacoli illuminati, spettacoli a pezzi. Il bilancio, secondo me, in una compagnia lo si deve fare innanzitutto personale: mi sono perso qui dentro? Ho dato troppo? Troppo poco? Domande sincere per continuare a condividere sinceramente: qui è un rifugio o una pista di lancio? Uno poi ci mette una vita ad addrizzare il tiro. L’importante è che non smetta di addrizzare. Chiedersi sempre chi si è veramente, e creare spazio. E durata, se possibile.

Mentre a fine aprile la compagnia è stata ospite della rassegna Libri in scena, organizzata da Scarlattine Teatro, altra residenza Etre da anni attiva nel territorio brianzolo, fra dimore storiche e luoghi da favola, le Dionisi hanno scelto il Teatro Verdi di Milano per il debutto milanese di “Serate Bastarde 2”.

I testi di Renata Ciaravino e Carmen Pellegrinelli vengono interpretati dalle due attrici accompagnate, come in “Serate Bastarde”, da Silvia Gallerano. Lo spettacolo ritrova alcuni dei personaggi del primo appuntamento, come Stella Cometa, e cerca di raccontare un’umanità periferica, che vede impoverirsi il vivere, come la cantante di balera che inizia a salutare dal palco tutti, estendendo dediche a questo e quel dopolavoro; e man mano che snocciola i nomi delle aziende, parecchie si rivelano in chiusura, alle soglie della cassa integrazione o del fallimento. Un sapore, quello del fallimento del nostro tempo, che si respira nei frames, fino a diventare un po’ motivo conduttore. Le ragazze ad un certo punto finiranno tra il pubblico, ad abbracciare gli spettatori in un tristissimo carosello di “dai che ce la facciamo”. Ma tanto si sa che non è così.

Lo spettacolo avrebbe anche la forza e le armi per essere crudele, ma in realtà mostra in più punti l’approssimazione di un lavoro non approfondito. Certamente confrontarsi con un esito riuscito non è mai facile, ma è anche vero che proseguire su un’ispirazione forte fornisce sempre interessanti spunti di partenza. Invece non si arriva al graffio profondo, i punti in cui quello che è in scena prende allo stomaco sono pochi: ci vorrebbe più bastardaggine, in generale più pensiero su ciò che va in scena, e invece proprio la transizione un po’ scollegata fra le sequenze, il rimanere liminali rispetto al cuore bruciante che è ragione del disagio che si vuole raccontare, rafforzano in noi l’idea di un sentimento un po’ disunito alla base di queste “Serate Bastarde 2”.
 

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