Una serata con Eszter Salamon, pensando a John Cage

Eszter Salamon

Eszter Salamon (photo: xing.it)

Se esistono degli artisti che possono essere considerati delle vere e proprie icone, John Cage è senz’altro uno di questi. Emblema di una concezione rivoluzionaria della musica in tutti i suoi aspetti (dal suono alle strutture compositive, passando per il ruolo del direttore d’orchestra e del singolo interprete), e propugnatore – soprattutto grazie al connubio con Merce Cunningham – di una sensibilità e di una prassi postmoderna anche nel campo della danza, Cage continua a essere tutt’oggi motivo di ricerca e sperimentazione per danzatori e, chiaramente, coreografi.

E’ così che Eszter Salamon, coreografa di origine ungherese installatasi a Berlino, ha deciso di confrontarsi con il grande compositore americano attraverso uno dei testi più affascinanti e significativi della sua poetica, vale a dire quella sorta di manifesto costituito da “Lecture on nothing” (1949).
Qui Cage compone una vera e propria partitura vocale, dotata di una struttura matematica e ritmica precisa, all’interno della quale trovano posto una serie di considerazioni sul silenzio e sull’impossibilità di esperirlo in maniera assoluta (si pensi alla celeberrima “I have nothing to say but I am saying it, and that is poetry as I need it”), oltre a riflessioni sulla necessità della “struttura” come luogo in cui l’istante ha modo di manifestarsi e con esso, forse, un pensiero, un’idea, un ricordo.

Eszter Salamon, che da tempo fa largo uso della voce nelle proprie coreografie (attraverso il racconto, il canto ma anche mediante il ricorso a suoni non articolati), si è servita di “Lecture on nothing” come di una vera e propria partitura musicale per creare “Dance for nothing”, presentato da Xing in prima nazionale presso il Circolo Ufficiali dell’Esercito di Bologna nell’ambito del programma di FranceDanse.

In una sala che trasuda fasto e antichità (Palazzo Grassi, in cui si svolge l’evento, abbonda di specchi, affreschi e stucchi), circondata da divanetti in stile vittoriano e sedie rosso/oro per gli spettatori, Salamon fa il suo ingresso in una mise che più post modern (o post post modern) non potremmo immaginare: t-shirt e jeans neri, Nike verde acido ai piedi e i-pod nelle orecchie.
Sarà solo lei che, per tutti i quarantacinque minuti della performance, ascolterà il testo di Cage,  ripetendolo in tempo reale ed eseguendo, contemporaneamente, una serie di sequenze dinamiche create sì in precedenza, ma riassemblate al momento in base a meccanismi combinatori improvvisati.

E’ evidente, dunque, come il riferimento a John Cage vada ben oltre il semplice impiego del testo/partitura, ma sconfini nelle modalità di creazione e composizione della performance stessa, dal momento che l’azione non nasce in conseguenza di quanto “dice” la partitura, ma si viene strutturando in concomitanza con essa: è il performer che, sulla base dell’unicità di ogni situazione in cui viene a esibirsi, sceglierà, in maniera quasi pre-intenzionale, le sezioni coreografiche da eseguire.
La garanzia della tenuta dell’esecuzione, ancora una volta in conformità con il dettato di Cage, proviene dall’immutabilità della partitura vocale, di cui Salamon diviene una sorta di medium e dalla quale la danzatrice riceve lo stimolo per compiere le proprie “azioni” performative.

Il risultato è quello di un corpo come crocevia di stimoli, impulsi, possibilità di azione; un corpo, cioè, inserito in un meccanismo di composizione matematico e implacabile, dotato di maglie dalla struttura cristallina attraverso le quali il caso, l’attimo, l’unicità della situazione possono aver agio di manifestarsi, anche se, ed è bene dirlo, non è detto che ciò accada.

Lo spettatore si trova quindi imbrigliato in un meccanismo percettivo percorso da forze bipolari, in un costante rimpallo, cioè, tra le parole pronunciate (cariche, inevitabilmente, di un significato e di un pensiero) e un movimento quanto mai “astratto” nella sua volontà di non “dire”, nel suo porsi come pura materia dinamica fatta di iper-rotazioni di braccia e gomiti, curvature estreme della schiena, eccessiva rotazione all’indentro delle ginocchia e modalità di appoggio insolite dei piedi a terra.
Eszter Salamon, quindi, dimostra di filtrare l’insegnamento della cosiddetta post modern dance, con il suo impiego di movimenti quotidiani (il passo, la corsa ecc.), attraverso un corpo profondamente allenato e capace di rielaborare tali movimenti portandoli a estremi livelli di difficoltà, dando vita a una prassi di rovesciamento della “forma” classica e di una visione elegante e sessuata del corpo femminile.

“Dance for nothing” è senz’altro un lavoro complesso e difficile da seguire, ma affascinante nelle modalità della sua concezione e composizione. E’ forse per questo che, dopo la performance, Eszter Salamon si è resa disponibile per un incontro con pubblico, durante il quale ha fornito spiegazioni sul proprio lavoro complessivamente inteso, il tutto con grande sicurezza di sé e, al contempo, umana semplicità.

Dance for nothing
ideazione e danza: Eszter Salamon
musica: John Cage
durata: 45’’
applausi del pubblico: 1’ 12’’

Visto a Bologna, Circolo Ufficiali, l’11 dicembre 2011

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