Gaetano Ventriglia e Silvia Garbuggino: l’arte non tollera la menzogna

Gaetano Ventriglia e Silvia Garbuggino in Delitto e castigo
Silvia Garbuggino e Gaetano Ventriglia

Silvia Garbuggino e Gaetano Ventriglia (photo: novo critico)

Abbiamo incontrato Gaetano Ventriglia e Silvia Garbuggino dopo aver assistito al loro ultimo lavoro, “Magi”, che lo scorso 16 gennaio ha aperto la rassegna Teatroadhoc della Fondazione Teatro Goldoni di Livorno all’interno del cartellone “Goldonetta 2013”.

Per introdurre il nuovo lavoro – che la compagnia sta portando in giro anche in spazi diversi dai teatri (ristoranti, locali, librerie…) assieme a Tony Cattano al trombone – Gaetano Ventriglia e Silvia Garbuggino si affidano a queste parole di Cechov: “Mai si deve mentire. L’arte ha questo di particolarmente grande: non tollera la menzogna. Si può mentire in amore, in politica, in medicina; si può ingannare la gente, persino Dio; ma nell’arte non si può mentire…”. Un modo per riaffermare in modo semplice e diretto, la possibilità di offrire uno sguardo sul mondo attraverso la visione dell’arte e degli artisti.
”Con Cechov, Florenskij, Eduardo, Shakespeare, il varietà di inizio ’900, parliamo di cose che ci stanno a cuore, e che, pensiamo, riguardano tutti. Ricordate? Com’era luminosa, calda, felice, pura la vita, che sentimenti, sentimenti simili a teneri, leggiadri fiori… Ricordate?”.

Abbiamo chiesto ai due interpreti di offrirci delle suggestioni, degli spunti che emergono dall’interessante lavoro, che prosegue nella linea di ricerca che caratterizza gli ultimi lavori della compagnia, “Il premio Dostoevskij” e “Delitto e Castigo”.

Partiamo da te Gaetano, e da alcune suggestioni. Ad esempio, Eduardo De Filippo…
Eduardo apre e chiude questo spettacolo; in un certo senso posso dire che lui ha aperto la mia vita nel teatro, che però non si è ancora chiusa, e a guardare bene, nemmeno questo spettacolo si chiude. E’ solo che, a un certo punto, bisogna tornare a casa, e anche il pubblico; ma il teatro rimane aperto dentro di noi.
Non saprei dire che importanza abbia il teatro di Eduardo per me. Amo soprattutto certe sue opere stralunate, astratte: “Sik-Sik”, il “Natale”; del teatro di Eduardo per me conta il suo viso.
In “Magi” facciamo il “Natale” per intero: tutti e tre gli atti. Luca Cupiello continua a fare il suo presepe, anche se gli dicono ‘non mi piace’, e poi magari non lo hanno nemmeno visto. Ma alla fine lui ha la visione di un presepe grande come il mondo. Dobbiamo, sempre, continuare a fare il nostro presepe.

Il teatro come esperienza…
Mi sembra che gli spettacoli teatrali si situino tra due poli: il prodotto o l’esperienza. Mi sembra anche nettamente prevalente il primo modello. Per me invece uno spettacolo dovrebbe essere un’esperienza reale, in uno spaziotempo reale e concreto, sia per gli attori che per gli spettatori.
Quando abbiamo fatto “Delitto e Castigo”, gli spettatori restavano fino alla fine delle sei ore, a tarda notte: a tutti era chiaro che si trattava di condividere un’esperienza. Con quello spettacolo, il nostro teatro è diventato più coraggioso, più aperto. Da lì in poi, nel teatro mi interessano cose diverse rispetto a prima.

Il varietà…
Il varietà nacque quando gli attori “irregolari” (e spesso geniali), vennero cacciati dai teatri. Si riorganizzarono in queste sale rumorose e ineducate, insieme a mangiatori di spade, chanteuses e illusionisti. Il pubblico arrivava e se ne fottevano della “drammaturgia”: volevano vedere ‘i numeri’ e tornare a casa, che la loro vita era più leggera e ricca. A quell’epoca i premi teatrali li dava il pubblico.

Il rapporto con il testo…
Mi piace avere libertà in scena. Per poter far questo cerco ogni volta di comprendere, di mettere a fuoco, a mente sgombra, le idee racchiuse nel testo. Soprattutto i classici sono incrostati di sovrastrutture, luoghi comuni accettati, non si sa perché. Prendi “Otello”: “la tragedia delle passioni umane”. Ma dove sono queste passioni? In quel testo le passioni arrivano quando la vita diventa impossibile, e la vita diventa impossibile quando crolla l’ideale della bellezza. Se capisci questo, in scena ti divertirai e potrai dare qualcosa di bello.

Il ruolo della musica…
La collaborazione con musicisti è molto importante per il teatro che stiamo tentando di fare. Tony Cattano ha la capacità di lavorare dall’interno, e alla fine la sua voce, la voce del suo trombone, illumina il senso dei testi in modo paritario rispetto alla voce degli attori. Lui sta dentro lo spettacolo come attore, con la sua visione artistica, che viene dalla musica. Mi piace pensare che siamo un trio jazz di attori, o un trio di attori-jazz.

Gaetano Ventriglia e Silvia Garbuggino in Delitto e castigo

Gaetano Ventriglia e Silvia Garbuggino in Delitto e Castigo

Passiamo ora a te, Silvia, e dalle suggestioni arriviamo a vere e proprie domande. Innanzitutto perché Magi?
Magi sono i Re Magi. Gli attori come i Re Magi camminano nel mistero dello stupore e della bellezza, che è punto di partenza, Stella Cometa e dono. C’è un viaggio che si compie nel cuore e un viaggio che si compie nell’andare incontro agli altri. Dall’invisibile – per mezzo del visibile – all’invisibile. Così da cuore a cuore.

Perché lavorate nei locali?
Per poter veramente incontrare le persone, che non siano necessariamente addette ai lavori. Per disperazione e amore del nostro lavoro. Avevo un forte desiderio di incontrare le persone al di fuori dei teatri, di una veracità e di un’ onestà reale come attrice. Ho sempre provato ammirazione per i bravi musicisti, che in qualunque contesto riescono a stabilire un contatto diretto e forte, e a dare qualcosa di buono e di sano. Da qui anche l’incontro con Tony Cattano, trombonista di grande professionilità, artista di grande sensibilità ed umiltà.

I contenuti?
Il cuore dei testi che porto in questo spettacolo è l’invito a ricordare, la domanda: “ricordi ? “

Cosa bisogna ricordare?
Per dirlo con Nina “com’era luminosa, calda, felice, pura la vita”.

“Il passato non è passato ma custodito” scrive Florenskij alla moglie Annulja, e ancora Nina “si sta bene qui, c’è calore”. Ricordare è trovare una chiave che non può andar perduta, per aprire la porta del miracolo presente, per aprire lo sguardo sul miracolo presente. Conclude Florenskij: “La rosa che il tuo occhio esteriore vede – è fiorita in Dio dall’eternità”.
 

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