Miseria & nobiltà di Elsinor e Sinisi. Del mestiere del vivere recitando

Miseria & Nobiltà
Miseria & Nobiltà

Sappiamo come sia pressoché impossibile, per il teatro, combattere ad armi pari con il cinema, soprattutto quando le sue sequenze più famose sono entrate nell’immaginario di milioni di spettatori, anche se tratte da una pièce teatrale.
Nel caso di “Miseria e Nobiltà”, la farsa di Eduardo Scarpetta del 1888, “l’avversario” è la trasposizione cinematografica del 1954 di Mario Mattoli, con Totò e Sophia Loren, diventata un vero e proprio cult per ogni appassionato cinefilo.

Dunque onore al merito a Elsinor che ha voluto produrne una nuova versione teatrale (ci hanno tentato, tra gli altri, anche Geppy Gleijeses e, proprio in questi giorni, Luigi De Filippo) affidandola a Michele Sinisi, regista e attore che chi ci segue conoscerà già bene.

La commedia ha come protagonista Felice Sciosciammocca, la celebre maschera scarpettiana, e si impernia attorno all’amore contrastato del nobile Eugenio per Gemma, figlia di Gaetano, un cuoco arricchito e con manie di grandezza.
Il sogno d’amore di Eugenio è però ostacolato dal padre, il marchese Favetti, che non vuole che il figlio sposi la figlia di un cuoco. Eugenio quindi chiede allo scrivano Felice di trovare una soluzione. Felice, insieme a Pasquale, un altro spiantato con cui condivide la misera abitazione, con un escamotage tipico delle farse, si introduce a casa del cuoco con la moglie e la figlia di quest’ultimo, fingendosi un parente nobile di Eugenio.
Qui a complicare ulteriormente le cose si trovano sia Bettina, la moglie abbandonata da Felice, che lavora come cameriera in quella casa, sia Peppeniello, figlio della coppia, che era stato cacciato dalla convivente di Felice, Luisella che, non invitata, ad un certo punto interviene a rompere le uova nel paniere. Sta nelle cose poi che anche il vero Marchese Favetti, innamorato di Gemma, frequenti  la stessa casa sotto le mentite spoglie di Don Bebè.
Ovviamente il finale, come in tutte le farse che si rispettano, terminerà in gloria.


Si ride parecchio e con gusto in questo spettacolo (in scena a Milano ancora dal 26 dicembre al 3 gennaio), merito indubbio anche di un testo che contiene in sé tutti i meccanismi più adatti a creare una comicità immediata nonché fervida di significati, che resistono ottimamente al tempo e che Sinisi, insieme a Francesco Asselta, ha attualizzato con gusto e inventiva, lasciandone intatte tutte le motivazioni umane e sociali.

Sulla “Miseria & Nobiltà” del titolo il regista gioca tutto lo spettacolo, ambientando l’iniziale povera casa di Felice e Pasquale attraverso una scenografia disadorna, protagonista la fame, che nella seconda parte, attraverso uno schermo bianco che si srotola sul palco, diventerà la casa del ricco parvenu Gaetano (per poi ancora frantumarsi quando il gioco della finzione verrà scoperto).

Dicotomie: povertà e ricchezza, teatro e cinema, ma anche il desiderio di un domani migliore, la possibilità di una cena per due anni di fila e il ritorno alla normalità sono qui serviti in salsa sonoramente teatrale. Anche i linguaggi usati dai vari personaggi incidono su questa differenza: una profusione di vari idiomi che si riverbera su tutti, dove i poveri si esprimono in variegati dialetti e dove i presunti nobili parlano un italiano maccheronico ed improbabile.

Sinisi, come un vero e proprio deus ex machina, entra negli ingranaggi della messa in scena cambiando le luci, sottolineando i vari passaggi della storia, dando spessore a personaggi apparentemente secondari come Peppiniello, e imprimendo una svolta benefica al finale.

C’é poi la felice intuizione del tormentone delle lettere che interrompono spesso il fluire degli avvenimenti, rimandando ironicamente a tutte quelle interpretate dal grande Totò, una su tutte quella di “Toto, Peppino e la malafemmina”, che Gianni D’Addario / Felice e Ciro Masella / Pasquale reggono da par loro (come il luculliano pranzo ipotizzato dalla vendita di un povero soprabito sdrucito).
La forza dello spettacolo è infatti anche l’impiego di undici attori spesso encomiabili nel loro prodigarsi, come Gianluca Delle Fontane (anche costumista), che entra  tautologicamente nascosto nella cassa dei vestiti, interpretando di volta in volta Eugenio, il Marchese Favetti e Don Bebè.
Così il teatro nel teatro permette, con un’altra bella intuizione, a Felice Sciosciammocca di fare l’elogio della finzione che gli consente per un poco di fuggire dalla fame, che è poi il fine ultimo del teatro: “Torno nella miseria, però non mi lamento: mi basta di sapere che il pubblico è contento”.

Michele Sinisi

Michele Sinisi

Michele Sinisi, come sei intervenuto sul testo di Scarpetta per renderlo più attuale e foriero di rimandi non solo cinematografici?
Il lavoro sul testo costruito con Francesco Asselta è consistito nell’utilizzare l’origine teatrale dello spartito per rinnovarlo, partendo innanzitutto dalla “snapoletanizzazione” della lingua e del suo suono per riverberarla in altri dialetti e linguaggi.
Successivamente abbiamo tenuto conto della riscrittura di Age e Scarpelli per il film di Mattoli (Asselta è principalmente un autore cinematografico e televisivo, quindi con un sano distacco dall’autoreferenzialità teatrale), e in ultimo abbiamo cercato di raccontare la storia mettendo la parola al servizio delle varie azioni che deve rappresentare e anche in relazione agli oggetti presenti sulla scena.

C’è un continuo gioco sul linguaggio, non solo verbale ma anche in qualche modo stilistico, che si rifà al dualismo del titolo.
La miseria della prima parte fa eco nei sentimenti, nella cupezza della illuminotecnica, nello spazio vuoto e asettico dove vivono i personaggi, nell’approssimazione materiale degli oggetti e nel fuoco che si tenta di accendere in scena, fuoco che segna la fame (di cibo e di primo impulso sessuale… la sua prima volta) del personaggio della giovane Pupella, nel linguaggio dove regna sovrana l’onomatopea.
La nobiltà della seconda parte arriva con la distensione del telo bianco (ch’è foglio di lettera, vassoio su cui servire i colori) e gli spaghetti conditi con la pummarola presente nella giacca rossa di chi li serve. In questa seconda parte l’identità materica della scenografia di Federico Biancalani, anche nella moltitudine di segni che si sommano pian piano, continua a comunicare che gli oggetti e la scena non significano mai altro che non si avverta  nella pancia. Stessa cosa accade con la parola, dove anche l’italiano dei cosiddetti nobili è strascicato incompleto, mentre quello dei poveri si adatta pian piano al contesto.

Perché sei voluto intervenire nello spettacolo non solo interpretando alcune parti ma, quasi alla Kantor, come regista e deus ex machina?
Il desiderio era quello di portare in scena (o piuttosto vivere l’esperienza di quel ricordo, misto al sogno) il “Miseria e Nobiltà” visto a teatro, in dvd, al cinema, nei racconti degli appassionati di attori in bianco e nero (“quelli di una volta”…). C’era il desiderio di essere stati personaggi come il piccolo Peppiniello nella propria carriera (vedi Luca De Filippo e tutti i sui parenti genealogici), stare con gli attori in scena ad agire quell’immaginario collettivo filtrato dalla consapevolezza di chi, oggi, canuto, ha forte un rapporto nostalgico con la scelta bambina di sognare di fare questo mestiere, il teatro, la vera nobiltà, lo stare con gli altri, la festa. Questo mondo Peppiniello-Sinisi lo riconduce agendo sulla macchineria e sui sentimenti che respira e muove.

Si ride certo, ma il testo parla anche di fame e povertà. Come hai cercato di approfondire quest’aspetto?
La fame e la povertà hanno finito per diventare eco di una lontana esperienza sociale e antropologica di cui noi occidentali abbiamo ereditato la miseria nei rapporti umani e l’incapacità ad essere contenti di quello che abbiamo. La figura di Luisella (l’unica a non essere invitata alla finta festa della nobiltà) ha finito per incarnare non solo un ruolo cupo, ma anche la parte nera di noi stessi: quel peso, quell’inquietudine immanente che non ci permette di sorridere alla vita, qualunque essa sia.
Nell’affrontare la povertà presente nel testo ho percorso l’assunto per cui nella nostra società occidentale, quella italiana in particolare, la fame (di cibo) per fortuna rappresenta un caso molto eccezionale e comunque non avevo interesse ad attraversare questo progetto in senso naturalistico. Nella povertà abbiamo distillato l’esperienza più intima ed emotiva della Miseria, presente già nel titolo. Quest’ultima è indagata nelle relazioni umane, quando queste finiscono per alimentarsi delle occasioni prive di luce e di bellezza.

C’è una forte caratterizzazione riguardo ad alcuni personaggi più che su altri: come ti sei mosso?

Nella seconda parte si assiste ad una progressiva mutazione dei registri interpretativi, che passano da un inizio principalmente drammatico ad un seguito in cui il costumista Gianluca delle Fontane arriva a srotolare il telo bianco e a proporre ai personaggi di mascherasi, di fingere, di far leva sull’artificio, sulla finzione, per reggere un desiderio.
Il teatro ci sembra essere non solo occasione per capire ma per lasciarsi andare alla festa dei sentimenti, e tutto questo qui grazie alle bugie. Con l’arrivo di Bebè e della figlia ballerina di Gaetano, il gioco del teatro vorrei fosse chiaramente festoso. I toni e le forme hanno da quel momento un’impennata tale per cui il pubblico riceve la prima scossa; con le successive porterà la platea ad abbandonare ogni desiderio di “capire” una storia anche residualmente verbale.
Nella scena tra Bettina e Peppiniello in cui vi è l’evocazione della maternità, vorrei che ci fosse la scossa finale per veder la festa che segue, in cui il tempo e lo spazio sono frantumati e la loro percezione è riscritta sulla base dell’esperienza. Non si vuole essere esatti e precisi ma veri, o almeno ci provo.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Adesso mi aspetta la tournée di “Riccardo III”, di “Preamleto” di Cruciani/Santeramo, di “Scene d’interni” e l’allestimento dello “Zio Vanja”, con la regia di Tomi Janezic, che debutterà a giugno alla Pergola per Fabbrica Europa.
Mi impegno a non fossilizzarmi nella figura di attore o regista. Per piacere provo sempre ad alimentare l’incontro con la poetica degli altri perché anche le mie visioni possano camminare.
Il contemporaneo mi interessa sia nei contenuti che nella forma. Spero che con Elsinor il percorso continui, e che con Asselta e Biancalani si possano concretizzare altre sfide personali su argomenti classici e non solo, per curiosare sul rito del teatro e sul nostro presente…

MISERIA & NOBILTA’
dal testo di Eduardo Scarpetta
regia: Michele Sinisi
scritto con Francesco M. Asselta

con:
Diletta Acquaviva
Stefano Braschi
Gianni D’addario
Gianluca delle Fontane
Giulia Eugeni
Francesca Gabucci
Ciro Masella
Stefania Medri
Giuditta Mingucci
Donato Paternoster
Michele Sinisi

aiuto regia: Domenico Ingenito, Roberta Rosignoli
scene: Federico Biancalani
direzione tecnica: Rossano Siragusano
costumi: Gianluca delle Fontane
Aiuto Costumista: Arman Avetikyan

Visto a Milano, Teatro Sala Fontana, il 15 dicembre 2015

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