Primavera dei Teatri: frivolezze ed ultime visioni

photo: Adele Rombolà (facebook.com/adele.rombola.1)

photo: Adele Rombolà (facebook.com/adele.rombola.1)

Ogni promessa è debito. Per gente del Sud poi, un impegno da mantenere è parola d’onore.
Si era accennato al dopofestival (nel mio precedente intervento da Castrovillari), gustosa novità di quest’ultima edizione di “Primavera dei teatri”, rimandando a futuri resoconti. L’attacco di questo pezzo è dedicato allora all’atmosfera frivola e godereccia respirata nelle “rughe” della civita castrovillarese a giornata (s)finita. Dove, tra strade acciottolate, muri dismessi, luci soffuse dal colore ambrato di ciò che resta nelle bottiglie, si confondono chiacchiere e umori, si perde la dimensione temporale.

A due passi dal Protoconvento Francescano, location storica del festival, a ristorare spettatori e artisti ci pensano quelli de l’“Osteria di Primavera” e della “Sartoria”. L’osteria, è una vera e propria cantina di borgata, dove un odore forte di cucinato sazia l’olfatto prima di mettersi a mangiare. Pronti e serviti prodotti “casaruli”, saporiti, piccanti, tipici, e soprattutto a portata di tasca.

Girato l’angolo si ha la percezione di entrare in una dimensione altra. La “Sartoria” (una vera e propria bottega artigianale in funzione) offre ai visitatori peculiarità gastronomiche del luogo e aria da centro sociale. Carrubbe , caldarroste cotte al focolare, patate nostrane sottocenere, uva fragola, loti, vino… In un cantuccio che fa venire in mente le antiche locande di cavalieri erranti.

La Sartoria (photo: Simone Pacini)

La Sartoria (photo: Simone Pacini)

Nelle casine adiacenti, delle installazioni danno vita a sale inumidite altrimenti amene, quasi inaccessibili. Con mezzi busti di manichino appena coperti da stoffe dandy, luci perimetrali e videoinstallazioni da alternative-art di contemporanea memoria. Originale. È qui che si concentra il chiacchiericcio del post-visioni. Dove sparlare degli spettacoli o impegnarsi in ellissi dialettiche intellettualoidi.

E degli spettacoli allestiti nella seconda giornata di festival, ci sarebbe effettivamente di che sparlare. Cominciamo concentrandoci sulla prima nazionale di “Chiusigliocchi”, produzione de La corte ospitale di Oscar de Summa, e un’altra prima nazionale “1952: a Danilo Dolci”, progetto nato dalla collaborazione fra Compagnia L’Arpa e Teatro Pubblico Incanto

In Chiusigliocchi da sottolineare è la prova d’attore, in un allestimento dove il lavoro performativo incarna il senso più ampio di cosa si vorrebbe dire e dove si vorrebbe arrivare. Pescando nella tradizione del metateatro siciliano, il senso di surreale speculativo (anche questo tipico), e un artigianato teatrale volto all’indagine squisitamente umana, introspettiva. Quattro vite possibili (Oscar de Summa, Armando Iovino, Francesco Rotelli, Tommaso Rotella) vengono esternate attraverso una drammaturgia fresca, ritmata, moderna ma dal responso intrigante solo a tratti, cedendo il passo ad una confusionaria costruzione (registica) di scene e concetti. Un’opera in cui specchiarsi a sprazzi, grazie a dettati monologanti e dialogici orizzontali (giunti nettamente in platea) ma, di contro, in cui smarrirsi alla ricerca di compiutezza. Da digerire. Con il vago sospetto di un indirizzo, voluto, verso un pubblico “preparato”.

1952: a Danilo Dolci (photo: Maria Catalano - facebook.com/teatro.incanto)

1952: a Danilo Dolci (photo: Maria Catalano – facebook.com/teatro.incanto)

Alquanto sottotono lo spettacolo 1952: a Danilo Dolci, dove un testo intenso e di qualità non basta a mitigare una struttura generale piuttosto pesante. Lodevole l’idea di dare vita al poeta e sociologo Dolci che, nel suo viaggio in Sicilia, rende voce ai vinti, agli ultimi, ai ghettizzati, in una terra occupata dai poteri forti e occulti, tendente al perbenismo normativizzato, come seguire delle istruzioni di vita. Voci, rabbia, circostanze sono ben esplicitate dagli attori/personaggi, figli diversamente stratificati di una Sicilia d’altri tempi (Filippo Luna, Cinzia Muscolino, Tino Calabrò, Tino Caspanello) che non si rivolgono mai la parola ma declamano come si rivolgessero a loro stessi, in un dialogo unilaterale con il pubblico invitato a cogliere, piuttosto che interagire. Voci che vivono e muoiono sul palco, favorendo un languore avvertito più del dovuto. Uno spettacolo, ancora crudo, trattandosi di una prima nazionale, che forse non dovrebbe affidare alla sola parola il compito di reggere un’ora e dieci di scena mutilando gesto, stupore, pathos.

Il fine settimana ha consegnato agli animi degli spettatori i sussulti emozionali attesi permettendo al festival di raggiungere l’apice (questioni di climax) in quanto a gradimento o motivi di dibattito (un po’ latitanti, ad essere sinceri, per il resto della rassegna). Un festival votato ai nuovi linguaggi della scena contemporanea, puntando i riflettori sul teatro di narrazione, genere in cui è sottile il confine tra coinvolgimento e rottura, tra noia e catarsi. Lo stare sul palco per oltre un’ora, da soli, potrebbe essere poco produttivo in termini di sex appeal se non si hanno gli attributi.

Italianesi (photo: scenaverticale.it)

Italianesi (photo: scenaverticale.it)

Italianesi di e con Saverio La Ruina ha aperto il serale di sabato, terza giornata di festival. Una storia (non) comune, paradossale nella sua semplicità: quella di un uomo nato, cresciuto e sposato in un campo di concentramento albanese da prigioniero italiano e considerato albanese al suo ritorno in Italia. Un uomo senza identità se non quella cucita addosso da un destino crudele, beffardo, le cui grinfie, tuttavia, non sono intervenute sui sogni, sul talento, sul coraggio, sulla dignità, sull’orgoglio di essere solo un uomo. E quest’uomo, La Ruina lo incarna con delicatezza e leggerezza, ma con il vigore del pathos fatto materia, lacrime, ipnosi. Saverio è uno dei migliori d’Italia, ad attestarlo è una teca piena di riconoscimenti (tra cui un Ubu) e applausi scroscianti in mezzo mondo. Scroscianti come quelli di sabato scorso ad una prova che rappresenta quello che si dovrebbe rispondere quando ci si domanda cosa sia il teatro. Un teatro povero, dove la parola è riempitivo della scena nuda attorno. Che si fa evocato e disegna scenari invisibili, che si fa groppo in gola e umidiccio sugli occhi. La parola, adornata da mimica essenziale e tratteggio del personaggio in policromia, che si fa emozione. Si potrebbe continuare a lungo dettagliando minuziosamente come fa La Ruina in scena, non lasciando banale nemmeno un aggrottarsi di sopracciglio, ma quando si dice che il teatro emoziona, si è detto tutto.

Emozionante (di sensazioni diverse) non è reato dirsi dello spettacolo La merda di Cristian Ceresoli con Silvia Gallerano. Messa in scena che ha diviso pubblico e critica (anche all’interno della redazione di Klp), indice di un’opera che non è rimasta sulle tavole del palco, senza dubbio. Il bello del teatro è (anche) che non sia indirizzante al pensiero unico, che non sia qualcosa di finito da mettere sotto cornice, ma foriero di pluralità di vedute e resoconti, pur tenendo conto dei parametri oggettivi, ovviamente. Del resto l’arte è libertà. Quella libertà messa sotto contratto, nella nostra italietta, e sotto compromesso. Quella libertà altisonante esclusivamente in quanto termine. La merda è quella buttata giù ingurgitandone altrettanta da famiglia, padroni, sistema, da un andirivieni vischioso chiamato carriera, possibilità lavorative, sopravvivenza. Una messa in scena generazionale, con la Gallerano che offre la sua nudità in pasto agli occhi degli spettatori come alle mani, alla fame di carne dei protagonisti rampanti di quest’epoca (tra manager, signorine buonasera, provini, sfigati) facendosi voce di un comune malessere (dissenteria) avvertito dai “nuovi giovani” quando l’intestino incassa rospi. Facendo storcere il naso ai più esperti che non avendo l’ansietà da posto fisso (o da posto) vanno giù accusando di operazione commerciale. Fatto sta che il palco diventa megafono, luogo liberatorio, dove prendersi gioco di sé e della situazione, strizzando l’occhio a trovate di facile stupore e crogiolandosi un po’ sulle morbidezze delle comodità. Ma pescando nel vero, pescando in qualcosa di avvertito a maglie larghe. Affrontato con freschezza drammaturgica e padronanza scenica.
 

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