Nove mesi per crescere in Azione. Intervista a Giorgio Rossi

I ragazzi partecipanti ad Azione (photo: Simona Cappellini)
I ragazzi partecipanti ad Azione (photo: Simona Cappellini)

Si conclude in compagnia di Sosta Palmizi AZIONE_2018/2019, progetto per una rete stabile di insegnamento sul territorio toscano dedicato alla formazione per la danza contemporanea. Promosso da Aldes/CAB 008/Compagnia Simona Bucci/Company Blu/KLm-Kinkaleri, Le Supplici, mk/Sosta Palmizi, vi hanno partecipato i coreografi Raffaella Giordano, Simona Bucci, Biagio Caravano, Cristina Rizzo, Alessandro Certini, Fabrizio Favale, Marco Mazzoni, Charlotte Zerbey, Roberto Castello, Marina Giovannini e Giorgio Rossi.
Mentre Eugenia Casini Ropa, Carmelo Antonio Zapparrata e Lucia Amara hanno contribuito alla parte teorica delle lezioni.

Proprio come accade per la danza, per Raffaella Giordano questo progetto è nato da un’urgenza: quella di aiutare, stimolare, spingere giovani danzatori a scoprire nuove sorgenti di energia, di espressione, nuovi paesaggi interiori e maggiori consapevolezze, grazie alla condivisione con altri dieci coreografi affermati, dalla consolidata ed eterogenea esperienza.

Arrivata ad un punto avanzato della propria carriera, Raffaella Giordano ha sentito il bisogno e il dovere di sopperire alla mancanza e alle lacune che le istituzioni culturali italiane hanno nei confronti della danza, cercando di costruire, con rigoroso impegno, un polo di alta formazione nell’ambito della contemporaneità, che potesse rispondere alle esigenze professionali con un’alternativa di studio differenziata, coordinata e duratura, fuori dalle logiche di mercato.


È così che, nel 2016, con notevole sforzo, nasce AZIONE. In questa seconda edizione, grazie alla vincita del bando SIAE “S’illumina” si è potuto contare su maggiori risorse, permettendo agli allievi di partecipare a titolo gratuito ai vari laboratori (con alloggio garantito).

Dopo nove mesi di preparazione siamo giunti al bilancio finale, che ha previsto anche una prova di studio, un confronto con il pubblico di Arezzo, dove gli allievi hanno partecipato al laboratorio con Giorgio Rossi, ultima tappa del progetto.

I ragazzi appaiono tesi, non si sentono pronti ad andarsene, a terminare quest’esperienza. Dopo nove mesi di lavoro intenso e di confronti che hanno costituito un graduale aumento emotivo, sono giunti ad un punto catartico che più che sancire la fine di un percorso rappresenta il trampolino verso nuove possibili strade.
Il bagaglio che si portano dietro è tanto, e richiederà tempo per elaborarlo. Prima della performance qualcuno si isola sul palco, mentre altri condividono gli ultimi momenti insieme nei camerini. Hanno l’aria sospesa, di chi si trova in un limbo, o in un corridoio di passaggio. Ma la loro bellezza sta proprio nella vulnerabilità, nella fragilità delle cose preziose.

Parlando con alcuni di loro chiedo se questa esperienza ha fatto cambiare idea o visione sulle proprie scelte. Ester crede al contrario di aver avuto delle conferme. Forse l’unico elemento che può essere cambiato è il tipo di approccio alle cose: “Abbiamo acquistato maggiore sicurezza, ma per il resto sono ancora più convinta delle mie scelte”.

Katia racconta dei giorni precedenti in teatro, nell’ultima parte del laboratorio con Giorgio Rossi, che sono stati intensi e ricchi di emozioni. Ci sono stati pianti e risate, e un esercizio, tra quelli fatti con il coreografo, l’ha colpita particolarmente. I ragazzi, seduti sulle gradinate del teatro, dovevano scendere sul palco uno alla volta, per poi restare immobili e farsi guardare. Un momento di silenzio intenso, che ognuno poteva concludere a piacimento, e che ha racchiuso una lunga storia di condivisione, crescita, trasformazione.

La prova di studio è una restituzione libera, non scritta, perché, come ci spiega Giorgio Rossi, il tempo è stato dedicato soprattutto allo studio più che all’evento finale.
Le musiche, riprodotte in modo casuale, senza una precisa scaletta, sono state scelte dai ragazzi durante il laboratorio (ognuno ha selezionato un brano).

Nei vari approcci si possono cogliere le pulsioni poetiche dei diversi coreografi con cui hanno lavorato i ragazzi in questi mesi, qui sezionati e ritrascritti in azioni e già in qualche modo re-interpretati. Attraversando diversi linguaggi i ragazzi si sono come ricodificati, riprogrammati in una cifra stilistica che è già loro.

Durante i giorni precedenti hanno definito solo delle sequenze, su cui avevano lavorato durante la settimana, per lasciare molto spazio all’improvvisazione, che è stata un po’ la sintesi del loro lavoro durante il laboratorio. L’improvvisazione è la chiave centrale, ma si incunea in una scrittura per immagini utilizzando anche elementi emersi durante il laboratorio, come oggetti veri e propri (il bastone, la coperta, il piccolissimo libro delle risposte, su cui qualcuno aveva riportato una sorta di haiku rappresentativo della propria vita in quel momento…).

Si coglie anche il lavoro sullo spazio, molto calcato dai diversi coreografi, che non ha più i limiti dello spazio scenico ma si apre a più dimensioni (molto belli i quadri di Daniel sul fondale, o i movimenti di Filippo al margine di una quinta). La densità del lavoro è direttamente proporzionale all’unicità degli interpreti, dato che gli allievi provengono da ambiti diversi, ma è l’energia dell’insieme che avvolge il pubblico, sinonimo di un gruppo affiatato.

Molto soddisfatti sono i docenti, che hanno trovato questo gruppo particolarmente centrato e preparato, rilevando evidenti progressi alla fine del percorso. Peccato la mancanza di tutti gli altri coreografi in questa occasione conclusiva. Oltre a Raffaella Giordano e Giorgio Rossi, presenti solo Marco Mazzoni e Marina Giovannini. E’ proprio quest’ultima a sottolineare come i ragazzi, oltre ad essere molto giovani, abbiano provenienze diverse: alcuni dal balletto, altri dalla danza contemporanea, diversità che anziché rappresentare un ostacolo si sono rivelate uno scambio di informazioni e di esperienze notevole. Raffaella Giordano evidenzia il fatto che siano rimasti tutti fino in fondo – e non è scontato! – auspicando di riuscire a portare avanti questo impegno, anche se non potrà più contare sul sostegno della SIAE, per cui dovrà gravare ancora una volta solo sulle forze degli organizzatori. “È un seme – aggiunge Giordano – che permette ai ragazzi di incontrare tanti autori, di farsi delle idee e anche di creare delle alleanze, perché alcuni del primo gruppo si sono in seguito uniti e hanno lavorato insieme. Quindi anche se non si può paragonare ad una vera formazione, è sempre meglio che fare tutti i laboratori a pagamento, e dispersi nel tempo e nei luoghi. Inoltre, tutti i docenti sono principalmente degli autori, non degli insegnanti, e anche questo aspetto costituisce un’esperienza diversa per i ragazzi”.

Tutti concordano su come questo progetto dovrebbe gettare le basi per costruire un appuntamento stabile, cosa che purtroppo in Italia diventa impresa molto ardua se non addirittura utopica. La speranza è che comunque, grazie alla determinazione di alcuni, questo viaggio formativo sia il seme di un tracciato dove la forte dominante rimanga l’eterogeneità degli autori. Una breccia che speriamo possa aprire un varco in quello che – soprattutto se paragonato ad altri Paesi europei – attualmente somiglia ad un abisso.

Giorgio Rossi (photo: Simona Cappellini)

Giorgio Rossi (photo: Simona Cappellini)

Al laboratorio di una settimana con Giorgio Rossi sono seguiti tre giorni di lavoro in teatro, di preparazione alla prova finale. Lo abbiamo incontrato prima della prova di studio.

Ogni coreografo tende naturalmente a sintonizzare il lavoro sulla propria cifra stilistica. Hai lavorato su qualcosa in particolare?
Sicuramente ognuno è portatore del proprio gene. Io ho lavorato con alcuni oggetti, come i bastoni, o le coperte, perché in questo periodo della mia vita li sto utilizzando nel mio lavoro. Oggetti che probabilmente useranno anche nella performance. Abbiamo ritenuto che fosse molto più utile studiare piuttosto che impiegare il tempo a preparare un evento finale. Ma abbiamo dato ampio spazio all’improvvisazione, e i ragazzi hanno un bagaglio di nove mesi di studio e di relazioni con undici coreografi. Qui sono giunti alla fine e hanno sicuramente sentito anche il bisogno in qualche modo di fare il bilancio di questo tempo, chi mettendosi più o meno in gioco, o entrando più o meno in crisi. Anche emozionalmente è stato un momento intenso, con emozioni forti. Si sentiva che c’era un’urgenza di un confronto finale.
Ho cercato di sfruttare questo momento particolarmente intenso per usarlo nel lavoro. Nella mia vita è proprio in questo tipo di condizioni che ho tirato fuori il massimo. È stato così quando lavorai tre giorni con Pina [Bausch, ndr], e anche nella settimana con Carolyn Carlson, dove ogni giorno era una perla, una fioritura.
Per i ragazzi è stata sicuramente una bella opportunità quella di lavorare con coreografi affermati (senza doversi preoccupare di sostenerne le spese), ognuno con una propria poetica, e loro se ne sono resi conto.

Tu che hai una lunghissima esperienza come autore, che vai a trasmettere a giovani che potenzialmente saranno gli autori di domani. Come pensi che la danza vada a incidere nella memoria del tempo in cui viviamo?
In Italia purtroppo la danza ha un ruolo un po’ marginale. In altri Paesi è pari alla musica, al teatro, o alla pittura. Però il tipo di danza che abbiamo portato noi undici autori è la nicchia della nicchia.

Ma siete anche il nucleo che ha dato origine alla danza contemporanea italiana…
Certo. E finché la Regione e il Ministero riconoscono questa realtà noi esistiamo. Anche se questa riconoscenza è minima, esistere è comunque importante. Ad esempio, ad Arezzo in questi anni siamo riusciti a costruirci un pubblico, e con le rassegne siamo a una media di cento persone (per questa sala vuol dire due quinti della capacità). Poi quando facciamo “Altre danze” con danza contemporanea per bambini, a volte riempiamo il teatro. Quest’anno abbiamo fatto un totale di quasi tremila spettatori con le repliche per le scuole. Se si pensa che il Teatro Petrarca, che fa una stagione con otto spettacoli, fa un totale di circa seimila spettatori, con la presenza di nomi altisonanti e ben altre risorse…
Abbiamo realizzato poi vari progetti con il pubblico. Posso quindi dire che, nel panorama italiano, se dai ad una realtà la possibilità di tessere delle relazioni con il territorio, i risultati si hanno. Oserei dire che è un pubblico di qualità, perché gli 800 che vengono a vedere “Invito di Sosta” sono persone che si sono preparate, che partecipano agli incontri dopo gli spettacoli, ai laboratori a volte. C’è un’affiliazione reale.

Arrivano anche da fuori?
Sì, un 20% del pubblico viene dalle zone limitrofe, o addirittura dall’Umbria; non da Firenze però, che rimane un po’ autoreferenziale come città.

Isadora Duncan affermava: “Se una cosa la devo spiegare non ha senso che la danzi”. Quale approccio dovrebbe avere uno spettatore nei confronti della danza?
Più immaginativo e meno interpretativo…

Spesso invece di fronte ad una performance si ha la tentazione di cercare un senso in ciò che si vede.
Un senso c’è sempre, ma la danza coinvolge non solo gli aspetti tecnici ma molto anche l’aspetto umano. Se tu guardi la persona, allora c’è tanto da vedere. Anche nella difficoltà vedi l’umanità, dipende da dove metti l’attenzione e da quanto sei in grado di accogliere. A volte uno spettacolo è legato proprio a entrare in uno stato. Raffaella [Giordano, ndr] ha fatto uno spettacolo la settimana scorsa in cui alcuni spettatori hanno detto di essere un po’ entrati in trance. La danza è anche una preghiera, perché la reiterazione del movimento, l’utilizzo dello spazio, i flussi di movimento sono tutti aspetti legati ad un rituale, che esalta i sensi. Se sei pronto ad accogliere ti apre ulteriormente, ma se chiudi è come decidere di non voler capire una lingua. È come quando guardi un quadro, di cui puoi cogliere infiniti dettagli.

Pensando a questi ragazzi, su cui si è investito molto, e al loro futuro, quale speranza riponi in loro?
La cosa bella è che sono veramente giovanissimi, dai 19-20 anni, e sono meravigliosi. Mi hanno anche dato molto. Alcuni di loro sono sulla via dell’interpretazione, mentre altri hanno il germe della creatività e della creazione. Adesso sono in questa fase particolare della loro vita in cui gli è caduto addosso questo mattone ed è difficile capire dove andranno, ma so che avanzeranno, perché è già successo con i gruppi precedenti, che hanno generato gruppi o presenze nel panorama della danza. Per fare un esempio, Ambra Senatore ha iniziato con me e con Raffaella e poi con Roberto Castello; Olimpia Fortuni ha fatto la Civica e poi ha fatto il biennio con Raffaella e in seguito con me “La Felicità” e adesso sta lavorando benissimo. Mariella Celia è diventata una delle interpreti principali di Emma Dante. Gennaro sta vincendo premi, lavora in tutta Europa… Ognuno di loro sta trovando la sua strada e questa è la generazione tra i 35 e i 40 anni. Sono sicuro che anche questi ragazzi troveranno la loro perché ne hanno le potenzialità. Del resto, li abbiamo selezionati tra 150 dai curricula, poi ne abbiamo visti 70/80 e alla fine sono rimasti in 12/14 [Maria Anzivino, Daniel Cantero, Carmine Catalano, Cecilia Croce, Ester Fogliano, Michela Lorenzano, Katia Pagni, Sara Paternese, Francesca Pizzagalli, Arabella Scalisi, Ilaria Sicilia, Alessandra Sparano, Filippo Stabile, ndr].

Anche da un punto di vista ideologico, c’è qualcosa che hai paura venga perso nel corso del tempo?
Secondo me non si perde niente. Tutto rimane, anche perché la danza è una forma d’arte legata alla pratica. Quindi si trasmette nell’incontro e nel praticare. Poco fa riportavi le parole di Isadora Duncan. La danza tratta appunto l’indicibile, e qualsiasi parola serve solo ad oggettivare delle pratiche fisiche, a sperimentare concretamente e sensorialmente, sensitivamente e sensualmente l’esperienza del movimento. Poi ognuno declina a modo suo. E questi ragazzi sono molto intelligenti, molto sensibili, e troveranno il loro percorso. La cosa bella è che siamo come delle alci che si stanno riproducendo… Alcuni di loro vengono dal balletto classico, un giorno si sono resi conto che volevano altro, e hanno riconosciuto in noi questo altro; quindi vuol dire che siamo riconoscibili, riferimenti tali da rappresentare una scelta per qualcuno, e questo è molto bello. Alcuni sono dotatissimi e preparatissimi da un punto di vista tecnico, ma poi si rendono conto che devono trovare il lato umano, l’ascolto, il respiro, tutti valori a cui spesso non viene data la stessa importanza in altri ambiti di danza.

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