Quel Deserto dei Tartari fra gli altopiani trentini

Il deserto dei Tartari

Un deserto dei Tartari per ‘voce sola’, con Woody Neri

Molti di coloro che si sono avventurati nella lettura del “Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati ammettono di averlo abbandonato a metà strada; qualcun altro lo ricorda come una delle letture troppo impegnative dell’ultimo anno di liceo; chi invece l’ha scelto e ha tenuto duro fino alla fine, non può fare a meno di ricordarlo tremendo, insopportabile e meraviglioso per la forza e la gravità che trasmettono un dolore intenso.  

Un grande romanzo, il terzo di Buzzati, pubblicato nel 1940 e che oggi Trento Spettacoli ha preso in mano – complice la prima edizione del festival Altrotempo. L’era dei Forti a Lardaro, in provincia di Trento – trasformando le voci dei diversi personaggi in un monologo per “voce sola”, come preferisce chiamarlo Maura Pettorruso, che ne ha realizzato l’adattamento teatrale, raccogliendo in attenti frammenti  le parti più salienti del racconto. Una definizione che ben si addice a quel flusso di coscienza interna e ininterrotta che la narrazione restituisce come sentimento comune, spietato e spaventoso.

Nel testo, infatti, che si muove lento tra l’assurdo e il reale per arrivare poi dritto e secco come uno schiaffo, la storia è metafora di una situazione fin troppo umana, persa nell’incantesimo del tran-tran quotidiano – che per Buzzati era il lavoro redazionale – in quella monotona e ammaliatrice routine che mangia inesorabilmente la vita.

Faccia e spalle al muro, passi contati e cadenzati, sguardi lontani. Nel monologo, così come nel romanzo, tutto si consuma all’interno della Fortezza Bastiani. Un confine dimenticato, tra la verde pianura a cui forse si potrebbe fare ritorno e un deserto sibillino, arido di vita ma ricco di illusioni.

Incapace di dare ascolto al proprio desiderio di libertà, il tenente Giovanni Drogo trascorre la vita soggiogato prima dall’orgoglio e poi dalla speranza di una giusta ricompensa. Cullato dalla pigra abitudine, protetto dalla paura e dalla fortezza che non è una prigione ma un rifugio dalla vita, il tenente aspetta l’inverosimile arrivo del nemico, la grande battaglia.

E’ Woody Neri a condurre il gioco, a raccontare la “voce sola” del giovane ufficiale, disegnando con lo sguardo il deserto in lontananza e modulando nell’interpretazione prima l’orgoglio giovanile, poi la ferma illusione dell’età adulta, e infine la tragica resa della vecchiaia, acquisendo nel corso del monologo sempre più consapevolezza e drammaticità.

Ma la voce sola è anche quella dell’attesa, antica e arida come il deserto, un torpore misterioso, una stregata immobilità sulla quale punta il focus la regia di Carmen Giordano, che gioca su elementi primari, essenziali, eppure efficaci nel restituire l’immaginario di una storia inserita in un mondo militare fantastico.

Si affida a pochi e semplici elementi  scenici, contraltari di suggestioni non solo visive : la divisa nuova da tenente, che appesa come un manichino diventa l’interlocutore del protagonista, ma anche tutto quel che rimane di tante speranze di gloria; una sedia di ferro, pesante, ora Fortezza ora Ridotta nuova, solitario presidio da dove dare prima o poi l’allarme; un vecchio secchio, stretto, stagnante specchio di una vita che si è fermata; e le luci, tre vecchie lampade d’ottone manovrate dallo stesso Neri che, con un clic, accennano al tempo che passa – il solo e vero nemico -, impercettibile prima, rapido poi.  

Sebbene l’inizio sia ancora un po’ debole e alcuni passaggi interni richiedano di essere calibrati attraverso piccole pause, il monologo – qui al suo debutto – riesce a scorrere senza forzature lungo quell’asse di tempo tragicamente invisibile proprio del romanzo.

Passano quattro, quindici, trent’anni, e quando i Tartari finalmente attaccano il confine desolato, Drogo è ormai vecchio e ammalato, il mondo lì fuori è andato avanti senza di lui, il cancello alle sue spalle si è chiuso per sempre e la strada davanti, un tempo infinita, è ora troppo breve.
E’ in questo momento che Woody Neri, con grande abilità, cambia registro, portando al massimo un crescendo rimasto in sordina, lasciando uscire, nella disperata richiesta a Dio di qualche altro giorno di vita, tutto il dolore dell’autoinganno.  

Una bella sfida il “Deserto dei Tartari” per i tre artisti, e non solo per l’importanza del testo, ma anche perché si tratta di un terreno completamente diverso rispetto a quello su cui sono abituati a lavorare con Macelleria Ettore, la compagnia di cui sono parte integrante (ricordiamo l’ultima produzione “Elektrika –un’opera techno”). Una sfida  che si rinnoverà quando, a fine estate, lo spettacolo uscirà dalla suggestiva e “protetta” ambientazione dei forti della provincia trentina, come quella di Forte Larino, nella Valle del Chiese, che ha ospitato questo debutto, e rientrerà nello spazio prettamente teatrale delle grandi città, prima a Milano e poi a Roma.
Nel frattempo, per chi è in vacanza da queste parti, potreste assistere alle repliche del 7 agosto (ore 15) sull’Altopiano delle Pale di San Martino di Castrozza (Tn), presso il rifugio Rosetta; il 9 agosto, ore 21, a Castel Pergine, Pergine Valsugana (Tn), o domenica 12 agosto (ore 15 e 17,30) al Forte Belvedere di Lavarone (Tn).

Il Deserto dei Tartari
di Dino Buzzati
adattamento teatrale di Maura Pettorruso
con: Woody Neri
regia: Carmen Giordano
durata: 1h 10
applausi del pubblico: 1′ 20”

Visto a Forte Larino, Lardaro, il 28 luglio 2012
Altrotempo. L’era dei Forti


 

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