Sguardi 2012. Conferme e lavori in corso dalla vetrina del teatro veneto

Vangelo di Gianni Franceschini

Vangelo di Gianni Franceschini

Belluno, la bella e austera città veneta alle porte delle Dolomiti, ha ospitato il clou della terza edizione di Sguardi, la Festa/Vetrina del Teatro Contemporaneo Veneto, organizzata dall’associazione PPTV (Produttori Professionali Teatrali Veneti) e supportata dalla operosa organizzazione del Tib Teatro.
Dopo Padova e Venezia, Belluno con Feltre e Ponte nelle Alpi ha fatto così da palcoscenico alle migliori produzioni del teatro veneto, scelte da un’apposita commissione tra i 43 gruppi e nove under 30 che hanno risposto all’appello per creare un cartellone autorevole e ricco di novità.

La manifestazione è iniziata il 19 settembre con un convegno incentrato sulle “Residenze”, dove operatori giunti da tutto il territorio nazionale hanno condiviso le loro proposte per ridisegnare, attraverso la residenza vista come modello innovativo e sostenibile, il teatro di domani del nostro paese.

A piedi nudi per strada

Nella sezione Colpo d’occhio anche A piedi nudi per strada (photo: Dalmolin)

Alla visione di numerosi operatori, critici e direttori di festival e teatri, sono stati proposti spettacoli, brani di creazioni finite ed in fieri nella sezione “Colpo d’occhio” e performance di gruppi che operano sul territorio. Uno sguardo ricco e diversificato, che ha offerto agli spettatori alcune interessati nuove produzioni di compagnie affermate e di gruppi di recente formazione anche se, in generale, il panorama teatrale proposto non ha sortito particolari sorprese.  

Cercheremo di analizzare soprattutto i risultati che ci sono parsi più interessanti, iniziando dalla nuova prova di Barabao Teatro che, dopo l’ottimo esito di “Aspettando Ercole” visto l’anno scorso, era atteso per una riconferma. E “VII: non rubare” non ha certo deluso le aspettative.  
Mirco Trevisan, Romina Ranzato, Cristina Catto e Ivan Di Noia, sotto la regia di Matteo Destro, hanno imbastito una vera e propria macchina ad orologeria che, mescolando gli umori di “Ocean’s Eleven” e “I Soliti ignoti”, ha messo in scena una rapina vista in tutti i suoi momenti salienti.  
Un’ora e dieci in cui il teatro la fa sempre da padrone, costruendo in una scena essenzialmente vuota, attraverso l’utilizzo di pochissimi oggetti polifunzionali e di un proteiforme uso della voce, ambienti, personaggi e atmosfere di un improbabile “colpo grosso” ad un caveau pieno zeppo di diamanti.
I personaggi, caratterizzati come nei cartoon (tra cui spicca il mitico “eroe pasticcione” Giosuè di Ivan di Noia) si muovono in un mondo dove alla fine verranno schiacciati da una sete di denaro più grande e cinica di loro.  


A Feltre abbiamo rivisto altre due creazioni di tutto rispetto: il bellissimo “Beati i perseguitati a causa della giustizia perché di essi è il regno dei cieli – dialogo tra Gesù Nazareno e Pinocchio incarcerati”, di Gigio Brunello, dialogo lieve e struggente scritto con Gyula Molnar.
Ambientato in una piccola prigione, i due burattini protagonisti discutono sulla loro situazione di carcerati, rendendo omaggio ai perseguitati a causa della giustizia. La prigione si frantuma attraverso una drammaturgia ispirata e di grande poetica immaginazione. In questo modo lo spazio si dilata in un gioco teatrale di rara  finezza, che racconta un mondo dolente pieno di dignità che conferma l’estro di uno dei maestri del teatro di figura italiano.

Asciugato in alcune sue lunghezze eccessive che appesantivano la prima versione, ci ha anche convinto “Io ti prendo per mano” del Tib Teatro di Belluno, regia e testo di Daniela Nicosia, già visto ai Teatri del Sacro, interpretato da una intensa e bravissima Paola Compostella e da Piera Ardessi.
Una figlia e una madre fanno i conti di tutta una vita in un dialogo doloroso intessuto di ricordi e dolci reciproci rimproveri, prima di una morte che le separerà per sempre.

Interessante anche l’originale rilettura di “Alice nel paese delle meraviglie” che Daniel De Rossi, in scena con  Jessica Zanella, opera ne “I Demoni del paese delle meraviglie”.
Protagonista, forse, è lo stesso autore del romanzo, confinato in un luogo-non luogo della sua mente, mentre parla con se stesso e con la sua creatura, con accanto solo Teddy, orsacchiotto di pezza.
Attraverso le sue confessioni, in stretto contatto con l’opera che lo ha reso immortale, vengono sviscerati il rapporto morboso, al limite della pedofilia, con l’infanzia e le difficoltà riscontrate con il mondo circostante. In questa maniera si materializzano tutte le numerose paure dell’uomo comune, che la stessa Alice ha dovuto esorcizzare nel suo viaggio bizzarro ed inquietante. E così prende forma l’assunto del capolavoro del romanziere inglese “Il surreale è la strada che ci porta alla realtà”.

Meno convincente delle sue precedenti produzioni ci è sembrato invece “Una testa piena di farfalle” di Vasco Mirandola. Qui, come suo costume, mescolando comicità e poesia, l’attore-poeta veneto disserta sulle cose della vita, ma le parole di Raffaele Baldini, Ugo Cornia, Paolo Nori, Andrea Benati, Ermanno Cavazzoni e Cesare Zavattini ci sembrano sfilacciate, saltellando di qua e di là tra le cose della vita, non raggiungendo così una vera unità di intenti.

Mentre solo un esercizio di stile fine a sé stesso ci è parso “Sogno di un uomo ridicolo”, adattamento teatrale di Francesco Laruffa (Teatro Scientifico) del racconto dello scrittore russo Fëdor Dostoevskij: l’attore, legato a una tavola bianca, racconta, con toni spesso sopra le righe, la storia di un sogno in qualche modo esemplare.

Poco ci ha convinto anche “Marzia su Roma”, dove Michela Mocchiutti, narrando le vendette anche cruente, seppur solo ipotizzate, sui politici di una shampista in Parlamento, non riesce a nostro avviso a far maturare lo spettacolo come creazione realmente intrisa di spirito civile.
Lo spettacolo rimane così, pur nella simpatia e nella verve espressa dal personaggio, solo una  denuncia poco approfondita e aneddotica dei mali della politica .  

Per un pubblico non solo di bambini, Gianni Franceschini ha proposto la sua particolare visione del “Vangelo”, nuova intensa e riuscita tappa del suo teatro narrativo pittorico, con la regia di Vincenzo Todesco e l’accompagnamento musicale di Marco Remondini.
L’artista veronese, ispirato anche dal capolavoro cinematografico di Pasolini, compie un viaggio personale all’interno dell’universo popolare dal quale sorge il mito di Gesù. Franceschini narra la vita e i miracoli di Cristo, dipingendo su grandi pannelli i volti della gente, gli apostoli e la figura di Gesù, alternandosi con musiche di varia atmosfera. Attraverso il giusto dosaggio emotivo di questa commistione di linguaggi, soprattutto nel finale, lo spettacolo riesce a toccare momenti di alta suggestione.

Interessante anche l’operazione che Barbara Riebolgel, in “Personae”, fa sul capolavoro di Bergman “Persona”, restituendo al teatro tutta l’ambiguità del rapporto tra l’attrice malata Elisabeth e l’infermiera Alma, destinate a scambiarsi le parti e a diventare una persona sola.
Parola, movimento, video e musica elettronica si fondono per riconsegnare teatralmente l’angosciosa disanima dell’animo umano presente nel film del grande regista svedese.   

Tra i brevi momenti di spettacoli ancora in allestimento ci ha molto interessato “Villan people”, originale rilettura in chiave contemporanea di Andrea Pennacchi di due capolavori del Ruzante, autore difficilmente rappresentato e rappresentabile: “Il Reduce” e “La Bilora”, riambientati per Pantakin nel Veneto degli anni Settanta, in cui si muovono personaggi rozzi e disperati, sempre alla ricerca di una felicità materiale impossibile da raggiungere, visti con occhio non sarcastico ma indulgente, esemplificatore di un mondo in lento disfacimento.

Misurabilia

ART(H)EMIGRA SATELLITE in Misurabilia

Molta la presenza della danza: dai giovanissimi e bravi Citepò di “Sogni e fagotti” con la loro drammaturgicamente confusa performance sulle migrazioni, a “File life” dove Giorgio Tollot e Laura Zago esprimono i loro desideri danzando per le vie di Feltre, al più compiuto “Misurabilia”, spettacolo che “si interroga sul concetto di conoscenza ironizzando sulla necessità tanto umana quanto riduttiva, di catalogare e leggere regole, laddove non ci sono che eccezioni”.

Folta la presenza anche del teatro ragazzi. Il Tam ha riproposto uno spettacolo di qualche anno fa,
“Il Canto dell’Albero”, in cui Flavia Bussolotto in collaborazione con il “maestro” Michele Sambin, con la luce il suono e la pittura digitale dal vivo di Alessandro Martinello, costruisce una sorta di elegia dell’albero.
L’attrice in scena, avvalendosi di aria, terra, acqua e fuoco, crea i semi, li pianta, fa nascere gli alberi e ne segue la crescita come madre affettuosa. Purtroppo il frequente uso della parola (che spiega ogni cosa) a nostro avviso inficia lo spettacolo, che invece ha la sua grande e propria forza – come del resto in tutte le creazioni di questo gruppo – nell’immagine e nell’uso poetico degli oggetti e dei gesti.   

Anche “Da grande sarò… Tiziano!” ha dalla sua parte diverse frecce, con un impianto scenografico cangiante di tutto rispetto e una storia molto particolare; ma qui è la recitazione bamboleggiante e una certa ripetitività degli accenti a frenare la riuscita di uno spettacolo di per sé interessante, dove la narrazione unita al teatro danza di Pippo Gentile e Alessandro Rossi ci fanno vivere il percorso intrapreso dal grande  pittore per uscire dai tepori rassicuranti dell’infanzia.

La danza viene anche utilizzata dalla compagnia Ullallà per narrare la celebre fiaba de “La bella addormentata” in “Rosaspina… storia di un bacio”, un progetto che parla attraverso la danza, la parola narrata in rima e il video: linguaggi che, per ora, non ci sembrano mescolati a dovere, ma rimane la curiosità di vedere compiuto tutto lo spettacolo.
 

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