The living room di Thomas Richards: tra emozioni arcaiche e ripetitività rituale

The living room

The living room (photo: Jorge Echeteber)

Tralasceremo in questa occasione i dovuti rimandi al lavoro di Thomas Richards, rimandando all’approfondimento di Renzo Francabandera in un reportage dal festival Vie di Modena, per partire dal “buono” del lavoro, ovvero da quell’atmosfera ospitale che ci accoglie al nostro ingresso nel luogo della performance: un’ampia sala, costellata perimetralmente da divani, tappeti, cuscini, sedie di legno e vimini dove ci vengono offerti bevande e cibo, in un’atmosfera rilassata che permette un tempo di calma, rallentamento, dove prepararci a ciò che vedremo.

È in questo clima domestico che lentamente nasce e si evolve “The living room” firmato The Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards, dove il canto e i movimenti simbolici, carichi di echi primitivi e arcaici, costituiscono la struttura fondante del lavoro, e dove la coreografia diviene esplicazione gestuale che sembra quasi un dipanarsi di sottotitoli all’azione scenica.

Il gruppo di attori offre singolarità davvero stupefacenti per tecnica e uso della voce – soprattutto le tre interpreti, Jessica Losilla Hébrail, Bradley High e Tara Ostiguy – e questa non è cosa alla quale siamo così abituati in teatro, sempre ammesso che di mero teatro si tratti.

In questa indagine antropologica fatta di canti tribali e gesti arcaici, che ci rimanda a tutti gli angoli del mondo, si ha l’impressione di risalire a un tempo lontano, alle radici dell’essere umano, alle tematiche di un viaggio inteso come percorso compiuto dall’umanità in millenni e in luoghi geografici a noi lontanissimi eppure vicini. I primi venti minuti sono travolgenti, ci ipnotizzano, ci chiamano ad assistere ad un rito che non conoscevamo e che sentiamo essere nostro, anche se non razionalmente.

Poi accade qualcosa. Tutto ciò che ci aveva sorpreso, coinvolto ed emozionato sembra trasformarsi a poco a poco in un rito che non si evolve, in qualcosa di ripetitivo, chiuso, dal quale ci sentiamo esclusi e, a poco a poco, hanno la meglio gli sguardi nascosti alle lancette degli orologi che anelano l’agognata fine; gli occhi si perdono nei volti degli altri spettatori, alcuni emozionati, altri perplessi, altri ancora in un furioso corpo a corpo con Morfeo. Si prova addirittura invidia per una coppia di bambini, uno abbandonato su un tappeto e l’altro in braccio al padre, che dormono il sonno dei giusti, un sonno profondo e sereno che noi adulti abbiamo da tempo abbandonato.

Ed ecco che il “buono” a cui sopra accennavamo deve fare i conti con la ripetitività; sfuma la comunione performer/spettatore, così tanto insita nell’atmosfera ospitale che ci ha accolto, e ci troviamo di fronte a uno spettacolo che a tratti arriva ad essere noioso, fino al momento in cui la perfomance lievemente scema, e siamo di nuovo accolti dall’accogliente atmosfera dove ancora sostare ‘ad libitum’ per sorseggiare di nuovo bevande e degustare un’ottima torta al cioccolato, uno degli elementi scenografici centrali della messinscena (absit iniuria verbis).

Questo elemento di “noia” certo toglie molto alle nostre impressioni iniziali, senza pur tuttavia nulla levare al profondo lavoro di ricerca che sta dietro alla performance e che fa sì che il lavoro meriti comunque di essere visto. In scena ancora stasera.

THE LIVING ROOM
diretto da Thomas Richards
con: Antonin Chambon, Benoit Chevelle, Shao Fo, Jessica Losilla Hébrail, Bradley High, Tara Ostiguy, Min Jung Park, Cécile Richards, Thomas Richards
The Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards
durata: 1h 30′

Visto a Pontedera, Teatro Era, il 28 febbraio 2013


 
 

No Comments

  • Omar Missini ha detto:

    Ho visto Living Room 2 anni fa a Pontedera, al Workcenter. Sono molto contento dell’attenzione dedicata a questo lavoro. Il Workcenter è portatore di un lavoro che non esiste più ( non perché ” il resto fa schifo”), cioè il lavoro di Grotowski, che è morto con lui, instillato miracolosamente dentro la pratica di Biagini e Richards.
    Il lavoro del Wokcenter che ormai è costretto ( per fortuna, almeno per la “divulgazione”) a tenere seminari in giro per il mondo ( in un anno penso che girino il mondo due volte)a causa dell’inesistente supporto finanziario, è in qualche modo ingiudicabile come spettacolo in se. Ricordiamo che G. non era interessato alla produzione di spettacoli. Ultimamente il W. sta lavorando anche a dispositivi performativi, come ad esempio I Am America, riduzione portatile dell’immenso lavoro Electric Party, fatto di 8 ore di canti su testi di Ginsberg.
    Tuttora il lavoro portato avanti da Biagini e Richards è la base imprenscindibile per chiunque si occupi di Performing Arts, una specie di dizionario, una base, quel continuo Why?Why”Why? a cui sono chiamate le persone che si cimentano nel lavoro nelle Acting Proposition che il W. propone ai seminari.
    Quello che voglio dire è che il Workcenter, che ha centrato il cuore del lavoro delle arti performative non può lavorare a dispositivi spettacolari, perché non è il suo lavoro. Infatti se lo spettacolo può risultare noioso è perché tutti quelli che hanno lavorato con Grotowski in un certo modo ( cioè tutti quelli che hanno fatto parte dei vari team di ricerca) non DEVONO fare spettacoli ma continuare a fare quello che lui faceva, cioè entrare al centro del rito, o dell’assoluto performativo. Esaurito il lavoro degli eredi primi di G. sarà finito il lavoro del Workcenter, e quell’immensa lezione, che sarà tramandata dagli allievi degli allievi servirà come dizionario. Non puoi leggere il dizionario senza annoiarti, ma è imprescindibile per “fare” le parole.

  • roberto ha detto:

    assolutamente legittima la percezione soggettiva dell’autore dell’articolo, ognuno riporta ciò che coglie …ma… ma…. temo che lo si stia guardando con gli “occhi” dello spettatore… quando forse..forse…c’era un’altra possibilità che poteva essere colta nell’essere nello stesso spazio dove si svolge la performance… forse si poteva sospendere la percezione ordinaria e con una certa ricettività si poteva cogliere qualcosa di molto sottile…lì..nell’aria, nello spazio… come una trasparenza che avvolgeva e inglobava lo spazio..
    misticismo? non proprio… consiglio solo di “respirare” entrando in quella sala…frse qualcosa di ciò che davvero avviene “fra” i performers può essere colto…
    in ogni caso questa performance è anche ..anche ..un ponte verso qualcosa di “spettacolare”… cioè che dovrebbe assumere senso per uno spettatore…quindi ben vengano le impressioni e i giudizi degli osservatori, testimoni, spettatori..

    ps: al commento sopra.. direi “richards e biagini”..non “biagini e richards”…non è lana caprina, ma diciamo un’indicazione che ha senso 😉

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