19° Stato dell’Arte: nel retrobottega insieme agli artisti

Ph: Daniela Arcudi
Ph: Daniela Arcudi

L’iniziativa del Progetto Cresco ospitata per la prima volta alla Maison des Artistes di Bard, neonata struttura per le arti performative diretta da Luca Ricci

Trovare tempo e spazio per dar voce e sostegno a progetti ancora in fieri: è questo lo scopo de “Lo Stato dell’Arte”, iniziativa portata avanti dal Progetto Cresco, e giunta alla sua 19^ edizione.
Ospitata per la prima volta nella neonata MAB – Maison des Artistes di Bard (Aosta), la due giorni si è mostrata come un’occasione di riflessione sulle diverse metodologie di lavoro degli artisti invitati, facendo emergere l’importanza di più sguardi esterni che puntellino, pongano domande e aprano riflessioni agli artisti stessi durante la messa in opera di uno spettacolo.

In questo caso specifico, il luogo che ha ospitato l’incontro, appena inaugurato, ha senz’altro svolto un ruolo cruciale. Le mura ancora fresche di pittura, l’isolamento in un borgo abitato da cento persone su cui svetta l’imponente forte di Bard, la piacevole accoglienza della compagnia valdostana Palinodie, che questa struttura l’avrà in gestione per otto anni, hanno contribuito a creare uno spazio raccolto adatto per lo scambio, fuori dal turbinio di festival o altri eventi.

A far da padrone di casa della struttura, Luca Ricci, ideatore del festival Kilowatt, che per tre anni sarà anche direttore artistico della MAB: “Questo luogo nasce da un progetto di cooperazione transfrontaliera fra Italia e Francia che il comune di Bard ha realizzato insieme a due comuni dell’altro versante delle Alpi, Aussois e Avrieux. Questi piccoli borghi volevano costruire una serie di azioni culturali che incentivassero il turismo, in maniera specifica quelli francesi, che hanno una storia legata al turismo sciistico, ora sempre più in crisi. Nel caso di Bard [capofila del progetto Transit, ndr] c’era questo vecchio albergo chiuso da molti anni, che il Comune aveva intenzione di riconvertire in luogo culturale. Mi hanno chiesto di fare il direttore del progetto complessivo, e ho accettato perché mi sembrava una sfida stimolante”.

La MAB, che include, oltre alle camere per soggiornare, una cucina, angoli di condivisione e uno spazio teatrale, ha tutte le attrezzature necessarie per i suoi obiettivi: essere luogo di residenze, in cui gli artisti possono studiare, progettare e costruire percorsi di lavoro; ma anche spazio di formazione, con masterclass sia per i giovani che per i professionisti di tutta Italia, e non solo: “Lavoreremo con il Lac di Lugano, il Das Theatre di Amsterdam, l’ambasciata di Francia in Italia…” anticipa Ricci. E sarà anche luogo per convegni e altre occasioni d’incontro, come quella proposta da Cresco. Il tutto tenendo conto della promozione del territorio.

Ed è sempre Ricci a ricordare l’idea originaria de “Lo Stato dell’Arte”, nato su proposta di Elena Lamberti: “Nel 2018 venne fuori quest’idea: il tentativo di andare nel retrobottega degli artisti, di creare un tempo sottratto alla produttività immediata per facilitare un dialogo interno fra di loro, che a volte accade magari perché bevi una birra insieme… però in maniera strutturata, programmatica, non ci sono spazi dove è possibile farlo”.

Quattro gli artisti invitati in questa 19^ edizione, con progetti e discipline artistiche differenti: Fabrizio Pallara di Teatro delle Apparizioni, la danzatrice Stefania Tansini, Giorgia Russo di MagdaClan e Girolamo Lucania di Cubo Teatro. Oltre allo sguardo esterno del cosiddetto “testimone interessato”, questa volta quello di Chiara Organtini, curatrice della Lavanderia a Vapore di Collegno (TO), di chi scrive e di alcuni membri di Cresco (Tommaso Bianco, Francesca Esposito, Ester Tatangelo).

Volessimo far emergere dei punti in comune, prima di addentrarci nei singoli progetti artistici (di cui, per ovvie ragioni, non sveleremo troppi dettagli), potremmo forse dire che tutti i lavori presentati affondano le rispettive origini in idee nate diversi anni prima e poi sedimentate, e che adesso hanno trovato il tempo “giusto” per emergere ed esprimersi.

Altro elemento chiave fuoriuscito è quello del metodo di lavoro per costruire uno spettacolo: c’è chi ne sente la mancanza e ne va alla ricerca, chi lo dà per assodato e chi ne vorrebbe sperimentare uno nuovo per un progetto specifico.
E se il processo di elaborazione di una performance può essere più o meno lineare, più o meno esperienziale, a volte il metodo è già lì accanto, e ha solo bisogno di essere “visto” attraverso uno sguardo differente, magari agevolato dal confronto con altri artisti. 

Ma ciò che l’incontro di Bard ha regalato a tutti è la libertà di mettersi in gioco a carte scoperte in un luogo “protetto”, sviscerando le proprie idee e i processi in corso, donandosi allo sguardo di altre discipline che esplorano e a volte scombussolano le proprie certezze, acuendo i dubbi o facilitando nuove intuizioni. Perché lo scambio d’idee passa anche attraverso la contaminazione e l’utilizzo di codici diversi.


Passiamo ai progetti presentati, la cui diversità per generi, tematiche e approcci fa parte della ricchezza di queste giornate.

Fabrizio Pallara – Teatro delle Apparizioni

Fabrizio sta lavorando ad uno spettacolo la cui idea iniziale rimanda a cinque anni fa: “Quest’anno mi è stato chiesto di fare una regia per il Teatro Gioco Vita di Piacenza. E questo progetto, che stava nel cassetto da tempo, ha trovato casa perché ho capito che era la giusta situazione produttiva in cui realizzarlo”.
L’idea parte da una fiaba giapponese del 1300, una sorta di Pollicino: “E’ interessante come alcune fiabe archetipiche, in varie parti del mondo, si assomiglino tanto. La storia è molto semplice: racconta di una coppia che non riesce ad avere figli, quindi prega continuamente di poterne avere uno, anche piccolissimo. E questo figlio arriva”.
Ma nel villaggio rurale in cui vive e cresce, a causa del suo essere tanto piccolo non riesce a lavorare, non è forte, non ha competenze, non solo è diverso ma inutile: “In questo suo essere inutile cerca quindi forme differenti per resistere, per esistere. E trova nella danza il modo in cui, all’interno della società, può dare un contributo. Passa il tempo e sente che la sua situazione lì però non gli basta più. Quindi parte e va nella grande città”.

E’ questo l’inizio di una storia della tradizione che Pallara ha rielaborato e che vedrà protagonista, moderno Pollicino, un piccolo robot che si programma attraverso un sistema Basic, uno dei più semplici che esistano: “E’ una tecnologia molto analogica, ed è proprio un robot d’altri tempi, io lo trovo molto fragile. Ho cercato di mettere insieme questi due mondi: la fiaba tradizionale del 1300 con una dimensione contemporanea, e ho iniziato a riscrivere la storia”. Ma in questo nuovo racconto Pallara ha voluto l’intervento dell’intelligenza artificiale, chiedendo a ChatGPT di ri-narrare la storia secondo il suo punto di vista. Poi si è aggiunto un ulteriore passaggio: “Ho cercato un generatore di voce” e quindi il piccolo robot parlerà attraverso una voce che al momento ricorda quella di un bambino straniero. Insieme al robot, in scena ci saranno due attori; e un ruolo fondamentale lo avranno le ombre, in uno spettacolo che avrà un forte impatto visivo.

Ph: Francesca Esposito
Ph: Francesca Esposito

Il progetto apre a numerose domande e riflessioni sul rapporto con la diversità, che muta nelle epoche e oggi si relaziona anche con l’intelligenza artificiale, e quindi con qualcosa che è diverso dall’umano ed è entrato a far parte di una conversazione sociale ed etica rilevante. Ma sarà anche un “interrogarsi sul senso dello stare al mondo” conclude Pallara, per uno spettacolo che punta a parlare sia ai bambini che agli adulti, affinché sguardi diversi possano stimolare messaggi e curiosità differenti.

La “Madeleine” di Stefania Tansini

Dopo “L’ombelico dei limbi” e altri due progetti su “My body” la danzatrice e coreografa Stefania Tansini sta lavorando ora a “Madeleine”, nome evocativo che porta in sé numerosi riferimenti (da Proust a Maria Maddalena…). Il nuovo progetto affonda però le basi in maniera importante nel percorso da cui stava arrivando: “Dopo ‘L’ombelico’ ho cercato di pormi in ascolto di me stessa per capire cosa davvero mi interessava della danza, dello stare in scena e del corpo”.
Stefania aveva iniziato un’indagine “legata allo scardinamento del luogo in cui l’accadimento avviene, alla ricerca della relazione tra il contesto dell’azione e la figura che ne è protagonista”.
Il desiderio era togliere tutto il superfluo, andando all’osso delle questioni, sia per quanto riguarda lo spazio (via gli oggetti inutili: le tende, il linoleum…), sia per il corpo, così come nella scrittura coreografica e nello “stare” del corpo. Aveva quindi intrapreso un ragionamento su ciò che è davvero essenziale: “Voglio togliere, togliere, togliere: cosa rimane?”.

Stefania Tansini (ph: Francesca Esposito)
Stefania Tansini (ph: Francesca Esposito)

Questo tipo di lavoro “ha aperto una voragine nel mio percorso rispetto alla relazione fra il teatro e la realtà: sottrarre le materie alla loro funzione, sia essa sociale, di ruolo… Ma anche lavorare rispetto a qualcosa che già c’è, quindi sottrarre la dimensione della creazione, intesa come sovrastruttura rispetto a qualcosa che esiste già, nello spazio e nel corpo. E’ quindi emerso un percorso coreografico che, pur non snaturandosi nel suo iter, accoglie, si apre e si modifica rispetto ai contesti e alle possibilità che i luoghi offrono: da una parte è sempre lui, il progetto, dall’altra è completamente rinnovato. E c’è una dimensione di stabilità e di instabilità anche nella messa in scena”.
Il desiderio, per “Madeleine”, è di collegarsi ad alcuni risvolti de “L’ombelico dei limbi” andando ad approfondire la dimensione del corpo (l’analisi e l’attenzione verso lo stare del corpo) e il suo collocamento nello spazio, sia esso teatro, strada o un altro luogo.

“Voglio affrontare questo nuovo lavoro ponendo attenzione al processo metodologico. Per me non c’è un processo lineare di creazione, ed è importante la dimensione esperienziale. In quest’ultimo anno mi sono concessa un tempo di ascolto per capire cosa voleva dire per me affrontare un processo creativo, un tempo in cui i dialoghi con i collaboratori sono generativi”.
E in “Madeleine” lo saranno in maniera particolare: “Questo lavoro non sarà un ‘solo’, ma vedrà probabilmente una molteplicità di corpi. Nel 2025 sto quindi facendo una serie di residenze e incontrando persone che istintivamente sento possano accompagnarmi”.

Da qui anche la riflessione sul formato del lavoro, che Tansini sta ancora ricercando: “In questo anno sto collezionando gli ingredienti e sto cercando di preparare un terreno fertile non solo dal punto di vista delle presenze in scena, che per me sono fondamentali, ma anche degli ingredienti sonori, dello spazio, dei vestiti… Nel 2026 vorrei tirare tutti questi fili e trovare una forma anche rispetto al ‘dispositivo di sguardo’: dove viene messo lo spettatore? Metterò in discussione la frontalità classica?”.

Ma ha chiara l’idea della struttura drammaturgica e del rapporto con chi abiterà il suo lavoro, perché in “Madeleine” ci sarà una drammaturgia “a maglie larghe”: “La scrittura ci sarà, ma il modo in cui i corpi la attraverseranno sarà dei singoli performer, affinché i loro corpi facciano emergere verità rispetto a quello “stare”. La scrittura insomma non dovrà essere soffocante. Non ci sarà un’imposizione dall’alto. E ci potrà essere una liberazione dalla scrittura stessa. Il mio ruolo sarà quello di gestire questo assoluto “fuori controllo”, aprendo la coreografia allo spazio dei performer, ma allo stesso tempo senza far perdere alla coreografia vitalità e quel rigore dato dall’acutezza delle presenze”. Ecco perché al momento la ricerca della coreografa, attraverso le residenze, verte su chi meglio risponderà a questa chiamata.

Il progetto avrà una forma espansa, e Tansini guarda già ad un ulteriore tassello previsto per il 2027: “Vorrei fare anche un focus sulla dimensione video, sul linguaggio del video, che mi sta accompagnando perché è un mio metodo di lavoro durante i processi”. Un’ulteriore linea drammaturgica che diventerà progetto nel progetto.

“Sweet Molotov” di Giorgia Russo – MagdaClan

Siamo questa volta nell’ambito del circo contemporaneo, e fra quelli presentati “Sweet Molotov” è il progetto più vicino al debutto, che avverrà all’interno del Pennabilli Festival, in provincia di Rimini, a metà giugno.
Partiamo dal titolo, suggestivo: “Mi piacciono gli ossimori – spiega Giorgia – Il progetto era partito come “Mamma molotov”: in un Paese, l’Italia, in cui c’è una certa idea di madre, ho iniziato a pensare che esistono madri che vanno a tirare le bombe, eppure possono essere comunque materne e tornare a casa ad amare i propri figli…”.
Da qui un pensiero più ampio: “Quanto, anche noi, siamo dolci ma al tempo stesso magari iper-violenti? Questo tema si rifà ad un altro argomento che mi affascina molto: la non linearità della persona. Trovo che un essere umano sia molto vero nel momento in cui mostra le proprie increspature: se una persona non fa una grinza non le credo troppo, credo invece nelle cadute di stile, negli spazi neri che abbiamo…”.

Giorgia Russo (ph: Francesca Esposito)
Giorgia Russo (ph: Francesca Esposito)

Pur senza avere una volontà autobiografica, “Sweet Molotov” sarà anche un lavoro sui ricordi, e sul dolore che possono smuovere dentro di noi, sulle tracce che lasciano.
E per questo progetto Giorgia, lei stessa madre di due bambini, si è messa alla prova: sia lavorando ad uno spettacolo in solitaria, e non come compagnia, sia sperimentando nuovi strumenti. Ma anche interrogando sé stessa e il proprio lavoro alla ricerca di un metodo che si muova tra la stesura del testo (o, meglio, dei numerosi testi che accompagnano il suo progetto, realizzato in collaborazione con una drammaturga) e la partitura fisica dello spettacolo, che mischierà le tecniche e i codici circensi (il rischio, il disequilibrio, un certo tipo di sorpresa…) con quelli del teatro.

Il processo di elaborazione dello spettacolo ha portato alla costruzione di una sorta di scheletro “fisico” al centro della scena che, grazie ad un lavoro sulle luci, permetterà di creare set differenti: ogni tanto sarà un faro, altre una gabbia, altre ancora una torre: “Mi piace questa capacità così cangiante che può avere la stessa struttura, che prende le mosse da un trabattello, ed è voluta come una gabbia aperta. Il fatto che io sia dentro questa gabbia mi ha aiutato a sviluppare la riflessione sui ricordi, su quello che si ha dentro: su quanto i ricordi possono bloccare, imbrigliare. Ma allo stesso tempo anche su quanto ci imbrigliamo da soli, e quindi su come si possa uscire da quella gabbia”…

“Leo” di Girolamo Lucania – Cubo Teatro
Cubo Teatro è una realtà torinese che nasce intorno al 2018, e l’anno successivo dà alla luce il primo spettacolo.
Ottiene una rilevanza a livello nazionale grazie al monologo “Sid, fin qui tutto bene”: protagonista è Alberto Malanchino, padre italiano e madre del Burkina Faso, che vince il premio Ubu 23 come miglior attore under 35.
Girolamo inizia il suo racconto contestualizzando il metodo di lavoro collettivo che li caratterizza: “Siamo un gruppo particolare: ci sono io, ci sono dei compositori, dei musicisti, degli artisti visivi e dei performer. L’approccio alla creazione è collettiva: tutti siamo contemporaneamente in sala dal giorno zero. E anche dal punto di vista testuale, nonostante facciamo un teatro che fondamentalmente si basa sulla parola, in realtà il testo arriva come ultima cosa, perché la drammaturgia per noi è intesa come composizione di tutti gli elementi che sono poi in scena”.

Il futuro spettacolo, “Leo”, anche in questo caso ha radici non così vicine: “L’idea nasce parecchi anni fa da Alberto” spiega Lucania, e si ispira alla vita di Leone Jacovacci, pugile italiano nato in Angola, che diventa campione italiano ed europeo dei pesi medi nel 1928. Il padre è un ingegnere italiano e la madre una principessa congolese. Da piccolo viene portato a Roma dal padre, che lo sottrae per sempre alla madre. Ma a 16 anni Leone si imbarca come mozzo e va in Inghilterra per sfuggire ai pregiudizi razziali. A Londra si fa chiamare John Douglas Walker, si arruola nell’esercito inglese e diventa un pugile di successo.
“Torna in Italia più o meno attorno agli anni ‘20. E riprende il suo nome, Leone Jacovacci, ma nonostante abbia una nazionalità italiana, la federazione di pugilato non lo riconosce come italiano. Per poter entrare nella federazione, Jacovacci deve iscriversi al partito fascista, diventando poi campione europeo dei pesi medi sotto bandiera italiana nel ‘28. Dopodiché la sua vita si perde e finirà la sua esistenza come portinaio a Milano”.

Leo di Cubo Teatro
Leo di Cubo Teatro

La storia di Jacovacci sarà la base di partenza per esplorare altri territori. “Non è l’obiettivo del lavoro. Abbiamo fatto un paio di residenze: in entrambe, a Milano e a Roma, abbiamo avuto la possibilità di lavorare dentro le palestre popolari di pugilato, ed è una cosa che continueremo a fare. Stiamo partendo dai territori di confine della città, le periferie. In entrambi i casi abbiamo incontrato un mondo: siamo stati lì, abbiamo osservato, esplorato, fatto esercizi con gli atleti, sia amatoriali che agonisti, lezioni di pugilato…”.
L’idea di Cubo Teatro, “attraverso quello che ci viene detto spesso dai black italians, è che a loro mancano dei modelli: servono modelli positivi, non hanno punti di riferimento, gente che in qualche modo ce l’ha fatta”.

Altro elemento fondamentale del lavoro, ancora agli inizi, sarà rappresentato dalla fatica: quella di lottare, di esistere, di avere uno scopo, di essere visto e riconosciuto, la fatica di vincere ma anche di fallire… una fatica testimoniata dal sudore. “E’ quasi come se fosse necessario, dopo tanto parlare, un ritorno al corpo”.
La storia di Leo sarà quindi un pretesto per unire riflessioni tra passato e presente, fra quello che è stato (ma non sarà un lavoro sul Fascismo) e quello che le nuove generazioni stanno attraversando, facendo emergere esperienze vere, sul campo, che si intrecceranno o saranno parallele alla vita di Jacovacci, con Alberto Malanchino di nuovo protagonista.

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