Quarantesima edizione per il festival diretto da Fabrizio Grifasi, che prosegue fino al 16 novembre
Due performer entrano in scena, un po’ alla spicciolata, dal fondo, sotto una qualità di luce che resterà, pur nei suoi mutamenti, la stessa, asciutta, larga, priva di enfasi e di smaccati cromatismi. Entrambi vestono un bomber nero, dalle maniche di ciascuno spunta una coppia di mani piccole e bianche.
Si inginocchiano l’uno di fronte all’altro e le avvicinano, fino a toccarsele. Quando il contatto delle mani si dà in suono, esso è un rintocco come di terracotta, granuloso, con uno smacco terroso che rompe il silenzio in modo inatteso. E quando quelle due coppie di mani, impegnate nel gioco infantile che tutti conosciamo di batterle, solitamente sui versucoli di una filastrocca, pezzo per pezzo si vanno fratturando, sbriciolando, dito dopo dito, lasciando monche le figure dei performer, quando ciò accade, sembrerebbe evidente che “Inhale. Delirium. Exhale” si giocherà tutto sulla materia.
Eppure, a questa apparente dichiarazione di indirizzo (o a questa nostra sovra-interpretazione) non sarà tenuta fede che in parte, nonostante la seduzione del testo di Jeroen Olyslaegers che metaforizza seta, cashmere e carica elettrostatica quali elementi centrali, più o meno tangibili, dello spettacolo. Tali materiali sono qui usati in una modalità di serissimo gioco, di esplorazione asistematica, compiuta testandoli, impiegandoli in azioni non contemplate dalla loro natura, pratica in cui interverrà la figura dell’accumulazione.
Ma il performer che avvolge su una gamba il tessuto in innumerevoli pirouette è meno simile all'”Orlando” di Sciarroni che a un clown che si cava dalla strozza metri e metri di fazzoletto multicolore.
D’altronde il lavoro di Miet Warlop, artista fiamminga nata nel 1978, per la prima volta nella capitale grazie al Romaeuropa Festival, è soprattutto un interessante miscuglio di generi.
Se la danza vi è presente in quanto si organizzano figure e oggetti in una forma coreografica, movimento ordinato dall’uso di una musica esplicita, più o meno ritmata ma comunque trainante, non si negherebbe al lavoro lo statuto di una performatività installativa: i materiali, prima o poi, si concretizzano in oggetti, in funzioni significanti, staccandosi quasi dal flusso del tempo per mostrarsi statici in figure icastiche.
Le “scene” di “Inhale. Delirium. Exhale” sono dunque accostate le une alle altre.
Esplorando dall’interno la struttura di ciascuna di esse, accanto alla reiterazione, ha la meglio un’altra formula, quella della carica e dell’esplosione: spesso i performer allestiscono una situazione che si compie in prossimità del momento finale, solitamente con un effetto visivo sorprendente.
Materia prima su cui insistono queste costruzioni sono la seta e il cachemire, come si anticipava, metri e metri, persino chilometri (sei e mezzo, per la precisione) di tessuto sciorinati sul palco, ora lasciati cadere da una delle cinque americane motorizzate che prendono parte attiva allo spettacolo, ora svolti e riavvolti da due rotoli pure motorizzati, ora gonfiati da due potenti ventilatori, ora scossi al vecchio gioco delle onde, o ancora condotti in scena dagli stessi performer, raccolti o avvolti sul loro corpo, infine persino proiettati da una sorta di cannone ad aria compressa.
Una simile struttura avvicina il lavoro di Warlop a un altro linguaggio performativo, quello circense. Sotto il tendone, il rullo di tamburi prelude al virtuosismo maggiore; una laboriosa preparazione di pedane sovrapposte prepara alla scalata dell’equilibrista, suggellata dall’apertura trionfante delle braccia e del sorriso; qualche oscillazione neutra consente al trapezista di prendere le misure per il volteggio più arduo.
Questa dimensione circense è evidente nel lavoro di Warlop anche nell’ambigua natura di performer e tecnici di palco, che operano insieme, appena distinguibili da dettagli del costume, un doppio ruolo ibrido, “sporco”. Ed è chiara anche nell’inclusione dei tempi tecnici di preparazione di un acme nel tempo di rappresentazione, allo stesso modo della democratizzazione del gesto meramente di servizio (come l’agevolare l’ingresso dei tessuti nei grandi rulli che li convogliano o la regolazione della potenza dei motori elettrici) a quello coreografico. Tutto ciò apre a un’idea di condivisione di palco che, esclusi i casi in cui essa è tematizzata, ritroveremmo in teatro (al massimo) nella diffusa pratica della consolle di regia in scena.
Non si tratta qui di spalancare le quinte e portare in scena lo scheletro tecnico di un lavoro, fra i tiri e le prese di servizio, ma di far emergere quello scheletro sulla pelle, rendendo visibili i movimenti delle articolazioni, il corso sanguigno. Il che è, nel circo, comunissimo: gli aiutanti passano gli oggetti all’equilibrista; la fanciulla è insieme attrazione, bersaglio per il lanciatore di coltelli, che poi stacca con energia dal pannello.
Il risultato della dislocazione in uno spazio teatrale di una simile prassi è che l’attesa si fa ancor più vibrante, nella moltiplicazione dei macchinari e della preparazione della scena, nella mole ipertrofica dei materiali, gettati nella finestra rettangolare del boccascena del teatro Argentina. Grande attesa non solo del virtuosismo, della bella immagine, senza dispendio elargiti, ma di un soccorrevole atto di pensiero che, se non altro, metta chiaramente insieme tutto il dispendio di energie profuso.
INHALE, DELIRIUM, EXHALE
Ideazione, scenografia e regia: Miet Warlop
Musica: in collaborazione con DEEWEE
Interpreti: Milan Schudel, Emiel Vandenberghe, Margarida Ramalhete, Lara Chedraoui, Mattis Clement, Elias Demuynck
Scenografia: Miet Warlop in collaborazione con Mattis Clement
Costumi: Miet Warlop in collaborazione con Elias Demuynck sotto la supervisione di Tom Van Der Borght
Stage: Nel Gevaerts / KITOS & Nana Bonsu, Sofia Ristori / Ursulinen Mechelen,
Creativi tessili: Ginger Bogaert, Rowan Boeijen, Michelle Van Neste
Light design: Henri Emmanuel Doublier
Luci: DREEETEN Bert van Maris / Thomas Deptula
Suono: Ditten Lerooij + Hector Devriendt/Niels Orens
Assistente alla regia: Marius Lefever
Coordinamento tecnico: Pepijn Mesure
Outside eye: Danai Anesiadou, Giacomo Bisordi
Tour / Direzione generale: Saskia Liénard
Distribuzione: Frans Brood Productions
Durata: 55′
Applausi del pubblico: 3′
Visto a Roma, Teatro Argentina, il 24 settembre 2025
