“Siamo Nicola e Niccolò e siamo pronti a rinnegare tutto, siamo pronti a salire sul carro dei vincitori”
E’ quasi un privilegio assistere a uno spettacolo che parla del nostro oggi, dei tempi grami che stiamo vivendo, messo in scena da due artisti delle nuove generazioni che abbiamo seguito sin dai primordi, e che dimostrano di saper lavorare con passione e un’intelligenza irrorata di ironia.
L’esperienza ci è stata regalata da Nicola Borghesi (classe 1986) e Niccolò Fettarappa (1996) con “Uno spettacolo italiano”, che abbiamo visto a Bologna, nella sala Thierry Salmon del Teatro Arena del Sole, dopo il debutto a Modena lo scorso novembre.
L’idea è semplice: in un’Italia cambiata, in cui i loro «spettacolini di Sinistra» non hanno più spazio, i due autori e registi decidono che l’unica soluzione per sopravvivere, non sapendo far altro nella vita che il teatro, è quella di diventare artisti di Destra.
Fin da subito avvertiamo il sapore amaro di una irriverenza ironica, sempre insita nello stile dei nostri due, con l’inno di Mameli cantato a squarciagola da un gruppo scelto di persone che presidiano lo spazio scenico, ben segnalato, con una nave che sembrerebbe difenderne i confini, con annessi bandiera e crocifisso. Al centro di tutto ci sono infatti Dio, Patria e Famiglia (valori che, come sappiamo, all’occorrenza possono tuttavia essere traditi), come è d’obbligo per uno spettacolo che indaga l’aria che tira, un lavoro che entra, a furia di paradossi, nelle viscere della Destra vincente, non risparmiando l’inettitudine e la spocchia della Sinistra.
Fettarappa e Borghesi, dandosi continuamente il cambio, ci regalano tutte le fisime e le contraddizioni della cultura imperante, in un continuum che diventa sempre più lacerante e che, sotto l’apparente riso, ci mostra una realtà in qualche maniera agghiacciante.
E’ in questo modo che nasce una specie di cabaret destrutturato, composto da personaggi sintomatici che si trovano smarriti in un mondo capovolto o che, al contrario, vi si trovano finalmente a loro agio.
In tutto questo c’è posto anche per un personaggio che ci appare in busto, un immaginario sottosegretario alla Cultura a cui danno voce i nostri due nuovi giullari: un busto che cerca di ammaliarli, perché in ognuno di noi si nasconde un poco di Destra, quando ci fa comodo.
Così Fettarappa, per esempio, si ritrova fuori luogo in un rave, raggruppamento tanto odiato dalla Destra, ad Anguillara, diventando però poco dopo un inflessibile carabiniere, sempre pronto a trovare il male anche dove non c’è (arriva l’uomo nero, noi lo rimpatriamo!), mentre in una specie di incubo a Borghesi è offerto un posto fisso e ben retribuito in Rai, per scrivere un ricco campionario di storie che esaltino i valori delle nuove forze in campo.
E’ comunque il finale a rendere lo spettacolo ancor più lacerante, quando un piastrellista di Crevalcore, convintamente di Destra, ad un certo punto si impossessa dell’intellettuale di Sinistra Borghesi e in qualche modo gli chiede perché lo ha abbandonato: lui è stato costretto a essere di Destra perché è rimasto solo! Non gli interessano le seghe mentali che arrovellano il teatrante, tantomeno i discorsi sul gender, l’antifascismo o il cambiamento climatico (tanto quando arriverà il peggio, lui non ci sarà più); a lui interessa soprattutto arrivare a fine mese per dar da mangiare alla sua famiglia!
E’ qui che percepiamo con pregnanza il diaframma avvenuto, tra ciò che avremmo dovuto fare e invece non abbiamo fatto, come fronteggiare l’idea che la profondità fosse sinonimo di pesantezza, che la cultura avrebbe dovuto essere sempre in relazione con quello che le succedeva intorno e non essere chiusa in sé stessa (e Fettarappa e Borghesi giocano molto su questo, anche con il pubblico). Ed è così che lo spettacolo si mostra anche come un saggio irriverente sull’identità perduta della Sinistra.
Come succede spesso ai giullari, che prendono in giro il potere qualunque esso sia, a volte vi è qualche facile semplificazione di troppo, ma sono peccati veniali, che in uno spettacolo di malinconico e scoppiettante cabaret, così particolare, ci possono anche stare.
Alla fine emerge un’umanità immaginata che, tuttavia, ci circonda: un mondo al contrario, e non quello pensato da Vannacci, ma davvero al di là di Destra o Sinistra, un mondo che ha perso ogni coscienza morale e civile. E ancora una volta, in modo profondo e al di là della “buffoneria”, il teatro ci fa intendere le colpe di tutta una generazione, che ha lasciato a Nicola e Niccolò un mondo peggiore di quello che volevamo cambiare. L’unica consolazione? Come i due artisti abbiano avuto la capacità di mostrarcelo in tutto il suo quotidiano orrore.
Il 9 giugno al Concentrico Festival di Carpi.
Uno Spettacolo Italiano
un progetto di Niccolò Fettarappa e Nicola Borghesi
drammaturgia e regia Niccolò Fettarappa e Nicola Borghesi
con Niccolò Fettarappa e Nicola Borghesi
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Agidi, Sardegna Teatro
durata: 1h 15′
Visto a Bologna, Teatro Arena del Sole, il 30 marzo 2025
