Un domingo. Florent Bergal al Campania Teatro Festival

Un domingo
Un domingo

Il regista francese e il collettivo di artisti Proyecto Migra danno vita ad uno spettacolo di teatro che fonde la scuola francese di circo contemporaneo, la tradizione argentina del circo “criollo”, l’opera e il teatro di prosa

Scoppiettante, debordante, esorbitante. A tratti eccessivo, di quell’eccesso cercato e condotto oltre le soglie di un espressionismo irregolare, teso a portare a sintesi linguaggio scenico teatrale e acrobazie circensi. Pantomime farsesche, fatte di movimenti coreografici rapidi e incalzanti, voli, salti, lotte, oggetti che rotolano, corpi che caracollano, stoviglie che s’infrangono. È una giocoleria sfrenata e turbolenta “Un domingo”, prima europea andata in scena al Campania Teatro Festival, spettacolo che vede giostrare in sarabanda di situazioni ridanciane e grottesche un ensemble argentino, diretto dal francese Florent Bergal.

“Un domingo”, “una domenica”, il giorno della festa più o meno in tutte le culture del globo terraqueo. Ma c’è domenica e domenica; ci sono domeniche che sanno di ragù, pastarelle e convegno familiare; qui, in questa dimensione votata all’eccesso caricaturale, è una domenica che sa di sedizione impropria, di deflagrazione dapprima incipiente, poi progressiva e galoppante, in un crescendo di situazioni grottesche che si concatenano e che hanno sì, come nucleo narrativo, un interno familiare, ma decisamente sui generis per le dinamiche che si susseguiranno e per il modo di andarle a comporre.

Sul palco del Teatro Nuovo di Napoli – e sfruttandone le immediate adiacenze della platea – si dipana una storia dal canovaccio essenziale e facilmente intellegibile, anche se per buona misura scorrono dei sottotitoli sugli schermi laterali a facilitarne ulteriore comprensione. Uno spasimante, apparentemente un campesino, entra dalla platea portando in dote una grossa zucca da regalare alla sua innamorata; costei, vestita d’un bianco muliebre e accomodata su una poltrona rossa, ha un cavo agganciato alla testa, issata dal quale comincerà di lì a poco a volteggiare nello spazio scenico; uno spazio scenico che ha i contorni essenziali di uno schematico interno domestico (un tavolo con sei sedie, la poltrona su cui penzola un lampadario, un quadro affisso al controsipario che funge da parete di fondo).
Seguirà via via l’apparire in scena del resto dei membri del parentado, in primis un eccentrico pater familias, interpretato da un gigioneggiante Tato Villanueva, che fa il proprio ingresso in una improbabile mise di raso verde, smeraldina e sgargiante, comprendente una vestaglia e dei pantaloncini, petto rigorosamente nudo da cui pende un grosso corno; dalla sua comparsa sul palco in poi la giocoleria perde ogni freno, e gli stessi cambi d’abito andranno sempre nella direzione di un kitsch esagerato e smargiasso, fino a che, all’apice delle sue gargantuesche evoluzioni, ce lo ritroveremo completamente nudo adagiato sul tavolo.

Insieme a lui, il resto degli attori, interpreti e acrobati in magmatico fluire (Juan Fernandez, Sofia Galliano, Gabriela Parigi, Tomy Sokolowicz), i quali contribuiranno, intersecando acrobazie, pantomime e contorsioni, a costruire quel ritmo narrativo in cui la briglia si scioglie dal principio per saltabeccare senza soluzione di continuità fino alla fine. Fine che racconta di una storia d’amore contrastata, che forse conoscerà migliore fortuna, o forse no, non è dato saperlo, ma lascia quel desiderio latente di due anime (e due corpi) immersi loro malgrado in quel vorticoso bailamme domenicale sospeso tra la costrizione relazionale di un dittatoriale contesto domestico e la speranza di un altrove possibile.

Ne vien fuori una commedia godibilissima per la sua dichiarata e possente anima saltimbanca, accattivante per quel pur non dichiarato ma assolutamente non celato gioco del teatro, che diverte e si diverte, e mentre lo fa non lesina di ricordarcelo allorquando compare nelle mani del capofamiglia un libro sulla cui copertina campeggia la scritta cubitale “TEATRO”, mentre ci ricorda, ove mai non ce ne fossimo accorti che loro sono “personaggi di teatro”, lì in scena a raccontarci una storia possibile in uno stile implausibile, in una fracassona caciara organizzata, al culmine della quale poco conta quale sia il senso narrativo di ciò che è stato inscenato, perché ci resta un fragore di corpi attoriali che, nel mettere in scena una pantomima teatral-circense, hanno di fatto messo in scena sé stessi e il loro essere artisti.

A quel fragore fa eco il lungo applauso della platea, al cui spegnersi, il regista Florent Bergal compare sul palco a ricordare – come una sottolineatura ulteriore – quanto sia precaria la situazione dei teatranti, non solo qui in Italia, ma anche dall’altro lato dell’Atlantico.
Ce lo dice con la voce emozionata e commossa, dopo avercelo mostrato, sub imagine fabularum, in uno spettacolo che strappa sorrisi e suscita ammirazione, mentre giocando alla farsa circense di fatto ci racconta del sentimento agrodolce – gioioso per il piacere di farlo, corrucciato per le difficoltà intrinseche del poterlo fare – che anima il mestiere della scena.

UN DOMINGO
regia di Florent Bergal
con Juan Fernandez, Sofia Galliano, Gabriela Parigi, Tomy Sokolowicz, Florencia Valeri, Tato Villanueva
costumi Celina Santana
luci Laura Saban
produzione esecutiva Azul Basavilbaso Bera
produzione generale Pierpaolo Olcese
una produzione Galpon de guevara/Proyrcto Migracon
con il sostegno di Instituto Nacional del Teatro

durata 1h 10’
applausi del pubblico 6’ 40’’

Visto a Napoli, Teatro Nuovo, il 29 giugno 2025
Prima Europea nell’ambito del Campania Teatro Festival

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