Nell’adattamento del romanzo di Rosella Postorino, con Silvia Gallerano e Alessia Giangiuliani, il cibo diventa metafora del male e della sopravvivenza
Un dramma che trascina lo spettatore nel cuore oscuro della Seconda Guerra Mondiale. “L’Assaggiatrice di Hitler”, tratto dal romanzo “Le assaggiatrici” di Rosella Postorino, in scena al Carcano di Milano, esplora la sopravvivenza, la colpa e la speranza di una redenzione impossibile.
La regia incisiva e senza appelli di Sandro Mabellini ci addentra nei meandri della disumanizzazione.
Al centro della produzione del Teatro Popolare d’Arte, con la drammaturgia di Gianfranco Pedullà e della stessa Postorino, c’è la storia di Rosa Sauer, reclutata per testare il cibo destinato a Hitler. La giovane donna è interpretata da Silvia Gallerano e Alessia Giangiuliani, che rendono visibili le diverse sfaccettature del personaggio. La loro performance intreccia passato e presente, tra dialogo e narrazione, creando più personaggi e diverse sfumature della protagonista. I costumi rossi disegnati da Veronica Di Pietrantonio enfatizzano la dualità che permea l’opera: la lotta tra sopravvivenza e complicità, tra desiderio di resistere e tradimento di sé.
La regia di Mabellini gioca su contrasti delicati ma potenti. Senza concessioni emotive, guida lo spettatore attraverso un labirinto di scelte morali. Ogni passo, ogni gesto è un atto di resistenza o di cedimento. La scenografia di Giovanna Mastantuoni è carica di simbolismo. Il palco è dominato da un tavolo centrale verticale che richiama le “trappole da tavola” di Daniel Spoerri, facendo del cibo un mezzo di morte. Con la sua geometria inquietante, il tavolo diventa il cuore pulsante di ogni scena, attorno al quale si snodano le esistenze dei protagonisti in una lotta per la sopravvivenza senza via di scampo.
La scenografia non è solo un luogo fisico, ma anche una gabbia psicologica. Le finestre, che non si aprono mai sull’esterno, sono muri invisibili che schiacciano. Il pilastro centrale tra le finestre simboleggia l’isolamento totale dei personaggi. Essi vivono in uno spazio che è sia prigione che palcoscenico di tragedie quotidiane. Ogni passo sul palco è una marcia verso l’abisso, amplificata dagli elementi scenici, dal tulle in primo piano alle sedie, alle pareti grigie, che accentuano il senso di angoscia e solitudine.
Il gioco di luci, curato da Gianni Pollini, accentua il contrasto tra la quotidianità e l’orrore. La luce sfumata alterna chiaroscuri, creando una tensione che permea l’intera opera. Ogni ombra traccia un confine invisibile tra il possibile e l’impossibile, tra vita e morte, tra umano e disumano. Il contrasto fra buio e luce evoca una realtà-dedalo in cui le speranze svaniscono rapidamente, lasciando solo il rimpianto di ciò che è stato.
La colonna sonora, creata da Francesco Giorgi, e l’esecuzione della fisarmonica e del canto da parte di Marlene Fuochi, sono l’anima sonora di questa tragedia di normalità, in cui il male diventa banale. La fisarmonica, con le sue note malinconiche, non è solo uno strumento musicale, ma la voce remota di un mondo che crolla. La musica lega passato e presente, diventando l’eco sempre più flebile di un’umanità che sta per essere annientata.
L’interazione tra Rosa e l’ufficiale SS Ziegler definisce l’intensità del dramma. La loro relazione segnata da ambiguità e vulnerabilità, riflette una guerra che non risparmia nessuno, nemmeno i carnefici. Ogni scelta che Rosa compie, per cercare scintille nel torpore di una quotidianità sempre più scialba, la segna. La consapevolezza di essere complice in un sistema che riduce gli esseri umani a mere pedine è devastante. Il tradimento del suo amore, dei valori familiari e di sé stessa, il cedimento al compromesso, è il più grande atto di disumanizzazione. La guerra non è solo conflitto tra popoli, ma dilemma interiore che travolge l’individuo, obbligandolo a confrontarsi con le proprie ombre.
Il finale, duplice e struggente, è insieme resa e atto di resistenza. Due cerini, due fantasmi. Un altrove indefinito, un aldilà onirico. Le reliquie di un amore coniugale mai vissuto. E poi la danza finale di Marlene Fuochi: un gesto di liberazione e consapevolezza. La danza non è solo movimento, ma simbolo di una forza che non si arrende. In quel ballo straziato e apocalittico c’è un desiderio di bellezza, speranza e redenzione. Questi desideri emergono anche nei momenti più bui.
La danza diventa il fiore che sboccia in un terreno arido, l’ultimo respiro di un’umanità alla deriva. In “L’Assaggiatrice di Hitler”, la guerra è orrore che distrugge ogni cosa. Tuttavia, non cancella la possibilità di un ultimo atto di libertà. La luce fioca, lo sguardo di Rosa, la danza finale: ogni elemento della messa in scena è un richiamo alla resistenza umana, alla ricerca di un significato anche nel buio. Pur senza aggiungere una quarta dimensione al romanzo, la regia precisa, la scenografia evocativa e la colonna sonora che penetra nell’animo ci invitano a riflettere sulle scelte morali, sulla colpa, sulla disumanizzazione e sulla possibilità di redenzione, in un mondo che sembra aver smarrito ogni speranza.
Stasera in scena al Teatro Concordia di Venaria Reale (TO).
L’ASSAGGIATRICE DI HITLER
Liberamente tratto da “Le assaggiatrici” di Rosella Postorino
Uno spettacolo di Sandro Mabellini
Drammaturgia Gianfranco Pedullà, Rosella Postorino
Con Silvia Gallerano, Alessia Giangiuliani
Fisarmonica e voce Marlene Fuochi
Musiche originali Francesco Giorgi
Light designer Gianni Pollini
Sound designer Jacopo Cerolini
Scenografia Giovanna Mastantuoni
Costumi Veronica Di Pietrantonio
Produzione Teatro Popolare d’Arte
durata: 2h intervallo incluso
applausi del pubblico: 3’
Visto a Milano, Teatro Carcano, il 21 febbraio 2025
