Il Barbablù di Michele Losi: fiaba dark sul male assoluto

Barbablù (ph: Alvise Crovato)
Barbablù (ph: Alvise Crovato)

Campsirago Residenza in prima nazionale al Teatro Litta con una convincente nuova produzione tra Perrault e Giovanna d’Arco

“Barbablù”, la nuova produzione di Campsirago Residenza con la regia di Michele Losi e il testo di Sofia Bolognini, al suo debutto al Teatro Litta di Milano, è una fiaba amara: un flusso irrisolto e irregolare che, attraverso la nota fiaba di Perrault e la storia di Gilles de Rais (compagno d’armi di Giovanna d’Arco, accusato di aver torturato e ucciso più di 130 bambini), affonda nel male assoluto, cercando di mostrarne più sfaccettature possibili.

Una costruzione drammaturgica e fisica di grande armonia e coerenza. Quando il pubblico entra in sala, gli attori (Benedetta Brambilla e Sebastiano Sicurezza) sono già sul palco. La scena è inizialmente semi-vuota: due microfoni, una cassa nera e una “porta” fatta di corde bianche intrecciate. Dopo pochi minuti, si comprende che la storia di Gilles de Rais, così come la fiaba di Perrault, non sono altro che un pretesto narrativo utile alla costruzione scenica. Il lavoro è costruito con una drammaturgia ad incastri, apparentemente scomposta, che utilizza i due filoni narrativi come amalgama e traccia conduttrice. La musica, a sua volta, diventa strumento narrativo: un cordone sonoro (di Luca Maria Baldini e Stefano Pirovano), giostrato dagli stessi attori, gestisce l’architettura dello spettacolo tramite musicassette.

I due performer incarnano figure fraterne, due testimoni del male assoluto che attraversa la società contemporanea; una scelta ispirata ai due gemelli della trilogia “La Città di K” di Agota Kristof. Questo consente alla narrazione di non prendere mai una forma consequenziale, ma quasi a capitoli.
Dal baule nero emergono così strumenti scenici, dai brandelli di tessuto che invadono il palco a piccole code di corda, tutti elementi utili a dipanare nuove finestre narrative. In scena assistiamo quindi a un dispiegarsi di piccoli mondi, di tante violenze accennate, ma che coinvolgono tutti. Dalla violenza di genere, alla quale il mito è ultimamente spesso associato, a quella educativa nei confronti dei bambini, indotti alla repressione e all’ordine, a fare “i bambini morti”, all’educazione fondata sulla paura dell'”uomo nero”. Interessanti, ma appena accennate, sono anche le affinità tra il bambino e l’uomo nero, come se vi fosse un uomo nero all’interno di ognuno di noi in fase embrionale.

In quest’amalgama di fiabesco e irrisolto affiora anche la recente violenza d’oltre oceano, il noto berretto rosso della campagna trumpiana. Così come la violenza familiare, piccoli cenni narrativi che tuttavia creano quasi un fil rouge tra i volti dell’oscurità narrata, attraverso la drammaturgia di Sofia Bolognini: evocativa, incisiva e poetica, che esplode in tutta la sua potenza quando gli attori si rivolgono frontalmente al pubblico. Sebastiano Sicurezza e Benedetta Brambilla, in questa drammaturgia anche molto fisica, sono vitali, precisi, calibrati e capaci di attraversare più stili.

Michele Losi, che torna a una regia “non itinerante” dopo alcuni anni, riesce a creare uno spettacolo che va oltre il mito o la fiaba, attraversando il concetto di “male assoluto” in maniera poetica e fiabesca, senza appesantire il momento scenico. Riuscire a portare un teatro concettuale a un livello di fruibilità tale è frutto di un lungo lavoro di studio e creazione collettiva.
La scenografia, da lui curata, aggiunge un’ulteriore chiave di lettura allo spettacolo. Gli stendardi di residui di jeans, così come i brandelli di tessuto che invadono la scena, in queste monotonalità di bianco, nero e blu, aggiungono una critica alla società dei consumi, integrandola all’interno del concetto di male. È infatti tra questi detriti tessili, così come tra le enormi distese di tessuti abbandonati in Africa e altrove, che si disvelano le storie, i personaggi e le narrazioni. Fra stendardi, intrecci di corde e patchwork, l’arte tessile si impadronisce della scena creando un vero e proprio quadro espressivo che si integra perfettamente alla creazione senza sbavature. Così come i costumi, curati da Losi e Annalisa Limonta, anch’essi distonici, tra accenni di fiabesco e concretezza, sempre nella monotonalità bianca, nera e blu che avvolge l’intera scena.

Questi due personaggi appena accennati, testimoni della società in brandelli, sembrano quasi essere attraversati o concepiti, attraverso il concetto di mathesis universalis, come singolarità che contiene, al tempo stesso, una sintesi dell’universalità.

Così, è fondamentale che alla fine emerga, come unica possibilità per l’umanità, l’essenzialità del perdono, unica via per la coesistenza e per la creazione e sussistenza di una comunità.
Ma siamo in grado di perdonare anche l’assolutezza, o quello che semplicemente definiamo l’imperdonabile? Sono queste le domande che restano dopo la visione dello spettacolo e che lo spettatore può portarsi dietro.

Barbablù
Regia: Michele Losi
Drammaturgia: Sofia Bolognini
In scena: Benedetta Brambilla e Sebastiano Sicurezza
Scene e costumi: Michele Losi e Annalisa Limonta
Suono: Luca Maria Baldini e Stefano Pirovano
Luci: Stefano Pirovano e Alessandro Bigatti
Produzione: Campsirago Residenza
Con il sostegno di: NEXT – Laboratorio delle idee per la produzione e la programmazione dello spettacolo lombardo – Edizione 2024/2025

Durata: 1h 5’
Applausi del pubblico: 2’

Visto a Milano, MTM Teatro Litta, il 6 marzo 2025
Prima nazionale

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