Il Palestinian Circus ospite al Festival delle Migrazioni di Torino

Ph: Emanuele Basile
Ph: Emanuele Basile

Sold out all’ex cimitero di San Pietro in Vincoli per la compagnia che racconta le realtà quotidiane vissute sotto occupazione

Il teatro è prima di tutto un luogo e ciò che in quel luogo accade. Il 14 settembre, il luogo prescelto per la conclusione del Festival delle Migrazioni, giunto alla sua settima edizione, è stato il cortile dell’ex Cimitero di San Pietro in Vincoli di Torino, un luogo raccolto, intimo e protetto da un porticato. Ciò che è accaduto ha però travalicato i limiti dell’arte per sconfinare in una questione più ampia che ha a che fare con l’essere umani (o non esserlo più) e che ci richiama con urgenza a un’assunzione di responsabilità.

All’imbrunire, sotto un cielo ricoperto da nubi incerte, tre artisti e un’artista giunti per l’occasione dalla Cisgiordania hanno dato vita, di fronte a un pubblico variegato e numerosissimo, a uno spettacolo di circo-teatro delicato e, allo stesso tempo, tagliente e profondamente struggente.

Pochi e poveri gli oggetti di scena: tre cubi in compensato; un palo cinese, montato e smontato nel corso dello spettacolo e sorretto tramite le corde dagli stessi interpreti; tre bastoni per la verticale e un supporto dove appoggiarli; quattro semplicissime bambole di pezza, a evocare il dramma indicibile dei bambini; un trolley voluminoso; cinque o sei palline da giocoleria; fogli di carta stampata. Null’altro. Nessun lustrino circense; al contrario: abiti semplici, dimessi ma comodi.

Il titolo dello spettacolo, “Sarab”, che tradotto dall’arabo significa “miraggio”, allude alle speranze e alle aspettative perlopiù disattese che i rifugiati di tutto il mondo, costretti a fuggire, vivono e continuano a sperimentare, con annesse le difficoltà del viaggio, le separazioni, i pericoli, le battute d’arresto, di tanto in tanto la morte di un compagno, la disillusione.

I quattro interpreti attraversano e abitano lo spazio scenico con generosità, dando prova di abilità tecnica, ma ciò che trattiene il pubblico in silenzio, come rapito, è la verità che quei gesti e quelle azioni raccontano: le acrobazie di sopravvivenza, a cui troppe persone sono costrette, sono reali.

Durante lo spettacolo, qualcuno abbozza un timido battito delle mani alla fine di alcuni numeri di bravura, come un’impressionante sequenza di salti mortali, ma l’applauso estemporaneo non decolla. Non perché la singola esibizione non lo meriti, ma perché finzione e realtà non sono sufficientemente distanti da permetterlo, e la verità, se scoperta, talvolta annichilisce.

Si colgono lievi ingenuità sul piano drammaturgico, per esempio nella successione delle scene, che a volte appaiono incollate in modo approssimativo, o nella rappresentazione quasi didascalica di alcune emozioni forti o di particolari azioni di violenza, che sarebbe forse stato più interessante ed efficace restituire in metafora. Ingenuità, tuttavia, che smettono di essere tali se si considera la vocazione educativa della compagnia, il Palestinian Circus, che in Cisgiordania si dedica alla formazione delle nuove generazioni, nella speranza di offrire loro l’opportunità di sopravvivere non grazie all’arte ma nell’arte.

A fronte di questo, ci sono anche momenti di alta poesia, come quello raccontato dai volteggi vertiginosi dell’acrobata sul palo cinese, alla ricerca disperata e vana di un appiglio a cui aggrapparsi.

Tuttavia, la portata del messaggio di questo spettacolo è tale che ogni disquisizione tecnica perde di valore. In uno dei fogli arrotolati e buttati a terra nel corso di una delle scene più toccanti, gettati via con lo stesso disprezzo riservato alle vite delle persone di cui si parla, ci viene ricordato che in un mondo dove i bambini sognano di diventare astronauti, giocatori di calcio o dottori, ne esistono ancora tanti altri il cui sogno è non dover più scappare dalla guerra, tornare a casa e avere pane a sufficienza per sé e per la propria famiglia.

Applausi scroscianti, questa volta sì, alla fine dello spettacolo da parte di un pubblico commosso che desidera, forse anche maldestramente, esprimere la propria gratitudine agli artisti e solidarietà al popolo palestinese e a tutte le vittime dell’atrocità e dell’indifferenza.

Il Palestinian Circus la sua parte la fa, non solo promuovendo la creatività palestinese e risvegliando le nostre coscienze, ma offrendo alle giovani generazioni della Cisgiordania uno spazio in cui esprimersi liberamente, interagire con gli altri in un ambiente sereno e ritrovare la fiducia, messa a dura prova ogni giorno dal contesto storico-sociale.

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