Luca Micheletti firma il nuovo “Simon Boccanegra” della Fenice

Simon Boccanegra (ph: Michele Crosera)
Simon Boccanegra (ph: Michele Crosera)

Direzione musicale affidata a Renato Palumbo per questa quinta partitura composta da Giuseppe Verdi proprio per il teatro veneziano

Spesso si sente dire che narrare la trama de “Il Trovatore” di Giuseppe Verdi sia molto difficoltoso, ma provate voi, come mi toccherà fra poco, raccontare quella del “Simon Boccanegra”, così piena di cambi di tempo, sotterfugi, sommosse, ricongiunzioni e vendette!
Sempre opera del Cigno di Busseto, vi abbiamo assistito, con grande curiosità, al Teatro La Fenice di Venezia.

L’opera, in un prologo e tre atti, è tratta da un libretto di Francesco Maria Piave, proveniente dal dramma “Simón Bocanegra” di Antonio Garcia Gutierrez (sì, lo stesso del “Trovatore”).
La prima dell’opera avvenne proprio alla Fenice il 12 marzo 1857. Oltre vent’anni dopo, Verdi, che non era rimasto contento (ma per la verità neanche pubblico e critica) rimaneggiò profondamente la partitura. Le modifiche al libretto furono effettuate da Arrigo Boito, dai cui libretti Verdi trasse poi i suoi ultimi due capolavori, “Otello” e “Falstaff”. La nuova e definitiva versione andò in scena il 24 marzo 1881 alla Scala, ed è proprio questa versione che ci ha accompagnato nella recita veneziana.

Siamo a Genova nel 1339, mentre sta per essere eletto il nuovo Doge, all’interno delle lotte tra il partito plebeo, capeggiato da Paolo Albiani, e quello aristocratico di Jacopo Fiesco.
Paolo vuole sostenere, per questa carica importante, il corsaro Simon Boccanegra, con l’idea di ottenerne in cambio diversi favori. Simon è legato però a Maria, la figlia di Jacopo Fiesco, da cui ha avuto una bambina. E’ tentato di accettare la carica, con l’idea prospettatagli da Paolo che, una volta eletto Doge, nessuno potrà più negargli le nozze con Maria.
Mentre il popolo già lo inneggia, Jacopo Fiesco esce sconvolto dal suo palazzo, in cui aveva recluso la figlia, annunciando la morte della ragazza, accompagnata da un toccante “Miserere”.
Sopraggiunge Simon che, ignaro di quanto è accaduto, supplica il padre di concedergli l’amata. Quando Fiesco gli pone come condizione la consegna della nipotina, egli confessa che la bambina è stata da lui affidata a un’anziana nutrice e che ne ha perso le tracce. E’ solo allora che, entrando nel palazzo, a Boccanegra viene svelata la tremenda notizia della morte di Maria, mentre nello stesso momento il popolo lo acclama nuovo Doge di Genova.
E così si chiude il prologo.

Tra questo e il primo atto trascorrono venticinque anni, con la guerra in corso fra Genova e Venezia. Il Doge ha esiliato tutti i capi degli aristocratici, impadronendosi dei loro beni. Per sfuggire alla pericolosa situazione Jacopo Fiesco, che il Doge crede morto, vive in un palazzo fuori Genova, sotto il nome di Andrea Grimaldi.

E’ qua che facciamo conoscenza con la figlia (che credevamo perduta) di Maria e Simon, Amelia, ora diventata una splendida fanciulla, amata dal giovane patrizio Gabriele Adorno, che, essendo l’unico a sapere che Jacopo Fiesco e Andrea Grimaldi sono la stessa persona, congiura con lui contro il Doge plebeo.
Anni addietro, tra l’altro, Fiesco e la famiglia Grimaldi si erano imbattuti – in un convento – in una bambina, e avevano deciso di adottarla, dandole lo stesso nome della figlia appena morta. Questa bambina non è altro che la perduta Maria, nipote del Fiesco e figlia del Doge Boccanegra.
Amelia e Gabriele si amano, ma la ragazza teme che il Doge spinga per maritarla con il suo favorito Paolo Albiani, persona non certo limpida, sempre dedita al malaffare.

Squilli di trombe annunciano l’arrivo del Doge, giunto appunto per combinare il matrimonio fra Amelia e Paolo. Amelia allora rivela a Simon di essere orfana, e così Boccanegra inizia ad insospettirsi e, confrontando un suo medaglione con quello che la fanciulla porta al collo, si accorgono che ambedue recano l’immagine della estinta Maria. Padre e figlia allora si riconoscono e si abbracciano felici. Amelia sembra per il momento salva, infatti Simon ordina a Paolo di rinunciare a sua figlia, che però per vendicarsi organizza, per la notte successiva, il rapimento della donna.

Intanto, come detto, infuria la guerra tra Genova e Venezia: il Doge desidera la pace con Venezia, ma Paolo e i suoi vogliono la guerra. Durante una seduta pubblica, Boccanegra intuisce che Amelia sta per essere rapita: ad un certo punto la folla irrompe, trascinando il Fiesco e Gabriele, che confessa di aver ucciso l’usuraio Lorenzino, l’uomo che ha rapito Amelia e, senza svelare il nome dell’ideatore del tentato sequestro, si lancia su Simon per colpirlo.
A dividere i due ci pensa Amelia, che rivela invece di essere stata rapita da tre sgherri e, fissando Paolo, dice di poter riconoscere il vile mandante del rapimento.
Scoppia un parapiglia, in cui le due fazioni, patrizi e plebei, si accusano a vicenda, mentre Simon, attraverso la sua autorità, riesce a riportare la calma, invocando pace e amore per tutti (Plebe! Patrizi! Popolo…).

Gabriele gli consegna la spada, ma il Doge la rifiuta e lo invita a rimanere agli arresti a palazzo finché il tutto non sia svelato. Si rivolge quindi a Paolo, di cui ha intuito la colpevolezza, e lo invita a maledire pubblicamente il traditore infame che ha ordito il rapimento e la sommossa, e che si nasconde, impunito, nella sala.
Paolo, inorridito, è in tal modo costretto a maledire sé stesso. Ma quando uno è cattivo, è cattivo, e Paolo, pur bandito da Genova, chiede al sodale, il perfido Pietro, di condurre da lui, con un sotterfugio, Gabriele e Fiesco, mentre versa una fiala di veleno nella tazza di Simon. Non contento di ciò, chiede a Fiesco, l’organizzatore confesso della rivolta, di assassinare il Doge nel sonno.
Davanti al suo sdegnato rifiuto, lo fa riportare in cella e insinua in Gabriele il sospetto che Amelia si trovi in balìa delle turpi attenzioni di Simon.

Quando giunge Amelia, il giovane l’accusa di tradimento con il Doge, di cui uno squillo di tromba annuncia l’arrivo. Gabriele si nasconde. Amelia in lacrime confessa al padre di amare Adorno, e lo supplica di salvarlo. Simon, combattuto tra diverse emozioni, la congeda e beve un sorso dalla tazza avvelenata, notando che l’acqua ha un sapore amaro, e poi si addormenta.

Gabriele esce dal suo nascondiglio e si lancia contro di lui per colpirlo, ma ancora una volta Amelia glielo impedisce. È il momento della rivelazione: il Doge si risveglia, ha un violento scontro verbale con Gabriele, che l’accusa di avergli ucciso il padre, ma Simon infine gli svela con grande emozione che Amelia è sua figlia.
Gabriele, ancora incredulo per la notizia, implora Amelia di perdonarlo, e offre al Doge la sua vita. Da fuori giungono rumori di tumulti e voci concitate: ancora una volta i nemici stanno assalendo il palazzo. In segno di riconciliazione, il Doge incarica Gabriele di comunicare loro le sue proposte di pace e gli concede la mano di Amelia: la loro unione sancirà un nuovo clima di concordia a Genova.

La rivolta è fallita, il Doge concede la libertà ai capi ribelli, e solo l’infame Paolo viene condannato a morte; mentre si reca al patibolo, rivela al Fiesco di aver fatto bere a Simon il veleno, e intanto giunge Boccanegra, il cui corpo è già pervaso dal tosco.
Jacopo Fiesco, ancora nascosto nei panni di Andrea Grimaldi, gli annuncia la morte vicina. E’ allora che Simon riconosce l’antico nemico, che credeva morto, e con un gesto magnanimo decide di rivelargli la verità: Amelia è sua nipote.
La commozione invade l’anima del vecchio Fiesco, che così si concilia con Boccanegra, con un abbraccio che pone fine alla lunga guerra tra le due fazioni.

Quando il corteo degli sposi torna dalla chiesa, Boccanegra invita la figlia a riconoscere nel Fiesco il nonno materno, benedice la giovane coppia e muore, dopo aver proclamato Gabriele nuovo Doge di Genova.

Simon Boccanegra (ph: Michele Crosera)
Simon Boccanegra (ph: Michele Crosera)

Come si nota già dalla trama, così complessa nei suoi continui colpi di scena e colma di storie ed emozioni contrastanti, Verdi, come suo solito, mette in relazione la grande storia con l’evoluzione dei sentimenti degli esseri umani.
“Simon Boccanegra” si presenta come una creazione tra le sue più complesse, pervasa da grande cupezza, e in cui il protagonista, tormentato dai sensi di colpa, si aggira in un climax sociale sovrastato da lotte e conflitti.
Possiamo aggiungere che è una creazione in qualche modo anomala, dove le poche grandi arie (quella di Amelia “Come in quest’ora bruna”, quella di Gabriele “Sento avvampar nell’anima” e, nel prologo, quella di Fiesco, bellissima e giustamente famosa, “Il lacerato spirito”) si innervano del flusso continuo degli avvenimenti, ma con soluzioni musicali e drammaturgiche perfino sperimentali, introdotte nella seconda versione, soprattutto per merito di Boito e, ovviamente, con la maturazione avvenuta in Verdi, col passare degli anni e a contatto anche con nuove forme musicali.

Pur non essendo, per noi, uno dei suoi capolavori, l’arte verdiana si percepisce sempre in ogni momento di questa particolarissima opera, per restituire in modo efficace non solo tutte le varie situazioni, ma anche le emozioni che l’accompagnano, con una ricchezza armonica sempre confacente. C’è però un momento, nel primo atto, che possiamo annoverare tra i più fulgidi esempi della sua arte, in cui vengono espressi sia il rapporto tra padre e figlia, uno dei nodi ricorrenti della sua arte, sia l’esaltazione dei sentimenti nei conflitti presenti sulla scena. Ciò avviene nel commovente duetto chiarificatore tra Simon e Amelia, ma anche quando il Doge rivolge all’assemblea e al popolo un accorato discorso, invocando pace e amore per tutti, rivolgendosi infine all’infame Paolo Albiani, accompagnato in modo stupefacente solo da accordi di clarinetto basso e dal coro, che ripete in modo sommesso: “Sia maledetto”. Ma non possiamo neanche dimenticare il duetto tra il Doge e Fiesco, e i due stupendi preludi in cui le onde del mare ritornano in modo altamente espressivo.

Luca Micheletti, attore e regista che abbiamo il piacere di frequentare da diverso tempo nell’ambito teatrale, e che negli ultimi anni ha acquisito una giusta consacrazione come baritono, per questa nuova produzione del Teatro La Fenice riesce nell’intento di consegnarci, attraverso pochi e precisi segni, tutti i tormenti interiori del protagonista, attanagliato dal senso di colpa, e al cui centro vi è il desiderio del mare come simbolo di libertà perduta, segnato dall’aria del terzo atto in cui, stremato dal veleno, cerca salvezza “Oh refrigerio!… la marina brezza!”.

Così l’impianto scenico, costruito da Leyla Fteita e impreziosito dal disegno luci chiaroscurale di Giuseppe Di Iorio, è contrassegnato dalla presenza ossessiva del mare sulle pareti, che incombono opprimenti e su cui si stagliano le ombre dei personaggi, e con l’arrivo, alla fine dell’opera, anche di una grande barca.
Il senso di angosciosa oppressione che caratterizza il protagonista è anche rappresentato da un baldacchino gotico con velari neri, dentro il quale spesso si rifugia per sfuggire ad un presente così difficoltoso.

Ph: Michele Crosera
Ph: Michele Crosera

Il ricordo dell’antica colpa dell’abbandono della figlia si riverbera spesso in scena con l’apparizione di una bambina e di un’altalena, su cui l’antagonista pone il veleno, e sulla presenza di una controfigura dagli aspetti giovanili che gli ricorda il passato da corsaro.
Micheletti pone dunque l’accento soprattutto sugli aspetti privati del protagonista, e in questo senso l’ambientazione storica è caratterizzata da semplici e raffinati elementi, come avviene, per esempio, per la ricostruzione de Consiglio nel Palazzo degli Abati.
I costumi di Anna Biagiotti navigano tra varie epoche, per arrivare poi a quelli contrassegnati dal cilindro, tipico dell’Ottocento verdiano.

La regia si nota anche nell’accurata direzione interpretativa dei cantanti. E’ questa un’opera caratterizzata soprattutto dal registro basso/baritono, che accomuna i personaggi maschili più importanti: Simon, Fiesco e Paolo.
Simone Piazzola è un Doge dagli accenti paterni, conscio del suo ruolo di capo di un’intera città, su cui in maniera colma di commozione invoca un futuro diverso: “E vo gridando pace e vo gridando amor”; Alex Esposito dà un giusto smalto al suo personaggio, commuovendoci sino alle lacrime quando invoca la figlia appena morta “Resa al fulgor degli angeli, prega, Maria, per me”, mentre Simone Alberighi dà al suo spregevole personaggio una profondità aliena da ogni asprezza caricaturale.
Gabriele Adorno è risolto, in modo carico d’amore per la sua Amelia, dal tenore Francesco Meli, che abbiamo sempre apprezzato per la perfezione degli acuti, in quest’occasione qualche volta forse un poco fuori misura.
Ci ha impressionato meno il canto del soprano Francesca Dotto, che deve sorreggere l’unica presenza femminile di questa storia così intricata, un filo che collega tra loro gli altri tre personaggi, apprezzabile comunque nel delineare con eleganza e sobria presenza il personaggio di Amelia.

Alla guida dell’Orchestra della Fenice, Renato Palumbo dà sempre robusto smalto a una partitura musicale così inusuale, sorretto dalla davvero efficace prova del Coro della Fenice, istruito da Alfonso Caiani, a cui Verdi assegna un compito veramente arduo e che attraversa prepotentemente tutta l’opera.

In scena fino al 14 febbraio.

SIMON BOCCANEGRA

Giuseppe Verdi
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
maestro concertatore e direttore Renato Palumbo
maestro del Coro Alfonso Caiani
regia Luca Micheletti
scene Leila Fteita
drammaturgo e aiuto regista Benedetto Sicca
costumi Anna Biagiotti
light designer Giuseppe Di Iorio

Prologo

Simon Boccanegra
Luca Salsi (23, 25, 27, 29/1)
Simone Piazzola (1, 10, 12, 14/2)

Jacopo Fiesco Alex Esposito
Paolo Albiani Simone Alberghini
Pietro Alberto Comes

Dramma

Simon Boccanegra
Luca Salsi (23, 25, 27, 29/1)
Simone Piazzola (1, 10, 12, 14/2)

Maria Boccanegra Francesca Dotto
Jacopo Fiesco Alex Esposito
Gabriele Adorno Francesco Meli
Paolo Albiani Simone Alberghini
Pietro Alberto Comes

Un capitano dei balestrieri
Safa Korkmaz (23, 25, 27, 29/1)
Mathia Neglia (1, 10, 12, 14/2)

Un’ancella di Amelia
Yeoreum Han (23, 25, 27, 29/1)
Alessandra Vavasori (1, 10, 12, 14/2)

mimi Francesco Bortolozzo, Nicola Candreva, Elia Gazzato, Francesco Mandich, Roberto Moro, Davide Tonucci

nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
con sopratitoli in italiano e in inglese

durata: 2h 50′

Visto a Venezia, Teatro La Fenice, il 1° febbraio 2026

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