Gli artisti del teatro contestano la nuova direttrice Beatrice Venezi gettando, durante gli applausi finali, volantini dal loggione
Dopo molti anni dall’ultima volta, al Teatro La Fenice di Venezia abbiamo finalmente potuto godere di una delle opere liriche meno rappresentate di Wolfgang Amadeus Mozart: “La clemenza di Tito” è l’ultimo lavoro teatrale del compositore salisburghese, e ha inaugurato la nuova stagione del teatro veneziano, immerso nella bufera del caso di Beatrice Venezi, la nuova direttrice artistica catapultata in quella importante funzione dalla politica, ma invisa ai lavoratori, che alla fine della recita hanno dimostrato tutto il loro dissenso gettando volantini di protesta dal loggione.
L’opera in due atti fu scritta sul libretto di Caterino Mazzolà, basato, anche se con diversi rimaneggiamenti, su un melodramma di Pietro Metastasio del 1734.
“La Clemenza di Tito” fu rappresentata per la prima volta il 6 settembre 1791 al Teatro degli Stati di Praga, in occasione dei festeggiamenti per l’incoronazione di Leopoldo II, re di Boemia.
La vicenda si svolge a Roma nel 79 d.C. poco dopo l’eruzione del Vesuvio, e vede al centro della vicenda la congiura intentata contro l’imperatore Tito da Vitellia, figlia dell’ex imperatore Vitellio, che aspirava al soglio romano, aiutata nell’impresa, seppur controvoglia, dal suo amante Sesto, intimo amico di Tito, con la connivenza di Lentulo, oppositore dell’imperatore.
Vitellia è anche furiosa perché Tito l’aveva rifiutata come sposa, in favore prima della principessa Berenice e, infine, di Servilia, promessa sposa di Annio, amico di Sesto. Servilia apprende la notizia di essere stata scelta come imperatrice dal prefetto Publio della guardia imperiale. Annio accetta la decisione, ma Servilia avvisa Tito di non essere pronta per un passo così importante, essendo innamorata sinceramente del suo futuro sposo.
L’imperatore accetta con magnanimità la decisione, con l’idea di eleggere Vitellia come imperatrice, sposandola.
La congiura ha luogo, alla fine del primo atto, con l’incendio del Campidoglio, che coinvolge in un crescendo musicale davvero entusiasmante tutti i personaggi con i loro sentimenti contrastanti, e termina con un silenzio colmo di estatico dolore: è il momento più bello e significativo dell’opera.
Nel marasma generale l’imperatore risulta illeso. Di fronte però al turbamento di Sesto, che crede di aver ucciso Tito sbagliando bersaglio, Annio, intuendo la verità, gli consiglia di tornare subito al cospetto dell’imperatore, raccontandogli tutto.
Vitellia, invece, non sapendo ancora che il piano è fallito, prima si scaglia contro l’innocente Servilia, poi sprona l’impacciato Sesto ad andare via per proteggere il suo onore, che in mezzo a tutti questi avvertimenti non sa cosa fare (“Parto, ma tu, ben mio!” è una delle arie più belle dell’intero repertorio mozartiano, accompagnata dal clarinetto).
In quel momento arriva Publio, che arresta Sesto e lo fa imprigionare. L’imperatore, nell’opera, parafrasando le notizie che la tradizione ci ha rimandato, viene sempre presentato come uomo saggio e prodigo, che rifiuta onori e si adopera per le genti colpite dall’eruzione del Vesuvio. Questo carattere è ben rappresentato nell’opera, tormentato come lo vediamo tra la legge per cui è obbligato a condannare Sesto per offesa allo Stato, e il sentimento di bonomia per l’amico (“Del più sublime soglio”, “Ah, se fosse intorno al trono”, “Se all’impero, amici Dei”).
A un certo punto Vitellia, che si tormenta temendo che Sesto venga giustiziato per una colpa non sua, sentimento che si esprime con un rondò di suprema bellezza (“Non più di fiori”, dove l’accompagnamento è in questo caso con il corno di bassetto), si reca, pur titubante, dall’imperatore a confessare la colpa, sapendo che dovrà rinunciare al trono.
Davanti a questa confessione, che smaschera la realtà delle cose, Tito, nella sua grande magnanimità, decide lo stesso di perdonare tutti.
L’opera si conclude musicalmente in modo straordinario, con gli astanti che lodano la sua generosità, dimostrando come sia assolutamente degno di essere a capo di un così grande impero.

Il libretto di Mazzolà è costruito davvero molto bene, esprimendo i dubbi di tutti i personaggi, che davanti alle rispettive azioni risultano in preda a sentimenti sempre contrastanti: la musica accompagna con proprietà tali emozioni, nel solco di un perfetto classicismo in divenire, seppur stilisticamente assai lontano dalla mirabile trilogia dapontiana del compositore austriaco.
Ne “La Clemenza di Tito” le arie si innestano perfettamente in un tessuto musicale che si nutre dell’aulicità di marce e cori, concatenati con i duetti tra Vitellia e Sesto (“Come ti piace, imponi”) e fra Sesto e Annio (“Deh, prendi un dolce amplesso”) e con i terzetti (Vitellia, Annio, Publio e Sesto, Tito, Publio).
L’allestimento scenico di questa edizione veneziana dell’opera, su cui campeggia significativamente il motto Vulnerant omnes, ultima necat (“tutte feriscono, l’ultima uccide”), a ricordarci il tempo che passa e la nostra caducità, è dovuta allo scozzese Paul Curran (con le scene di Gary McCann e le luci di Fabio Barettin), che pur immettendo la trama in una elegante e significativa cornice classica, punteggiata da statue e riferimenti all’antica romanità, trasferisce il sentire dell’opera nella contemporaneità, con i personaggi che si muovono in abiti moderni.
All’inizio del secondo atto, a significare il tentativo di distruggere il potere, seppur benefico, dell’imperatore, lo stesso spazio appare devastato da un’esplosione, con Tito che ritroviamo ferito in un letto d’ospedale, con tanto di flebo, una scelta, quest’ultima, francamente un po’ fuori luogo.
Alla fine, con la ritornata pace, lo spazio si ricompone. Nel complesso quella di Curran ci è parsa una regia funzionale agli avvenimenti narrati, senza tuttavia rimarchevoli slanci inventivi.

Per la parte vocale da parte nostra c’è stata una scoperta entusiasmante e una parziale disillusione.
La scoperta entusiasmante è stata quella di Cecilia Molinari in travesti che dà a Sesto sempre le movenze e il canto giusto, affrontando perfettamente, con i giusti toni, la difficilissima aria già citata “Parto, Parto” e la susseguente “Deh, per questo istante solo”.
La nostra disillusione si riferisce invece ad Anastasia Bartoli, che avevamo molto amato a Pesaro in “Zelmira” ed “Ermione”, e che invece nella parte di Vitellia, pur affrontandola con i giusti atteggiamenti, ci ha personalmente convinto meno rispetto ad una linea di canto, in questo caso, poco conforme allo stile richiesto.
Convincente, anche se non entusiasmante, soprattutto nei toni appartenenti ad un imperatore (ma perché quasi sempre con le mani in tasca?) il tenore tedesco Daniel Behle; con i giusti accenti il controtenore Nicolò Balducci come Annio e Francesca Aspromonte come Servilia, che avevamo già molto apprezzato alla Scala in Wagner, che affronta qui con sicurezza la sua unica aria (“S’altro che lagrime”), mentre Domenico Apollonio esprime in modo adeguato la parte di Publio (“Tardi s’avvede”).
Il coro, preparato da Alfonso Caiani, dà infine il giusto clima aulico ai propri interventi, che riescono perfettamente a trasportarci nel clima dell’opera a cui Ivor Bolton dà smalto attraverso una direzione dai toni scattanti, pur nel solco della classicità, sorretta dalle eccellenti prove del primo clarinetto, Vincenzo Paci, e del corno di bassetto, Nicolas Palombarini, nelle due arie più famose del capolavoro mozartiano.
La clemenza di Tito
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
direttore Ivor Bolton
regia Paul Curran
nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
con sopratitoli in italiano e in inglese
Tito Vespasiano Daniel Behle
Vitellia Anastasia Bartoli
Servilia Francesca Aspromonte
Sesto Cecilia Molinari
Annio Nicolò Balducci
Publio Domenico Apollonio
maestro del Coro Alfonso Caiani
scene e costumi Gary McCann
light designer Fabio Barettin
durata: 2h 30′
Visto a Venezia, Teatro La Fenice, il 25 novembre 2025
