Dopo mesi di scontri con i musicisti e l’ultima intervista al quotidiano argentino La Nación (con l’accusa di nepotismo all’orchestra), la Fondazione annulla ogni collaborazione
Venticinque anni fa, dopo una sconfitta con l’umile Reggina della blasonata Inter, l’altrettanto blasonato allenatore nerazzurro Marcello Lippi sentenziò che, se fosse stato lui il presidente, avrebbe cacciato via i calciatori a uno a uno a calci nel culo. La settimana stessa il presidente Moratti cacciò via Lippi.
Una lezione elementare, quasi banale, che attraversa ogni forma di leadership: un comandante, come prima cosa, non deve svilire i suoi uomini. Il suo equipaggio. Tanto meno in pubblico. Perché nel momento in cui lo fa, perde autorità, credibilità e – soprattutto – il diritto di guidare.
E allora viene da chiedersi: di che cosa stiamo parlando davvero nella vicenda della cacciata di Beatrice Venezi dal Teatro La Fenice?
Stiamo parlando dell’epilogo – forse inevitabile – di una delle nomine più controverse e discusse della recente storia culturale italiana. Una parabola che si chiude esattamente dove era iniziata: tra polemiche, forzature e una narrazione costruita più sull’immagine che sulla sostanza.
Perché il punto non è la caduta. Il punto è tutto ciò che l’ha preceduta.
Una nomina calata dall’alto, difesa più nei talk show che nelle sale prova, sostenuta da un impianto retorico che ha sempre cercato lo scontro anziché il confronto. Un percorso in cui il dissenso interno – orchestra, maestranze, tecnici – è stato trattato come un fastidio, non come un segnale.
E qui si inserisce uno degli episodi più rivelatori: l’accusa, lanciata con leggerezza, di nepotismo rivolta ai lavoratori del teatro. Un’accusa pesante, perché colpisce non solo le persone ma il principio stesso su cui si regge un’istituzione pubblica.
Peccato che quei lavoratori siano, nella stragrande maggioranza, vincitori di concorso. Professionisti selezionati attraverso procedure pubbliche, spesso durissime, che richiedono anni di studio, sacrifici e una competizione feroce. Mettere tutto questo nello stesso calderone del “familismo” non è solo scorretto: è offensivo.
È esattamente il tipo di dichiarazione che un comandante non può permettersi. Perché rompe il patto di fiducia. Perché delegittima chi dovrebbe seguirlo. Perché trasforma una comunità di lavoro in un bersaglio.
La risposta del sovrintendente Nicola Colabianchi, a quel punto, è arrivata, tardiva forse, ma inevitabile. Ha ricordato pubblicamente un fatto semplice: alla Fenice non si entra per cooptazione, ma per concorso. E che mettere in dubbio questo meccanismo significa colpire l’intera credibilità del teatro.
Tradotto: non è più una polemica personale, è un problema istituzionale. E quando si arriva lì, la crepa diventa frattura.
Le notizie degli ultimi giorni raccontano infatti di un rapporto ormai compromesso, di dichiarazioni che hanno incrinato definitivamente il legame con il teatro, di una gestione che ha trasformato il conflitto in spettacolo. E quando il teatro diventa il palcoscenico delle tensioni personali, anziché della musica, la partita è già finita.

Ma davvero c’è da stupirsi?
Parliamo di una figura che ha costruito gran parte della propria identità pubblica su elementi divisivi, simbolici, spesso più politici che artistici. Dalla rivendicazione di farsi chiamare “direttore” – elevata a battaglia identitaria – fino alla costante presenza mediatica, sempre pronta a trasformare ogni critica in un attacco ideologico.
E intanto, sullo sfondo, restava la domanda fondamentale: dov’è il percorso artistico che giustifica tutto questo? Non è sessismo. Non è pregiudizio. È una questione di mestiere.
Chi lavora davvero nei teatri lo sa: l’autorevolezza non si costruisce a colpi di dichiarazioni, ma di prove, di errori, di serate storte, di orchestre conquistate nota dopo nota. Non basta “esserci”. Bisogna reggere. E reggere significa anche saper stare dentro un’istituzione senza trasformarla in un’estensione del proprio personaggio.
Nel caso di Venezi, questa linea è stata superata più volte. E ogni volta si è scelto di rilanciare, alzare il tono, spostare il discorso altrove. Sempre fuori dal merito, sempre dentro la narrazione. Fino al punto di rottura.
C’è poi un altro elemento, meno artistico ma non meno rilevante: il contesto. L’investitura simbolica, il ruolo di icona per una certa area politica, i riferimenti familiari e culturali che hanno contribuito a renderla una figura identitaria più che musicale. Un carico che può forse funzionare in televisione, ma che in un teatro d’opera pesa come un macigno.
Perché la musica – quella vera – non ha bisogno di bandiere. Non ha bisogno di slogan. E soprattutto non ha nulla a che fare con nostalgie, provocazioni ideologiche o guerre culturali da salotto.
La Fenice, nel bene e nel male, è un luogo di lavoro. Di disciplina. Di gerarchie conquistate sul campo. Non è un laboratorio di consenso. E allora sì, forse questa uscita di scena segna la fine di qualcosa. Non solo di un incarico, ma di un’idea distorta di cultura: quella che confonde visibilità con competenza, presenza con autorevolezza, narrazione con realtà.
Si chiude così una stagione che molti, dentro e fuori il teatro, avevano sempre percepito come fragile, imposta, precaria. E si chiude nel modo più prevedibile: con una rottura. Senza rimpianti.
Resta, semmai, una considerazione amara: quanto danno si sarebbe potuto evitare se, fin dall’inizio, si fosse scelto il merito invece dell’immagine. Se si fosse dato ascolto a chi lavora davvero. Se si fosse capito che la cultura non è un palcoscenico per operazioni di branding.
Adesso il sipario cala. E forse è un bene. Beatrice Venezi potrà tornare nei contesti in cui la sua figura funziona meglio: la televisione, le interviste, le polemiche calibrate. Magari anche la pubblicità, tra luci morbide e pose studiate, dove il racconto conta più del contenuto. E, perché no, continuare a indignarsi per chi la chiama “direttrice”, come se il problema della musica fosse linguistico e non musicale.
Nel frattempo, la Fenice prova a ricominciare. Con una certezza in più: l’autorità non si impone. Si costruisce. E chi dimentica questa regola, prima o poi, finisce esattamente dove Lippi finì dopo quella frase. Fuori dai giochi.
