Alain Platel: evocare la bellezza della vita, nonostante tutto. L’intervista

Coup fatal|Alain Platel a Vienna|Tauberbach - Alain Platel
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Alain Platel a Vienna
Alain Platel a Vienna (photo: Simona Cappellini)
Incontriamo Alain Platel nell’hotel dove soggiorna a Vienna in occasione del festival Impulstanz, adiacente al Museum Quartier e al Volkstheater.
Lo stravagante 25 Hours Hotel ha un’atmosfera singolare, a metà tra il design e il circense: sopra la porta, chi entra è accolto dalla frase “We are all mad here”. 

Ci sediamo in un salottino della lobby, con una musica jazz in sottofondo. Platel è sorridente e disponibile, e con il suo tono caldo e pacato riesce a mettere subito a proprio agio l’interlocutore. Parla quasi sottovoce, ma con sicurezza. Dal colloquio traspare un animo sensibile, spontaneo, che sembra assorbire da tutto ciò che lo circonda.
La sensazione, confermata nel corso dell’intervista, non è quella del grande artista internazionalmente affermato e distaccato, ma di qualcuno che vive secondo una propria visione del mondo, estremamente affascinato dall’aspetto umano in tutte le sue forme, incluse le più contraddittorie. 

Fondatore di Les Ballets C de la B (Les Ballets Contemporaines de la Belgique), Alain Platel continua a guidare una compagnia divenuta oggi un collettivo di artisti provenienti da culture e percorsi differenti che mettono in atto processi creativi dinamici in cui si fondono danza, teatro, musica, lirica e altri materiali scenici.

Il loro motto “This dance is for the world and the world is for everyone” esprime perfettamente il carattere eclettico e interculturale della compagnia.  Ma la peculiarità della loro estetica è data soprattutto dal modo in cui gli artisti riescono a tradurre in scena un linguaggio corporeo non convenzionale.


I lavori di Platel sono il risultato di una ricerca verso una libertà del corpo che rompe i canoni e i rituali estetici classici per seguire in maniera più istintiva la parte pura e incontaminata dell’essere, quella in cui si nascondono le instabilità, le incongruità, i residui dell’anima.  

In “Tauberbach”, performance a metà fra teatro e danza, Platel prosegue questo tipo di ricerca sulla forma più anarchica del movimento e sulla parola che va alla radice dell’essere. Ispirandosi al documentario del brasiliano Marco Prado, la storia racconta di una donna – Estamira – che vive in una discarica completamente isolata dagli altri suoi simili. Entrata in uno stato di schizofrenia, Estamira si è creata un proprio linguaggio attraverso il quale comunica con se stessa e con una voce che sente nella sua testa, come se fosse uno stato superiore di coscienza.

In occasione della prima austriaca di “Tauberbach” che ha inaugurato quest’edizione dell’Impulstanz, festival di rilevanza internazionale e dalla ricca programmazione, che proseguirà fino al 17 agosto, Platel ci ha introdotti nel suo affascinante universo. 

Il suo lavoro è caratterizzato dall’incontro di culture e identità differenti. Pensa che un artista trovi una nuova identità quando inizia la sua collaborazione con Les Ballets C de la B?
Questa è una buona domanda. Onestamente credo di sì. Ma non è qualcosa che avviene intenzionalmente. In realtà ogni esperienza importante può cambiare la tua identità. In questo ambito ho visto molte volte persone che hanno avuto un’esperienza molto forte, e non solo per il contesto di Les Ballets C de la B. Nel nostro caso il lavoro è, soprattutto in una prima fase, un invito a guardarsi dentro, nella parte più profonda di noi stessi, e allo stesso tempo a confrontarsi con le persone con cui lavori, per cui rappresenta davvero un’esperienza molto personale e forte.
Inoltre di solito non dico semplicemente cosa fare, ma traggo anche ispirazione da ciò che gli altri dicono o pensano. Ognuno porta il proprio contributo.

La ricerca, per il lato più incontaminato di un essere umano, sembra essere qualcosa a cui lei è particolarmente interessato. Nella presentazione di “Tauberbach” ho letto una frase molto rappresentativa: “The second stage is inside” (il secondo palcoscenico è dentro di noi). Come lavora per esprimere questa parte nascosta attraverso la danza?
Penso che tutto accada inconsciamente, più che in modo programmato. Quando inizio a lavorare con delle persone non ho un progetto, e cerco di organizzare l’ambiente in cui lavoriamo in modo che sia il più confortevole possibile, così che possano sentirsi a proprio agio e interessate. Anche l’impegno di tempo richiesto è molto classico, come quello di un lavoro di ufficio. Non sono il tipo di coreografo che chiede di stare a lavoro fino a tarda notte se necessario. Ma amo il fatto che le persone, per il modo in cui lavoriamo in quelle otto o nove ore, continuino a pensarci, a riflettere sul materiale emerso, anche quando tornano a casa. E, venendo alla sua domanda, in questa fase non sono molto interessato al movimento, ad esempio. Sono più interessato a ciò che la gente pensa e sente.

Tauberbach - Alain Platel
Tauberbach – Alain Platel (photo: © Julian Röder – Ju Ostkreuz)
Quindi ognuno porta la propria esperienza personale…
Sì, e in questo tipo di discussione ci sono molte opinioni differenti, alcune persone spesso sono entusiaste e ambiziose, e questo tipo di scambio di idee iniziale aiuta a far restare le persone più focalizzate su ciò che stanno facendo.

Lei è autodidatta. Pensa che quest’aspetto abbia contribuito a creare uno stile e un linguaggio molto più personale nei suoi lavori?
Assolutamente sì. Penso che tuttora mi aiuti a restare molto naïve; ancora oggi non mi sento influenzato da un certo contesto o da una particolare impronta, ma continuo ad avere un approccio al lavoro completamente intuitivo e spontaneo. Credo che nel teatro e nella danza contemporanei l’aspetto più importante sia l’esperienza umana.

Si è però ispirato a grandi maestri, come Pina Bausch…

Sì, è vero. Quando ho iniziato il mio percorso negli anni Ottanta, in modo non professionale, il lavoro di Pina mi dette l’impressione di un teatro libero, dove si dava maggiormente attenzione alle persone che ad un progetto. Soprattutto nel primo periodo, ero meravigliato nel vedere il modo in cui usava le persone con cui lavorava, come puro materiale per le sue performance. Ed era anche straordinaria la relazione che si creava tra di loro. Ricordo che quando vidi per la prima volta una sua performance rimasi colpito dalla sensazione di affinità che emergeva tra i performer mentre erano sul palco. C’era un’empatia totale. E questo aspetto ha sicuramente ispirato il mio modo di lavorare.

In “Tauberbach” Estamira crea un suo linguaggio come un modo per sopravvivere. C’è un’allegoria a danza e teatro in questo, dove è anche possibile creare un proprio linguaggio come modo per sopravvivere?
Sì [Platel sorride e fa una pausa]. E’ una buona metafora in effetti, e per me è sicuramente così. Non so se sia così per tutti, o se tutti lo vivono nello stesso modo, ma per me questa è la risposta a domande come “perché mi trovo qui” o “perché voglio essere qui”. E’ un qualcosa che mi nutre, e che mi aiuta a vivere la mia vita, anche nei momenti difficili.

Nel suo sito esprime il supporto ad un boicottaggio culturale di Israele, argomento purtroppo molto attuale in queste ore. Prende mai ispirazione dai grandi temi di attualità per i suoi lavori?
La decisione di supportare il boicottaggio culturale è qualcosa che sento più che necessaria, e sarei grato se altre persone facessero lo stesso, anche se non voglio molta pubblicità per questo. Ho lavorato con danzatori e artisti palestinesi, così come israeliani ed ebrei, e vedo che questo tipo di decisione è sempre più appoggiata non solo dagli artisti palestinesi ma anche da quelli israeliani. Però non mi sento di prendere questo genere di elementi dalla realtà e portarli in una performance, perché è qualcosa di troppo doloroso e personale. La situazione è vissuta in modo molto sofferente da entrambe le parti, e penso che portarla in una performance non sarebbe una buona idea.
La prima volta che andai in Palestina, nel 2001, rimasi letteralmente scioccato nel vedere persone che, in quella situazione, riuscivano a continuare a danzare e fare musica. Ed è in questo senso che una performance come “Tauberbach” può essere eventualmente collegata a questa situazione, perché si parla di come sia possibile, pur in condizioni disumane, evocare ancora la bellezza della vita.

Anche la musica ha un ruolo importante nelle sue performance, e anche qui ne fa un uso personale. Come effettua le sue scelte musicali?
In realtà sono un dilettante, non un professionista, in ambito musicale, per cui seguo sempre di più il mio intuito e il mio gusto. Quando ho iniziato per la prima volta a lavorare con musicisti professionisti ricordo che ero non solo spaventato, ma anche molto imbarazzato… Loro tuttavia mi hanno dato fiducia, dicendomi che il modo in cui mi avvicinavo alla musica, e soprattutto il modo in cui la traducevo in immagini, era veramente sorprendente per loro.
Anche per “Tauberbach” alcuni musicisti sono rimasti sorpresi nel vedere le immagini che nascevano con la musica. Non avrebbero mai pensato che dalla musica di Bach potessero emergere immagini del genere, ma in un certo senso sentivano che c’era una connessione, una relazione. Lavorare con musicisti professionisti come Fabrizio Cassol e altri che apprezzano il mio lavoro mi ha dato veramente fiducia, e penso di essere anche riuscito in qualche modo a tradurre alcuni brani di musica classica attualizzandoli, portandoli nei nostri tempi. Credo che in “Tauberbach” ci sia la forma più estrema di come puoi interpretare la musica di Bach.

Coup fatal
Coup fatal (photo: Kurt Van Der Elst)
L’effetto dei suoi lavori è volto più a dare risposte o a creare domande?
Anche questa è una buona domanda… Credo che troppo spesso le performance, soprattutto nella regione da dove provengo, si pongano l’obiettivo di rappresentare determinati fatti o situazioni del mondo così come sono, e molto raramente vedo proposte di alternative possibili. Non credo che si dovrebbero dare risposte del genere, “dovrebbe essere così” o “non dovrebbe essere così”, ma semmai cercare alternative che dimostrino come ancora sia possibile sorprendersi e restare affascinati dalla bellezza della vita. Anch’io in passato ho fatto alcune performance che mostravano solo ciò che c’era di sbagliato nel mondo, o su come dovremmo vivere in modo più responsabile. In “Tauberbach” invece ho cercato di mostrare che nella vita hai sempre delle opzioni e puoi scegliere, in qualunque situazione, di beneficiare, di godere di ciò che stai vivendo, oppure di non farlo.   

Allora l’aspettiamo in Italia, dove arriverà in autunno.
Sì, saremo a Torinodanza sia con “Tauberbach” che con “Coup Fatal“, che poi porteremo anche a Roma e Bologna. E’ una performance molto peculiare, che amo particolarmente…
 
 

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