Ferdinando Bruni e Francesco Frongia ripartono dalla drammaturgia di Peter Shaffer. In prima nazionale a Milano fino al 2 marzo
Come spesso accade è stato un bambino piccino piccino a suggerirci la differenza tra cinema e teatro: “Al cinema si vede grande; a teatro si vede invece vero”. Così ce la puntualizzò, con la sua vocina cinguettante.
Per cui, da mozartiani incalliti come siamo, dopo aver visto e rivisto, ridendo e piangendo, il film “Amadeus” di Milos Forman (soprattutto quando il suo corpo viene gettato in una fossa comune con il Requiem di sottofondo), che nel 1984 si ispirò all’omonimo lavoro di Peter Shaffer di qualche anno prima, tratto dal dramma “Mozart e Salieri” di Aleksandr Puskin, siamo corsi fiduciosi per “vedere dal vero” il nostro “Wolfy” (permetteteci di chiamarlo così), a Milano in occasione dell’“Amadeus” messo in scena da Francesco Frongia e Ferdinando Bruni, anche nella parte di Salieri.
La storia rappresentata sul palco del Teatro dell’Elfo, con la platea sold out, è assai conosciuta, e vede come protagonista Antonio Salieri, stimatissimo compositore di origini italiane, alla corte di Giuseppe II d’Asburgo-Lorena, che guarda con sempre maggiore malcontento ed enorme invidia l’ascesa del compositore salisburghese: sentimenti così forti che, secondo la leggenda, lo porteranno, se non a causare direttamente la morte del “divino fanciullo”, a favorirne, con pervicacia e attraverso malevoli accorgimenti, il decadimento e la morte precoce.
Una sorta di apologo, dunque, sull’invidia che prorompe nell’animo di Salieri, capace di infrangere addirittura il patto fatto in gioventù con Dio: la promessa di condurre una vita dai costumi morigerati, in cambio di diventare un grande compositore, degno di enorme fama.
L’arrivo di Mozart, di quel giovane lascivo e volgare, a cui però il creatore ha dato in dono la possibilità di comporre musica sublime, gli scombussola ogni cosa. E quindi il nostro Antonio si scaglia contro Dio stesso, che ha permesso questo sconvolgimento, privilegiando, a suo dire, un uomo per certi versi indegno, che si rivelerà sempre pronto a rivoltare ogni regola con comportamenti non sempre adeguati.
Intorno a Salieri e Mozart (Daniele Fedeli), oltre alla moglie di Amadeus, Constanze Weber (Valeria Andreanò), spesso svagata ma che lo accompagnò fedelmente sino alla fine diventando custode leale della sua memoria, si muovono i personaggi algidi della corte austriaca, capitanati dal superficiale imperatore d’Austria Giuseppe II d’Asburgo-Lorena (Umberto Petranca), che risolve ogni problematica che gli viene posta con la frase ricorrente: “E anche questa è fatta”. Ci sono poi l’algida contessa von Strack (Ginestra Paladino), l’insignificante conte Franz Orsini-Rosenberg (Umberto Toracca) e infine il massone, barone Van Swieten (Matteo de Mojana), irato con il compositore per la presa in giro, a suo dire, della Confraternita nel “Flauto Magico”. Infine, colmi di divertente energia e sempre disponibili ad informare Salieri come “piccoli venticelli”, ecco i due servi di scena, interpretati da Riccardo Buffonini e Alessandro Lussiana.
Come nell’impianto originale della storia, anche sul palcoscenico della sala Shakespeare dell’Elfo, la vicenda si svolge come un lungo flashback, con il vecchio e dimenticato Salieri che, al termine della vita, ripercorre tutto il suo rapporto con Amadeus, dal primo incontro – quando si accorge subito della grandezza di Wolfgang – e comincia il desiderio di distruggerlo, fino a immaginare di passare alla Storia per averlo avvelenato, portando dentro di sé il peccato per aver tradito il patto contratto con Dio per colpa di quel bambino prodigio, un Dio diventato diavolo, un bambino che sa trasformare il banale in sublime, mentre lui, Antonio, sa solo trasformare il sublime in banale.
Forse troppo didascalica, soprattutto nell’ultima parte, la drammaturgia, che avrebbe potuto essere ancor più potente e meno aneddotica. Tuttavia lo spettacolo si fa amare davvero per molte ragioni, soprattutto quando il genio mozartiano emerge con tutta la sua vitalità, contrapposta all’immobile e glaciale presenza dei potenti.
Fondamentale, per la riuscita dello spettacolo, è la perfetta adesione che Ferdinando Bruni è capace di infondere al personaggio di Antonio Salieri, veramente uno dei momenti più alti della sua lunga e fortunata carriera, personaggio che riesce a caratterizzare in tutte le multiformi sfumature, con gli atteggiamenti che ne conseguono, dalla prima difficoltosa conoscenza con Mozart, al rendersi conto della sua irraggiungibile grandezza, sino a preparargli, sempre coperto da una bonomia fasulla, tutte le trappole per incastrarlo.
Bruni è davvero bravissimo, inoltre, a trasmettere al pubblico con grande intensità, nel momento centrale dello spettacolo, tutta la travolgente e sublime grandezza di quelle note che traspaiono dagli spartiti di Mozart che Constanze gli ha portato, una grandezza comprensibile solo a lui, che ne sa riconoscere la portata.
A fare da contraltare a Bruni come Mozart il giovane Daniele Fedeli, che ci piacque molto anni fa per “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte”. Fedeli riesce a ridonarci, attraverso la sua inconfondibile risata e la sua fanciullesca adesione alla vita, tutte le contraddizioni di questo genio. Al medesimo tempo è capace di sottolineare con energia l’estrema contemporaneità delle opere che, uscendo dal loro tempo e dall’algidità muffosa degli ambienti in cui nascevano, grazie anche ai libretti di Da Ponte, rompendo ogni regola si dimostrano ancora di una modernità sconcertante.
Lo spettacolo si regge in modo adeguato anche per l’estrema e semplice eleganza dell’impianto scenico dovuto a Marina Conti e Giancarlo Centola, illuminato dalle luci di Michele Ceglia, con le proiezioni che ci immergono in quel mondo cosi algido e lontano, la corte asburgica della seconda metà del ‘700. In questo senso davvero bellissimi i luccicanti, fastosi e festosi costumi disegnati da Antonio Marras, che danno ulteriore spessore allo spettacolo.
In scena fino al 2 marzo.
Amadeus
di Peter Shaffer
uno spettacolo di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia
traduzione Ferdinando Bruni
con Ferdinando Bruni, Daniele Fedeli, Valeria Andreanò, Riccardo Buffonini, Matteo de Mojana, Alessandro Lussiana, Ginestra Paladino, Umberto Petranca, Luca Toracca
luci Michele Ceglia, suono Gianfranco Turco
costumi Antonio Marras
assistente ai costumi Elena Rossi
realizzazione costumi Elena Rossi, Alessia Lattanzio, Monica Fedora Colombo, Grazia Ieva
realizzazione scene Marina Conti, Giancarlo Centola, Tommaso Serra
produzione Teatro dell’Elfo
si ringrazia Corti Giuseppe Tessiture Jacquard
Visto a Milano, Teatro Elfo Puccini, il 25 gennaio 2025
Prima nazionale
