“Io sono il vento” di Jon Fosse all’Elfo: viaggio sospeso che non travolge

Ph: Marcella Foccardi
Ph: Marcella Foccardi

Marco Bonadei con Angelo Di Genio porta a teatro un dramma esistenziale rarefatto e minimalista: un’esperienza visivamente potente, ma che fatica a scuotere davvero lo spettatore

“Io sono il vento” di Jon Fosse, per la regia di Marco Bonadei, con Bonadei stesso e Angelo Di Genio in scena alla Sala Bausch del Teatro Elfo Puccini di Milano, si presenta come un viaggio sospeso tra infinito e nulla, tra mare e cielo, tra vita e morte.
Lo spettacolo, tratto da un testo scarno, ripetitivo, pieno di pause e domande senza risposta, ambisce a riflettere sull’esistenza, la solitudine, il dolore umano. Ma resta, alla fine, un’esperienza teatrale che galleggia, senza mai davvero immergere lo spettatore.

La scena è dominata da una grande vasca bianca, microcosmo che ambisce a diventare macrocosmo. Dall’alto piovono microfoni neri, fili di un cielo invisibile che ascolta ma non risponde, antenne tese fra materia ed etere. L’acqua appare lattea, quasi marmorea, più acquitrino stagnante che mare agitato. Il disegno luci realizzato con Michele Ceglia — forse il punto più alto dello spettacolo — costruisce spiragli, barlumi, accensioni oniriche che suggeriscono varchi d’uscita, anche solo immaginati.

Due figure in impermeabili neri (costumi di Elena Rossi) si muovono sulla scena, intrappolate in cerchi d’acqua. Sono l’Uno, e l’Altro: non sappiamo chi siano, amici, amanti, forse due facce della stessa persona, forse ombre in un limbo postumo. Partono in barca verso una terra desolata e il loro dialogo si snoda come un filo sottile, sempre sul punto di spezzarsi. Ma più che di viaggio, si tratta di naufragio: uno spostamento privo di approdo, un andare alla deriva senza mai sentire l’ebbrezza della scoperta.

Il testo di Fosse, con la traduzione di Vanda Monaco Westerstahl, è una partitura di vuoti e sospensioni. Bonadei lo rispetta fedelmente, e lo spettatore è posto di fronte a una lingua che più che dire, scava. La parola è una crepa nel silenzio. Tuttavia, questo silenzio, così difficile da rendere a teatro (più che al cinema), qui non sempre vibra come dovrebbe. Si percepisce la fatica di riempire i vuoti con il linguaggio del corpo – affidato alla drammaturgia fisica di Chiara Ameglio – ma il risultato resta flebile. I gesti si ripetono, i movimenti si dilatano, ma raramente riescono ad accendersi di quella carica drammatica capace di smuovere emozioni profonde. L’acqua vibra, lo spettatore no.

Il dialogo tra i due personaggi si muove su registri minimalisti, con domande incisive e risposte lapidarie, lampi di urla stridenti che attraversano il fluire ovattato della scena. Ma il rischio è la monotonia: la tensione non sempre regge, e il paesaggio sonoro – curato da Gianfranco Turco e Leonardo Bonetti – pur arricchendo la dimensione immersiva, finisce per accentuare l’atmosfera di sospensione senza darle il necessario contrappunto emotivo.
Bonadei e Di Genio portano avanti il testo con compostezza, ma sembrano a tratti prigionieri della stessa gabbia concettuale che vogliono raccontare. L’intento è restituire un pensiero filosofico senza formalizzarlo, affidandosi a chiavi simboliche e aperte. Ma la sensazione, da spettatori, è che lo spettacolo manchi di quella scintilla capace di accendere il senso, di incarnarlo. Si resta a guardare due figure alla deriva, senza mai sentirsi davvero coinvolti nel naufragio.

Il testo dice: “Spesso è bello vivere la vita… la vita non è così brutta di tanto in tanto”. Basta poco: mangiare bene, bere ogni tanto, stare insieme. Ma lo spettacolo non riesce a farci sentire questa verità in modo pieno, incarnato. Si ha l’impressione di assistere a una drammaturgia “avvertita”, mai pienamente vissuta, che scivola via come le onde su uno scoglio levigato.
Non c’è dubbio che Jon Fosse, Premio Nobel per la Letteratura 2023, sia uno degli autori teatrali più importanti del nostro tempo. La sua scrittura eredita il minimalismo beckettiano, l’essenzialità ibseniana, e li trasfigura in un teatro rarefatto, denso di assenze, dove conta più ciò che viene taciuto. Eppure, questa cifra stilistica — che lo ha reso celebre — rischia di diventare, sulla scena, un ostacolo se non è sorretta da una regia capace di accendere i dettagli, di tradurre il vuoto in vibrazione, di restituire un’esperienza sensoriale e carnale.

Lo spettacolo di Bonadei, pur raffinato nella cura scenografica e coerente nelle scelte registiche, resta ingessato. Il dispositivo funziona, ma non esplode. Il gioco d’acqua, il fluire agitato della luce, i rumori sinistri che scandiscono la “notte nera come il nulla” (Pascoli): tutto questo costruisce un mondo, sì, ma non riesce a portare lo spettatore fino in fondo, a scuotere il cuore, a lasciare quella vertigine che il testo di Fosse promette.

Andare a teatro, soprattutto davanti a uno spettacolo come “Io sono il vento”, significa essere disposti a mettersi in gioco, a confrontarsi con le proprie angosce, con il desiderio di sollievo. Bonadei lo sa bene, e lo spettacolo ha il merito di non semplificare, di non tradire la complessità filosofica del testo. Ma per quanto suggestivo e immersivo, resta un’esperienza che chiede molto allo spettatore e restituisce poco, come certe vite in cui sembra non mancare nulla, e invece manca proprio la scintilla che le accenda.

“Io sono il vento” si presenta come un viaggio notturno verso l’ignoto, ma finisce per diventare un lento fluire verso il nulla. Due vite spiaggiate, due personaggi che si trascinano al buio, e uno spettacolo che, pur avendo tutte le carte in regola, non riesce a diventare un’esperienza memorabile. Rimane l’impressione di un’occasione mancata, di un progetto raffinato ma sottodimensionato, dove il dramma non passa e lo spettatore resta a riva. Ad aspettare un’onda che non arriva mai.

Io sono il vento
di Jon Fosse
regia Marco Bonadei
con Angelo Di Genio e Marco Bonadei
traduzione Vanda Monaco Westerståhl
collaborazione alla regia Alessandro Frigerio
drammaturgia del corpo Chiara Ameglio
luci Michele Ceglia
dispositivo sonoro Gianfranco Turco e Leonardo Bonetti
scene Marco Bonadei ed Elena Rossi
costumi Elena Rossi
produzione Teatro dell’Elfo

durata: 1h 15’
applausi del pubblico: 3’ 15”

Visto a Milano, Teatro Elfo Puccini, il 24 maggio 2025
Prima nazionale

0 replies on ““Io sono il vento” di Jon Fosse all’Elfo: viaggio sospeso che non travolge”
Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *