Tra desiderio e disillusione, la Bovary di Stefano Cordella

Bovary (ph: Luca Del Pia)
Bovary (ph: Luca Del Pia)

Anahì Traversi e Pietro De Pascalis moderni Emma e Charles Bovary

Dopo essere entrato nei meandri inquietanti del teatro americano del ‘900, con l’ottima resa scenica del capolavoro di Tennessee Williams “Improvvisamente l’estate scorsa”, Stefano Cordella si avvicina ad un’icona immortale della letteratura ottocentesca: “Emma Bovary”.
Ne abbiamo visto l’anteprima al Festival Kilowatt di Sansepolcro.

Coadiuvato dalla coerente e immaginativa drammaturgia di Elena C. Patacchini, con in scena Anahì Traversi e Pietro De Pascalis, Cordella rende contemporanea la vicenda con accortezza registica e senza stravolgimenti. Il romanzo “Madame Bovary. Mœurs de province” di Gustave Flaubert, che trasse la vicenda da una reale storia di cronaca, suscitò molto scandalo nella società borghese del tempo.
Il capolavoro fu dato alle stampe per la prima volta a puntate sul giornale “La Revue de Paris” nel 1856. Lo scandalo fece in modo che le successive versioni del romanzo fossero tagliate ed epurate, e che solo nel 1949 Gabrielle Leleu e Jean Pommier potessero pubblicare la prima versione integrale, che in Italia uscì parecchi anni dopo.

La vicenda, come ricordiamo dai banchi di scuola, ha per protagonista Emma, moglie di Charles Bovary, un medico di provincia, che stanca e sfiduciata della sua vita monotona cerca di colmare la propria insoddisfazione con un lusso esorbitante e allacciando fugaci relazioni sentimentali che non riescono mai ad appagarla.
La storia finisce tragicamente, con la protagonista che muore dopo aver ingoiato una dose di arsenico, e con il marito che poco dopo la segue lasciando orfana la loro figlia.

Subito lo spettacolo, al di là della storia narrata, ci introduce la difficoltà che le parole in scena avranno per raccontare i veri sentimenti della protagonista: “Perché nessuno mai riesce a dare l’esatta misura di ciò che pensa, di ciò che soffre, della necessità che lo incalza, e la parola umana è come una pentola rotta su cui andiamo battendo melodie che fanno ballare gli orsi mentre vorremmo intenerire le stelle”.
A condurci nel cuore della vicenda sono solo due personaggi: Emma, a cui Anahì Traversi riesce a dare in ogni momento spessore e una bellezza irrequieta, e il paziente ed indifeso marito Charles, Pietro De Pascalis.

Emma fa la traduttrice e scrive: è al suo secondo romanzo, a cui però non sa dare un seguito convincente. Guarda il mondo sperando di poterci entrare, ma, appena il tentativo sembra riuscire, vince l’indifferenza, perché di quel mondo, così poco appetibile, è schifata. “A volte mi sembra che facciamo delle cose nella speranza di farne altre, come se facessimo finta che le cose che stiamo facendo siano vere ma non sono vere, le facciamo, ma non sono vere, sono solo un allenamento, una prova. Le cose vere le faremo dopo”.

Il marito cerca in ogni modo di aiutarla, di stimolarla, ma lei non riesce a comprenderne fino in fondo i tentativi: “Anche se spesso rimaniamo in silenzio perché tu non capisci nulla di quello che dico, e io non capisco nulla di quello che dici, non è importante perché stare con te per me è bellissimo. Ogni volta che ti vedo, dopo mi sento meglio, dopo sono felice mi sento al posto giusto, mi sento parte del mondo”.

La forza dello spettacolo sta nel saper condurre per mano lo spettatore al cuore dei sentimenti dei personaggi, senza mai amplificarne le valenze. In tal modo questa Bovary ci restituisce intatta la fatica quotidiana della protagonista nel sentirsi inadeguata a quello che sta vivendo. Le parole scavano in un mondo che anche lo spettatore trova manchevole, facendolo così partecipe del disgusto silenzioso della protagonista.
Allo stesso tempo percepiamo la benevola difficoltà del pur inetto marito nell’aiutarla, non riuscendo a capire da dove iniziare.
Due personaggi, insomma, che potrebbero essere i nostri vicini di casa, complici le scene di Marco Muzzolon, i costumi di Giulia Giovannelli e il suono di Gianluca Agostini, che spesso imbeve di emozioni la scena.

Solo alla fine la vera Bovary si presenterà, suggerendoci la lontana matrice dell’insoddisfazione, indossando un vestito d’epoca e dichiarando la sua inevitabile sconfitta.
“Amare non serve a niente, pensavo. Stavo pensando: lo sai quale sarebbe un mondo bellissimo, il mondo più bello di tutti? Sai quale sarebbe? Quello senza di me”.

BOVARY
da Madame Bovary di Gustave Flaubert
ideazione e regia Stefano Cordella
drammaturgia Elena C. Patacchini
con Anahì Traversi e Pietro De Pascalis
scene Marco Muzzolon
costumi Giulia Giovanelli
disegno luci Fulvio Melli
suono Gianluca Agostini
assistente alla regia Marica Pace
delegata di produzione Susanna Russo
produzione Manifatture Teatrali Milanesi

Visto a Sansepolcro, Teatro della Misericordia, il 16 luglio 2025

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