Calamaro e Mascino risucchiate nello stesso Smarrimento

Mascino in Smarrimento (photo: Giulia Di Vitantonio)
Mascino in Smarrimento (photo: Giulia Di Vitantonio)

Smarrimento. La nuova regia di Lucia Calamaro, prodotta da Marche Teatro, ha fatto tappa al Franco Parenti di Milano

Smarrimento. Chi scrive per mestiere, conosce bene quel senso di disorientamento e frustrazione che accompagna la genesi e la stesura di un’opera. È la sindrome del foglio bianco, la fatica di trovare ispirazione, il bisogno di dare forza e spessore a situazioni e personaggi.
La creatività è un dono. Ideazione e fantasia sono condizione necessaria ma non sufficiente per scrivere un romanzo. Occorrono anche coerenza, originalità, e forse qualche ferita da curare.

Chi, come la pluripremiata Lucia Calamaro, si cimenta da anni con la drammaturgia, conosce bene le fragilità della scrittura: personaggi in cerca di storie, fatti da abitare, vibrazioni con cui il lettore possa identificarsi. Ogni creazione è un parto, e non mancano le doglie. Ecco perché erano tante le attese per questo “Smarrimento”, storia di una scrittrice in crisi alle prese con tanti personaggi irrisolti, e tanti incipit cui dare continuità.

A interpretare questa pièce dell’incompiuto e insoluto, Lucia Mascino, attrice di cinema, tv e teatro, dal 2008 anche sparring partner di Filippo Timi. E forse, più che dalla sindrome del personaggio abbozzato, Mascino sembra contagiata proprio dalla sindrome dell’attore, con quel po’ di narcisismo che riscontriamo nelle star, alle prese con la loro claque osannante. Botta e risposta di pancia, alla ricerca dell’applauso e della risata facile. Un po’ come ci ha abituati Timi, prima che ci abituassimo a fare a meno dei suoi spettacoli.
Il dubbio ti assale già quando ti siedi in platea e vedi lei, l’attrice, in scena a concionare tra sé e sé, vibrante come una corda violino, in preda a nevrosi prevedibili come i tiri telefonati nel gioco del calcio.


«Chi ben comincia è a metà dell’opera»: lo diceva Orazio, e non Pitagora come si afferma nel testo. Ma forse era una battuta, e ahinoi non l’abbiamo capita.
Certo, un buon incipit non basta a far sì che storie e personaggi prendano il volo. In “Smarrimento” il personaggio principale è Anna, breve nome palindromo che pare adattarsi a ogni approccio in un senso e nell’altro, con la possibilità di tornare indietro e ricominciare daccapo.
Lo spettacolo si dilata in mille direzioni, dalla scrittrice invitata ai reading per scopi commerciali, al marito disoccupato che manda curriculum in giro senza costrutto, alla figlia da coccolare, al padre anaffettivo, a temi impegnativi come la malattia e la vecchiaia.
Eppure manca un costrutto, una logica, anche tenendo conto del presupposto dello spettacolo, che è proprio lo smarrimento dinanzi all’inconcludenza. Certo, tutto è plausibile nel mare magnum del vano, dell’aperto e del provvisorio. Ma una scrittrice brava come Calamaro può accontentarsi di “vincere facile”? Del resto, la sensazione è che si riesca a perdere anche una sfida già vinta.

Questi personaggi si assomigliano tutti. Dovrebbero contemplare qualche angoscia come i “Sei personaggi” pirandelliani. Ci aspetteremmo la frenesia di Belluca in “Il treno ha fischiato”, o la frustrazione di Vitangelo Moscarda in “Uno, nessuno e centomila” per una vita che non conclude, sempre per citare Pirandello. E invece niente. Neppure una traccia d’alienazione o disagio che accomuni i personaggi almeno agli inetti di Svevo o Moravia. I protagonisti volatili di questo testo verboso non sembrano vivere di vita propria. Non hanno la terza dimensione, e forse neppure le prime due. «And along the road their faces / All begin to look the same»: «Lungo la strada, tutti i loro volti iniziano a sembrare lo stesso volto» (“The Road”, Danny O’Keefy).

“Smarrimento” insomma non convince. Non si addentra in nessuno smarrimento. Non ci si perde e dunque non ci si ritrova. Si resta dove si era. Il testo rimane in superficie. Non incontra le fragilità dello spettatore. Non risponde ai suoi bisogni.
Un’occasione mancata. Non basta lanciare a terra una sedia di design o rovesciare un paio di scaffali di libri, uno più bianco dell’altro, per creare movimento, per esprimere ferite, o illusioni, o sorrisi.
Lucia Mascino, pur brava, non esce da sé stessa. Resta la medesima figura dall’inizio alla fine, mediamente spiritosa, mediamente credibile, mediamente piatta. Non si lascia deformare da nessuno dei personaggi cui dà vita. Resta lineare di pari passo con una regia senza guizzi. “Smarrimento” è il fumo d’esistenze fumose. Qualche risata, un po’ di noia. Lo spettacolo dura poco, e qui la brevità è salvifica.
In “Anna Karenina” Tolstoj affermava che «tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo». Il tandem Calamaro-Mascino, invece, fa un magma indistinto di personaggi, situazioni, felicità e infelicità che si assomigliano tutti. Sipario.

SMARRIMENTO
uno spettacolo scritto e diretto da Lucia Calamaro
per e con Lucia Mascino
scene e luci Lucio Diana
costumi Stefania Cempini
allestimento tecnico Mauro Marasà
tecnici Cosimo Maggini, Michele Stura, Jacopo Pace, Federico Occhiodoro, Marco Scattolini, Lorenzo Guerriero
amministratore di compagnia Serena Martarelli
direttore di produzione Marta Morico
organizzazione, distribuzione Alessandro Gaggiotti
assistente di produzione Claudia Meloncelli
comunicazione e ufficio stampa Beatrice Giongo
produzione MARCHE TEATRO

durata: 55’
applausi del pubblico: 1’ 30”

Visto a Milano, Teatro Franco Parenti, il 18 febbraio 2022

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