“Il paese delle facce gonfie” di Confraternita del Chianti: monologo lieve sul disastro di Seveso

Photo: Confraternita del Chianti
Photo: Confraternita del Chianti

Il testo di Paolo Bignami con Stefano Panzeri va in scena all’Overview festival di Cassano d’Adda

Storia di un disastro ambientale annunciato.
In “Il paese delle facce gonfie”, La Confraternita del Chianti dà un’impronta onirica al proprio teatro civile, che contempla già collaborazioni come “Acciaio liquido” (testo Marco Di Stefano, regia Lara Franceschetti, sul rogo della ThyssenKrupp a Torino) e lavori come “Pentateuco” o “Propaganda”.

Presentato al festival Overview a Cassano d’Adda (Mi), “Il paese delle facce gonfie” è un monologo su una storia lombarda di quasi cinquanta anni fa. Era il 10 luglio 1976 quando dall’Icmesa, fabbrica appartenente alla multinazionale Hoffmann-La Roche e ubicata a Meda, fuoriuscì una nube tossica. Essa conteneva diossina, e contaminò un’ampia area comprendente larga parte del comune di Seveso e territori dei comuni di Meda, Cesano Maderno e Desio.

La pericolosità della diossina, segnalata da alcuni incidenti (il primo del 1953) avvenuti nel corso del ciclo di lavorazione del triclorofenolo, era stata definitivamente accertata nel corso della guerra in Vietnam. La contaminazione di Seveso-Meda fu il primo incidente non bellico in cui fu coinvolta massicciamente la popolazione civile, ed è annoverata dal periodico “Time” all’ottavo posto tra le catastrofi ambientali di sempre.

«Quand’ero bambino mi piaceva guardare le nuvole. Mi sdraiavo sul prato fuori di casa e aspettavo. C’erano dei giorni di sereno che aspettavo delle ore e non succedeva niente. Stavo lì sdraiato sul prato finché non arrivava la mia mamma: “cosa fai?” “Guardo le nuvole.” “Sei il solito Poldo, non vedi che è sereno.” Quando diceva “sei il solito Poldo” intendeva “il solito cretino”».

Il testo di Paolo Bignami, vincitore del Mario Fratti Award 2017 a New York, ha un incedere ingenuo e fiabesco. È il protagonista, Poldo, che narra in prima persona. Racconta di quando era bambino e della sua passione per le nuvole: le osservava, e vi scorgeva figure favolose. Come Vittorio Gassman, in una scena nel film “La grande guerra”. O come nella canzone/poesia “Le nuvole” di Fabrizio De André.
Poldo rievoca anche i teneri rimbrotti dei genitori. E ancora, racconta di quando era ragazzo, e sulle biglie c’era Gimondi, e la Carrà cantava “Ma che musica maestro”. E il Carosello intonava “Gigante, pensaci tu” per introdurre la pubblicità dei cioccolatini Mon Chéri. E intanto il suo amico Diego, detto Zorro, rubava gli stemmi delle auto; e la madre di Diego, Giuseppina, faceva la vita. Prima che entrambi finissero a lavorare in fabbrica.

Di lì a poco, all’Icmesa, finì per lavorarci anche Poldo. E ci incontrò l’Olivia, così gentile e profumata da morire dalla voglia di portarla a ballare o al cinema. E ci incontrò pure l’Armando, che aveva fatto il pugile e sapeva suonare la tromba. E quando suonava, gli si gonfiava la faccia. Solo che all’Icmesa ci furono diversi incidenti, anche prima di quel famigerato 10 luglio del ’76. E si alzavano nuvole nere, non bianche come quelle che piacevano a Poldo. E le facce iniziarono a gonfiarsi anche a chi non aveva mai suonato la tromba. E quelle facce gonfie diventavano palloncini che salivano fino al cielo, e si portavano via le persone care.

Un racconto dove la tragedia si stempera nella metafora. A cesellare il testo di Bignami, o a spremerlo come un agrume per sprizzarne la forza teatrale, è Chiara Boscaro, qui in versione dramaturg. A dare volto, movenze e parole a Poldo è uno Stefano Panzeri stralunato, diretto da Marco Di Stefano, che ne fa un personaggio ingenuo ma con una punta d’arguzia. Poldo arriva con un pallone e un frigo portatile, che fa scampagnata e soprattutto picchetto da sciopero.

Panzeri entra in un testo fanciullescamente poetico, costellato d’anafore, ripetizioni rituali, anacoluti. È una paratassi naif, che ben rende l’anima candida di Poldo, capace tuttavia di scorgere il male degli uomini, che qui si chiama profitto dei padroni della fabbrica e conta sulla connivenza di medici arrendevoli e di avvocati speculatori. Ma Poldo, retto e leale, reagisce sempre in maniera positiva alle sfide della vita, anche quando quest’ultima gli serba brutte sorprese, come la scomparsa delle persone che sente più vicine. Poldo reagisce con delicatezza trasognata. E allora questo teatro è doppiamente civile, perché la denuncia si tinge di compassione, e la protesta sfuma nella lirica.

C’è nel procedere di questo teatro e di questo personaggio – che ricorda “Agostino” di Alberto Moravia, ma anche “Forrest Gump” di Winston Groom – un certo fatalismo positivo, che lo porta a non demordere. Poldo non confonde il dolore con la rabbia e non trasforma la rabbia in risentimento e vendetta. Egli soffre ma non si abbatte. Non coltiva mai aspettative utopiche verso il futuro, né rimpiange il passato, ma pare sempre concentrato su come trasfigurare in sogno il momento che sta vivendo.

Soprattutto, Poldo ci ricorda che il teatro esercita una funzione civile anche quando parla sottovoce, non usa toni volgari o aggressivi, stempera la protesta in una sorta di realismo magico.
Nel “Paese delle facce gonfie” la tragedia non è amarcord, ma monito verso la nostra epoca, che continua a trascurare la questione ambientale, mentre seguitano ad aumentare le morti sul lavoro.

IL PAESE DELLE FACCE GONFIE
di Paolo Bignami
con Stefano Panzeri
dramaturg Chiara Boscaro
regia Marco Di Stefano
assistente alla regia Cristina Campochiaro
responsabile tecnico Enzo Biscardi
un progetto La Confraternita del Chianti
una produzione Associazione Interdisciplinare delle Arti
con il sostegno del MIBACT
con il sostegno di Teatro In folio/Residenza Carte Vive
testo Vincitore del Mario Fratti Award 2017 (New York, USA)

durata: 55’
applausi del pubblico: 2’ 50”

Visto a Cassano d’Adda, TeCa Teatro Cassanese, l’8 aprile 2022

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