Se la bella resta addormentata. Ciao Bella di Elvira Frosini

Ciao Bella
Ciao Bella
Ciao Bella (photo: Jacopo Quaranta)

Cercando di definire questo nuovo teatro riprendendo in mano i termini delle avanguardie storiche dell’arte figurativa, Fabio Franceschelli di Olivieri_Ravelli Teatro attribuiva ad Elvira Frosini e al suo progetto Kataklisma l’aggettivo “pop”.
Il sottotitolo di “Ciao Bella”, spettacolo prodotto nel 2010, è “istruzioni per un buon risveglio”. È con queste due suggestioni che arriviamo a teatro, questo Nuovo Colosseo che tenta di ospitare altrettanto nuove realtà, senza tuttavia trovare ancora il sostegno che, almeno per il tentativo, meriterebbe in pieno.

Scena buia, spoglia, fredda, con qualche macchia di colore: un cuscino di raso rosso e una cordicella, pure rossa, che tiene a guinzaglio un piccolo dinosauro bianco.
Elvira Frosini indossa una sottoveste bianca, scarpe rosse, borsa abbinata. Il suo è un corpo magro e nervoso; folti, i riccioli neri spariscono al contrasto con il fondo. Resta il riflesso di una carne che si muove con grande rigore.

In questo angolo buio, questo cunicolo della coscienza che ci restituisce una realtà distorta in cui cenni al passato del “presidente” si mescolano grottescamente alle vicende di Brooke, Taylor e Nick di “Beautiful” (curiosamente, “Bella” in inglese), l’unico personaggio in scena è una Bella Addormentata che non riesce a svegliarsi.
Persa in un dormiveglia fatto di movimenti nevrotici e voce cantilenante, aspetta un nuovo giorno che non arriverà e preferisce il sogno. Coprendo l’orrore di questa verità con generosi spruzzi d’ironia, questa Sleeping Beauty aspetta non a riposo, ma schiacciata da un’iperattività di nervi tesi.


“Ciao Bella” porta il segno di un grande lavoro sul corpo, con il corpo, per il corpo. Eppure non è un teatro fisico. “Ciao Bella” porta in scena una sola attrice, battute poche. Eppure non è un monologo. “Ciao Bella” dura meno di 45 minuti. Eppure non è una performance. Sfuggire alle definizioni è un’arte nobile, specialmente quando si mette a punto da sé, senza calcolo. Quando in scena, forte nel proprio carattere d’urgenza, sopravvive soltanto il segno dell’istanza che ha mosso quella stessa creazione. Senza orpelli stilistici a ostacolare l’abbraccio con l’idea. In “Ciao Bella” il calcolo invece c’è. Stavolta sfuggire alle definizioni è – o almeno sembra – una scelta programmatica. Frosini segna i propri spostamenti in uno schema immaginario ma preciso al millimetro, percorre i suoi metri di palco senza paura del silenzio, senza timore di esagerare la stilizzazione di certi stati d’animo e componendo una partitura fisica assolutamente sui generis, che a volte, più che alle definizioni, sfugge alla vera e propria comprensione.

Eppure a rendere tutto sommato vincente questo calcolo c’è, aveva ragione Franceschelli, qualche dichiarata svisata pop che fa detonare l’esplosivo un attimo prima che il plastico diventi acido e perda la propria potenza.
Saranno gli sguardi al pubblico, grotteschi e inquietanti, sarà una voce sottile che parla a se stessa nel buio, sarà quel criptico dinosauro che ci dà le spalle in proscenio come pronto a divorare tutta la scena, Frosini agisce e tiene l’attenzione.
Il nostro sogno è quasi sempre il suo. La presenza più invadente è quella dell’audio: il volume troppo alto, le tracce troppo lunghe, il rischio di catalizzare l’attenzione a scapito di passaggi più interessanti da un punto di vista drammaturgico, fino alla presa di coscienza che, in fondo, davvero non c’era bisogno di un commento così presente.
Forse, a costo di protrarre la durata e di studiare qualche altro buon passaggio come quello che vediamo ritratto in questa foto, si poteva puntare a una soluzione più estrema: lasciare alla suoneria di “Bella Ciao” l’unica incursione sonora, senza rompere la bella ritualità creata.

CIAO BELLA
di e con Elvira Frosini
produzione: Kataklisma
disegno luci: Ilaria Patamia e Marco Fumarola
voce registrata: Marco Fumarola
durata: 43’
applausi del pubblico: 1’ 13’’

Visto a Roma, Teatro Nuovo Colosseo, il 10 aprile 2010

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No comments

  1. says: Dario Aggioli

    beh devi dire che confrontando i due recensori di Roma
    Lo Gatto e Pacini
    devo dire che uno è più buono con le recensioni
    l’altro con le stellette

    se Pacini avesse scritto così questo articolo ne avrebbe date almeno 3 se non tre e mezzo…

    😉

  2. says: sergio

    vi dirò, quella delle stellette è una croce che ci flagella da tempo. tutt’altro che facile, secondo me. la mia linea guida è (per una volta) quella matematica: se 5 è il massimo, 2/5 è la metà, cioè la sufficienza. Ma poi non è nemmeno vero, ché ogni volta – almeno per quanto mi riguarda – cerco di considerare tante cose le giudizio delle stellette, in questo caso il fatto che l’idea è molto buona ma quello dell’audio è a mio parere un errore che compromette troppo l’insieme. Una grande imprecisione, in uno spettacolo che punta così tanto sul corpo e potrebbe così bene puntare sui silenzi. Soprattutto quando c’è una presenza netta come quella di Elvira Frosini, che secondo me parla molto da sola. E’ un po’ lo stesso errore degli spettacoli che si parlano troppo addosso.
    Comunque le stellette sono le ultime cose che guardo, così come le ultime cose che, scrivendo, formulo.
    E poi, Aggioli, ancora non hai capito che io e Pacini siamo la stessa persona?! 😉
    grazie d’aver letto.
    S.

  3. says: sergio

    questa frase non ha senso: “cerco di considerare tante cose le giudizio delle stellette”
    volevo scrivere: “cerco di considerare tante cose NEL giudizio dato dalle stellette”

  4. says: alessia

    delizia del recensore pigro, o di quello con deliri di onnipotenza, per la capacità di sintesi che lo solleva da compiti faticossissimi (che a volte non ci si dorme la notte).
    croce del recensore idealista che investe ed investe ed investe (che a volte non ci si dorme la notte) e poi scopre che in tanti rullano l’articolo per arrivare dritti alle stelline.

    hai tutta la mia solidarietà sergio, anche io odio le stelline.

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