Confini disumani, la danza di Equilibrio Dinamico sull’emigrazione

Confini disumani (photo: Stefano Sasso)
Confini disumani (photo: Stefano Sasso)

Una scena livida come il mare di una notte senza stelle. Luci lunari nella nebbia. Fenditure di fari che disegnano coni opalescenti, e di un posto al sole neppure l’ombra.
Dieci anni di attività per la compagnia barese di danza Equilibrio Dinamico. Che celebra l’anniversario al Teatro No’hma di Milano ripresentando “Confini disumani”, spettacolo costruito tra 2014 e 2018 che ha viaggiato oltreoceano raggiungendo Stati Uniti, Messico e Singapore.
Per questo lavoro la direttrice artistica e coreografa Roberta Ferrara si è ispirata al libro “Solo andata” dello scrittore Erri De Luca: «Noi siamo il rosso e il nero della terra, un oltremare di sandali sfondati, il polline e la polvere nel vento di stasera. Uno di noi, a nome di tutti ha detto: non vi sbarazzerete di me. Va bene, muoio, ma in tre giorni resuscito e ritorno».

“Confini disumani” è uno spettacolo sull’emigrazione. È una danza agile e sinuosa come i delfini del Mediterraneo, solenne come una preghiera corale, spigolosa come la roccia, ruvida come la terra aggredita dal deserto. Storie di viaggi della speranza. Miraggi di felicità: guerre e carestie da lasciare alle spalle, montagne da superare, mari da attraversare resistendo alle intemperie e alle onde. Sono suggestioni di un cambiamento su cui aleggia sempre lo spettro della morte. Alle insidie della natura si somma il cinismo umano che separa, respinge, allontana. Quando accoglie, contempla sempre l’inganno dello sfruttamento. Anche di questo si muore.

“Confini disumani” è un lavoro fra mito e tradizione. È archetipo d’itinerari sperduti e disperati. È supplica verso un cielo concavo. È solidarietà civile e denuncia. Sotto le luci caliginose di Roberto Colabufo, i danzatori (Nicola De Pascale, Camilla Romita, Antonello Amati, Giulia Bertoni, Beatrice Netti, Tonia Laterza e Silvia Sisto) disegnano una coreografia in cui si avvicendano assolo, duetti ed ensemble.
È un’umanità alla deriva. Non resta che la coesione fra derelitti. I momenti di solitudine si alternano a quelli di raggruppamento. I danzatori avanzano lenti, pavidi, circospetti. Sono figure irrelate. Sono sagome frenate. Nel fumo denso della storia, si riconoscono. Trovano un contatto di sguardi. Si fissano, si avvicinano, si toccano. Si abbracciano in una relazione che diventa compenetrazione. Si acciuffano, si lasciano, si ritrovano dentro un mulinello che è unione, ma può diventare vortice in cui morte, paura, dolore, pazienza, silenzio e speranza si annullano e disperdono sfumando nell’acqua salata del mare.


Colpisce di questa coreografia la concretezza – pur frammentata, interrotta – delle immagini corali. I movimenti rotatori, la flessuosità larga dei costumi di Franco Colamorea, sottolineano la forza del gesto. Le braccia si levano come suppliche. Le preghiere provano invano a redimere un’umanità sempre al confine tra vita e dissoluzione, lambita da guerre e umiliazioni.

A illuminare la danza, oltre agli input drammaturgici di De Luca, anche la colonna sonora. Essa attinge a un melting-pot musicale che spazia da Enzo Gragnaniello al quartetto vocale Faraualla, passando per Armand Amar, compositore israeliano di origini marocchine trapiantato in Francia. Sono arie e sonorità che sporcano continuamente drammaturgia e coreografie per ripulirle un attimo dopo, assorbendo nel mood multimediale lo spettatore.
La musica riconduce a un Sud ancestrale somma di tutte le contraddizioni del mondo, sarabanda di storie, crocevia di popoli e destini. Dolore e speranza, contrizione e sogno: il mare denso ed enigmatico tutto confonde e ricopre. Il ritmo sale. La danza si solidifica, agita vicissitudini e corpi che ora si disuniscono, ora si ricompongono a diventare scoglio, roccia, destino.

La fede e l’attaccamento al divino offrono una sponda verso cui lasciarsi naufragare. Rendono tetragoni alle ingiurie della vita e degli uomini. Consentono di riattivare energie e impulsi vitali. Resta nello spettatore un senso di limite e fragilità, di sradicamento che annaspa alla ricerca di una redenzione sempre sfuggente. È il senso di una povertà umana, morale, che può diventare follia.

CONFINI DISUMANI
Equilibrio Dinamico Dance Company
coreografie e set concept: Roberta Ferrara
danzatori: Nicola De Pascale, Camilla Romita, Antonello Amati, Giulia Bertoni, Beatrice Netti, Tonia Laterza e Silvia Sisto
disegno luci: Roberto Colabufo
costumi: Franco Colamorea

durata: 1h
applausi del pubblico: 3’

Visto a Milano, Teatro No’hma, il 20 gennaio 2022

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