Contemporanea Teatro 2011: ecco il festival della crisi

Ulderico Pesce in Asso di Monnezza
Ulderico Pesce in Asso di Monnezza
Ulderico Pesce in Asso di Monnezza (photo: contemporaneateatro.org)

Un teatro della cultura in crisi: “il Festival della Crisi”, annuncia una voce registrata, rimbombando per tutta la piazza della piscina comunale di Colleferro, nei pressi di Roma. Una cultura ufficiale generatrice di crisi, in cui l’arte perde sempre di più la sua importanza di crescita intellettuale e le sue potenzialità economiche.

Il teatro è l’arte sfrattata per eccellenza. L’arte in cui, secondo la nuova finanziaria, i lavoratori non sono tali, perdono sostegno e credibilità, addirittura esclusi dal diritto all’indennità di disoccupazione.
L’attore e il regista non sono più considerati lavoratori.
Il danzatore non è un lavoratore.
Lo scenogafo non è un lavoratore.
Il teatro non è un lavoro.

Il Kollatino Underground, organizzatore della seconda edizione della rassegna Contemporanea Teatro, si impone con una programmazione di eccellenza per dimostrare la necessità e la professionalità di un’arte antica. “Contemporanea è la crisi, che colpisce tutti ma non la creatività” sostiene la direttrice artistica Chiara Crupi.
L’idea è quella di raccontare la società attraverso la sperimentazione. Così, tra fine agosto e inizio settembre, si sono susseguiti in spazi non convenzionali (la piazza della piscina comunale di Colleferro ma anche il capannone della fabbrica di castagne, ribattezzato Capanno Culturale, e della piazzetta di Segni) artisti del calibro di Simone Cristicchi, Babilonia Teatro, Teatro Deluxe, Menoventi, Matteo Latino, Ulderico Pesce e SantaSangre. Una staffetta teatrale gratuita per il pubblico che ha partecipato numeroso all’evento ogni sera. Fra denuncia e sperimentazione il teatro ha mostrato i suoi volti polimorfi e i diversi colori delle sue voci.


Nella serata del 3 settembre gli opposti si sono incontrati. Da un lato, dopo l’annullamento obbligato dell’anno scorso, Ulderico Pesce con il suo j’accuse in “Asso di monnezza”; dall’altro i visionari SantaSangre in “Sincronie di errori non prevedibili”.
Il primo ha fotografato senza tanti giri di parole una realtà tragica, ben conosciuta dal pubblico della città: quella del traffico illecito di rifiuti, dell’accesso abusivo dei sistemi informatici di sorveglianza e delle illegalità, ampiamente documentate durante lo spettacolo, sui traffici illeciti legati all’inceneritore di Colleferro.

Lo spettacolo si apre con un gioco di morte con il pubblico. “Carta vince, carta perde, signora, quanto vuole puntare?”; chi vince trova l’asso de monnezza, “sì, perchè chi tiene la monnezza in Italia tiene tutto!”.
Pesce si intasca i 15 euro della signora divertita e inizia il suo racconto. Un teatro civile di narrazione in cui dati reali, quelli della Magistratura e del Rapporto Ecomafie di Legambiente, penetrano nelle coscienze di ognuno attraverso una storia semplice, quella di una famiglia napoletana, un marito che per mestiere fa il gioco delle tre carte, e sua moglie, offesa intimamente dal giro di affari illeciti nascosto dietro alla gestione dei rifiuti, proprio quei rifiuti che secondo lei potrebbero portare enorme ricchezza ed energia al Paese.
Le vicende familiari dei due personaggi e soprattutto l’abilità istrionica di Pesce accompagnano lo spettatore verso una crescente indignazione.
Applausi a scena aperta, risposte dalla platea alle domande poste dall’attore, risate e duri silenzi, un’alternanza di reazioni in uno spazio unico, in cui la quarta parete non si è mai innalzata, in cui ognuno si sente vicino alla famiglia del racconto, all’attore che soffre in scena, al suo vicino di poltrona con il fiato sospeso. L’agorà rinasce per una sera.

Poco lontano da quella piazza, nel Capanno Culturale di Segni, l’atmosfera è del tutto diversa, ma probabilmente mostra l’altra faccia della stessa medaglia.
Dal buio emerge un corpo, solo, deturpato, fatto a pezzi. Un corpo che sembra essere intrappolato in una gabbia trasperente, in un mondo in cui tutto è confuso e offuscato.

Si tratta di “Sincronie di errori non prevedibili”, incubo e sogno insieme, visione sconcertante di una realtà umana profonda, messo in scena dal collettivo dei SantaSangre. Un “esperimento” scenico, così lo definiscono, che attraverso una totale essenzialità, un corpo, quello dell’attrice e performer Roberta Zanardo, e le luci, provenienti da due videoproiettori e un sagomatore, aprono l’immaginazione dello spettatore in un mondo apparentemente lontano, ma incredibilmente percepito come intimo.
Voce, corpo e suono si inseguono indisciplinati e irriverenti. Una fuga composta da picchi improvvisi, errori non prevedibili come in un involontario sbaglio di programmazione o di un gesto non voluto consciamente.

Si legge sulla presentazione della performance: “Gli errori di visualizzazione grafica e lo sfasamento degli eventi audio sono irregolarità che nei loro punti di contatto scandiscono gli accenti di un canto dimenticato, un commiato del corpo in continua sottrazione ed espansione”.
Ed errori piegano il corpo, dissimulano la voce trasmutandola in lamento lontano e incomprensibile, errori che aprono e chiudono lo spazio, finestre di luce determinano la visione lasciando il resto all’illusione.

La musica distorce un’armonia perduta, i bassi entrano nel torace degli spettatori, ogni piccolo gesto della performer diviene Verbo, urlo; ogni vibrazione luminosa violenta i muscoli, fino al tremolio della sottomissione. Tutto questo o il contrario di tutto. Ogni cosa viene vissuta segretamente dagli spettatori. Ognuno inseguendo i propri mostri, ognuno sognando la propria storia. Non ci sono parole. Nessuno ti racconta una storia. Nulla della scena ricorda la propria vita. Eppure si respira una condizione umana, di cui tutti siamo parte. L’uomo nella sua totale fragilità nei confronti degli elementi esterni che determinano la sua vita è solo e impotente.

Se l’impotenza dell’uomo e le nauseanti ingiustizie sociali sono al centro dell’attenzione dei teatranti, Contemporanea Teatro ha dato loro voce giocando sulla contrapposizione di stili e generi. Il festival è stato “un inno alle finalità sociali, educative, terapeutiche del teatro, che rappresenta le speranze profonde del nostro tempo in modi utili, generando strumenti di critica all’esistente”, dicono gli organizzatori.
Il Kollatino Underground ancora una volta dimostra che raccontare la realtà attraverso il Bello può toccare corde emotive e cognitive che nessun altro mezzo di comunicazione può dare, sostenendo sempre di più giovani e giovanissime compagnie, lanciando la propria scialuppa di salvataggio nelle acque torpide e viscose di una politica sorda alle richieste di aiuto dell’arte.

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