Ntfi reprise: dalla tradizione napoletana non si (s)fugge

Napoli Teatro Festival Italia
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Terminato l’intervallo estivo, l’8 settembre è ripartita la IV edizione del Napoli Teatro Festival Italia, diretto quest’anno da Luca De Fusco, neo-direttore anche del Teatro Stabile di Napoli.
Trattasi di un cartellone ibrido, poiché l’elezione di De Fusco – avvenuta repentinamente – è andata ad intersecarsi con alcune scelte già compiute in prospettiva futura dalla gestione di Renato Quaglia, direttore delle precedenti edizioni.
Cogliamo l’occasione della ripresa del festival per una riflessione binaria, tra le “proposte Quaglia” e le “proposte De Fusco”.

Innanzitutto c’è da fare una premessa: sicuramente il lavoro di Quaglia non è stato rose e fiori, anzi spesso la qualità degli spettacoli nel corso di questi anni è stata piuttosto altalenante, ma se non altro ha avuto il merito di coinvolgere a Napoli personalità e teatri di tutto il mondo (Robert Lepage, Jan Fabre, Matthew Lenton, Christoph Marthaler…), oltre che a proporre saltuariamente, in qualche produzione site-specific, alcune compagnie di teatro contemporaneo italiane (Muta Imago, Koreja, Gaetano Ventriglia e qualche altro).

Nell’arrivare a parlare di questa quarta edizione, ripartiamo dagli spettacoli voluti dalla gestione Quaglia e poi ereditati da De Fusco.


Eccoci allora al ritorno di Robert Lepage, che aveva incantato il pubblico napoletano lo scorso anno con lo spettacolo ‘monstre’ “Lipsynch”, e che quest’anno ha portato sul palco del Teatro San Carlo “Le Dragon Bleu,” quarto capitolo della sua serie dedicata alla Cina, spettacolo gradevole ma decisamente sottotono rispetto ad altri lavori del regista canadese.

Chi invece ha proposto un lavoro all’altezza della sua fama è stato Declan Donnellan, considerato dalla critica contemporanea come uno dei massimi esperti di oggi di messinscene shakespeariane (peraltro ricevendo anche la benedizione di Peter Brook, uno che di Shakespeare se ne intende), e che ha portato al Mercadante la sua ‘Tempesta’ fatta con attori russi per il Cechov International Festival, spettacolo che, pur essendo piuttosto “classico” (intendendolo nel linguaggio comune come contrapposto al teatro “sperimentale” o “di ricerca”), è risultato molto coinvolgente e ben pensato.

La vera attrazione forte della prima parte del festival 2011 è però stata la compagnia giapponese Seinendan che ha portato nella splendida cornice del Palazzo di Capodimonte due suoi spettacoli (“Tokyo Notes”, già debuttato al Vascello di Roma nel 2002, e “The Yalta Conference”, ancora inedito in Italia) suscitando un grande interesse nella concezione sia testuale della drammaturgia, sia della messa in scena per certi versi molto diversa dalla nostra concezione “occidentale”.
La delusione più grande del pacchetto Quaglia è stata forse la produzione del primo spettacolo del nuovo progetto di Fanny & Alexander su Lawrence d’Arabia, spettacolo sulla carta molto interessante ma dal vivo deludente e noiso, in cui si ‘perdeva’ la stessa associazione con Lawrence d’Arabia.

Senza soffermarci sul resto del calendario Quaglia, si intravedeva, pur con alcuni difetti, quantomeno una volontà di portare spettacoli di culture e modalità di ricerche “altre” rispetto a quelle napoletane, in modo da instaurare un dialogo con il territorio di reciproco scambio, e ciò al di là della qualità singola degli spettacoli che, soprattutto nel caso di una produzione (o co-produzione) ex-novo, non può essere garantita.

Purtroppo non si può dire lo stesso del pacchetto De Fusco, decisamente più orientato al ripristino di una tradizione di messe in scena ed attori afferenti all’area napoletana.
Facciamo un passo indietro: in un’intervista rilasciata al Corriere del Mezzogiorno in occasione del suo insediamento lo scorso dicembre alla guida del Teatro Stabile di Napoli, De Fusco all’affermazione della giornalista Melania Guida sul fatto che non tutti fossero d’accordo sulla sua nomina (in riferimento alla polemica del defenestramento improvviso di Andrea De Rosa), dichiarava: “[…] Mi lasci dire, però, che ci sono anche quelli contenti: Lina Sastri, Lello Arena, Geppy Glejeses, per esempio. Pensiamo al futuro».
Ora, prescindendo dal fatto che definire “futuro” artisti che sono sulla scena da anni ed anni fa storcere un po’ il naso, gli artisti succitati – che assieme a Massimo Ranieri hanno espresso pubbliche felicitazioni alla nomina del direttore – fanno parte (salvo Lello Arena) a pieno titolo del Ntfi 2011.

Sicuramente, all’interno della programmazione, ciò che balza all’occhio è la spropositata “Opera da tre soldi” con la regia del neodirettore dello Stabile e del festival che, a dispetto del nome e con ironia quasi brechtiana, è costata la bellezza di 720mila euro: molto più della spesa complessiva di interi festival, e che vede la partecipazione di Massimo Ranieri (nelle vesti di Mackie Messer) e della “pupilla” di De Fusco (Gaia Aprea), oltre che la partecipazione “straordinaria” proprio di Lina Sastri.
In estrema sintesi, lo spettacolo è un Brecht visto con i ritmi e i tempi tipici delle messe in scena napoletane, dove ci sono elementi presi a piene mani dalle commedie eduardiane e scarpettiane, messi lì a scandire l’opera di Brecht. Il risultato è alquanto discutibile: lo spettacolo si allontana completamente dalle tematiche forti che Brecht ha voluto mettere nel suo testo, cadendo in un manierismo che si carica solo degli elementi più grotteschi, in maniera un po’ simile a come accade da decenni qui in Campania quando si mettono in scena i testi, ad esempio, di De Filippo, che pur avendo tematiche a volte anche molto tragiche, vengono caricati dei lati comici per far ridere il pubblico.

Il secondo spettacolo che notiamo del pacchetto De Fusco è la nuova opera di Lorenzo Glejeses, figlio di Geppy, co-produzione anche questa del Ntfi e dello Stabile della Calabria, gestito proprio da Glejeses senior.
Proseguiamo la carrellata con “Variazioni sul mito, femminile sotterraneo”, elaborazione drammaturgica di testi femminili delle più svariate origini, da Sofocle a Von Hofmanstahl, prodotto da Ntfi e Stabile di Napoli, cui De Fusco risulta come ideatore, e quindi a pieno titolo inserito nell’opera, con una mossa simile a quella effettuata recentemente da Albertazzi per il Magna Graecia Teatro Festival.
L’elenco potrebbe continuare: da “Ferito a Morte” di La Capria con Claudio Di Palma (La Capria è un’altra personalità che si è affrettata a dare attestati di stima al neodirettore) a Sara Sole Notarbartolo, presente anche lei nel cartellone dello Stabile di Napoli (ma che ha quantomeno il pregio di essere uno sguardo giovane).

Ed eccoci ora ad ottobre: oltre al ‘coup de théatre’ di Kevin Spacey diretto da Sam Mendes per il “Riccardo III” di Shakespeare a chiudere il festival il 14 e 15 ottobre – messo lì più per l’importanza “hollywoodiana” di attore e regista che per la scelta di ricerca teatrale – la ‘reprise’ del festival presenta una propria produzione de “La Casa di Bernarda Alba” di Garcia Lorca, con la direzione di un regista interessante come Lluis Pasqual, e che vede nuovamente la presenza di Lina Sastri, che così colleziona due spettacoli al Ntfi più tre inseriti nella stagione dello Stabile napoletano.
Rimandando ad una successiva e più approfondita trattazione la nuova stagione del Teatro Stabile di Napoli, è curioso come tre spettacoli (“L’opera da tre soldi”, “La casa di Bernarda Alba”, “Ferito a Morte”) si ripresenteranno nella stagione, nella stessa città, a qualche mese dal festival.
Senza entrare in discorsi sulla qualità, si possono usare soldi pubblici per proporre gli stessi spettacoli che il pubblico ha visto già in gran parte qualche mese prima?

E ancora Napoli a tutta forza nelle altre produzioni del festival: da “Trilogia del Male”, ispirato ai “cattivi” di Shakespeare, con la regia di Laura Angiulli, nel consiglio di amministrazione del Teatro Stabile di Napoli che ha eletto all’unanimità De Fusco, a “Il sogno dei mille”, con la regia di Maurizio Scaparro (presente con un altro spettacolo dedicato alla Duse nella stagione dello Stabile di Napoli), fino ad arrivare agli altri “napoletani” Davide Iodice e Antonio Maiorino.

La macchina del festival quest’anno è costata 4 milioni e mezzo di euro, con inevitabile codazzo di polemiche sui “tagli” al budget rispetto agli anni precedenti.
Un quesito s’impone. Se, come evidenziato dalle scelte di De Fusco, le produzioni del Ntfi (ma anche quelle dello Stabile di Napoli) privilegiano autori ed attori napoletani che comunque, se non sui palcoscenici del festival o dello Stabile, girano abbondantemente in Campania con i loro spettacoli, ha senso continuare a tenere in piedi una macchina che succhia gran parte dei soldi destinati al teatro di questa regione?
La situazione del teatro contemporaneo in Campania non è molto florida: gli artisti sanno quanto è difficile circuitare in questa regione; se abbiamo avuto negli anni alcuni di questi esponenti è stato soprattutto grazie alla spesa di persone illuminate, spesso e volentieri con un budget ristrettissimo.

E allora lanciamo una provocazione.
Invece di continuare a proporre un festival che, nei suoi alti e bassi, non è valso la spesa profusa, perché non ridistribuire il budget alle piccole realtà che tengono insieme un minimo di teatro “diverso” in Campania (ne citiamo solo alcuni: Officina Teatro a San Leucio, il Teatro Sancarluccio a Napoli, Eruzioni Festival a Ercolano…)?

D’altronde ad alimentare la ”beffa” sono le parole dello stesso neosindaco Luigi De Magistris, che, interpellato in un’intervista del Corriere del Mezzogiorno, ha dichiarato: “La tradizione, per Napoli, è anche il futuro. Il patrimonio storico è quello che dà identità alla città e che può attrarre visitatori e turisti. Napoli ha la fortuna di possedere una precisa identità culturale e non può rischiare di farsela stravolgere dall’arte contemporanea. Ovviamente questo non significa non guardare al futuro. Napoli deve avere una grande stazione, una moderna metropolitana, ampia copertura wi-fi. Ma, ripeto, non deve rinunciare alla sua identità”.
Ed è certo che, con De Fusco, la tradizione teatrale napoletana non corre alcun pericolo. Ma la ‘chiusura’ non è certo identità.

Un’ultima postilla.
Nei giorni scorsi si è svolta a Napoli, al Teatro San Carlo, la prima edizione del premio “Le Maschere del Teatro Italiano”, ex Premi Olimpici, un premio inventato nel 2002 proprio da Luca De Fusco insieme al critico Maurizio Giammusso.
Per la giuria di giornalisti, addetti ai lavori e autorità del premio, organizzato dal Napoli Teatro Festival Italia in collaborazione con l’Agis, il miglior spettacolo di prosa dell’anno è “I giganti della montagna”, regia di Enzo Vetrano e Stefano Randisi. Migliore attrice è risultata Mariangela Melato per lo spettacolo “Nora alla prova”, migliore attore Ugo Pagliai per “Aspettando Godot”, miglior regista Giancarlo Sepe con “Morso di luna nuova”.
Saltandone qualcuno, fra gli altri premiati Giulia Lazzarini come migliore attrice non protagonista e Massimo De Matteo migliore emergente. Il premio migliore interprete di monologo è andato al (già Ubu) Fabrizio Gifuni per “L’ingegner Gadda va alla guerra”, migliore autore di novità italiana Luca De Bei per “Le mattine dieci alle quattro”.
Infine i premi speciali: a Claudio Gubitosi, direttore del Giffoni Film Festival, è andato il Premio alla memoria di Graziella Lonardi-Bontempo, mecenate napoletana, promotrice e pioniera nella realizzazione di mostre di livello internazionale di arte contemporanea, mentre il Premio speciale del Presidente della Giuria è andato a Massimo Ranieri, che ha concluso la serata cantando a sorpresa “Reginella”.
Alla faccia di tanto giovane teatro contemporaneo, la tradizione ha ancora vinto, cantando e suonandosela pure.

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