My true self. Fattoria Vittadini e i giovani alla ricerca di sé, anche in platea

My true self
My true self
My true self (photo: Ila Covolan 2009)

“Giovani, carini e disoccupati” erano i protagonisti di un film anni ’90 di Ben Stiller. Ugualmente giovani e carini, ma questa volta parecchio impegnati, sono invece gli undici danzatori della compagnia Fattoria Vittadini, che dal 2009, appena diplomati all’Atelier di Teatrodanza della Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano, si sono messi a disposizione di coreografi e collaboratori esterni creando un repertorio che conta già quattro spettacoli firmati da nomi della danza internazionale: Ariella Vidach, Luciana Melis, Lucinda Childs e Yasmeen Godder.

E proprio dalla collaborazione con una danzatrice di Yasmeen Godder, la coreografa israeliana Maya Weinberg, è nato il nuovo spettacolo “My True Self”, presentato il gennaio scorso a Tel Aviv, terra d’origine sia della coreografa che della drammaturga Shir Freibach, e ora in prima nazionale al Teatro Atir Ringhiera di Milano durante lo scorso fine settimana.

Insomma, giovani, carini, occupati e anche “glamour”: oltre a indossare perfettamente “My True Self”, coreografia scritta appositamente per loro, gli undici danzatori di Fattoria Vittadini si trovano infatti benissimo nei panni dei rappresentanti di un tipo di danza contemporanea che fa del corpo uno strumento di parola e, dei movimenti, infinite possibilità, combinabili come in un ricco vocabolario. Ma, soprattutto, calzano a pennello la gioventù che rappresentano, nell’ideologia e nella quotidianità, in concetti e fatti, in idee e modi di vestire: maglie sportive, boxer in vista o shorts, canotte, top, colori fluo, guanti senza dita, felpe col cappuccio, sneakers e calze a righe…

Gli undici hanno un’età compresa tra i 20 e i 25 anni, e il loro lavoro ne mette in scena le tendenze e le tensioni, le inquietudini e le incertezze, le urgenze e i dissidi, come nella più classica delle trame teatrali. Tutto ciò, però, senza voce, eccezion fatta per qualche grido, respiro, verso, mugugno, che tuttavia sono più emanazioni del corpo e prolungamenti del movimento che elaborazioni della mente.

La parola quindi lascia spazio a una trattazione visiva e concreta, un discorso che procede per immagini, fatte non solo di movimento, ma di tutto il quotidiano. E allora anche di moda, costumista ufficiale di una generazione intera, che trova un ruolo nello spettacolo: gli indumenti sono materiali di scambio per qualsiasi tipo di contatto con l’altro, che sia una relazione sentimentale o un toccarsi di pelle.

Al centro della drammaturgia, infatti, c’è l’analisi di quelle dinamiche che stanno alla base del desiderio di essere qualcun altro, mentre a guidare la coreografia sono gli istinti, le pulsioni e i pugni, le carezze, il cercarsi con la mano, quei gesti di chi cerca la relazione con l’altro per trovare la propria identità, e studia la forma altrui per tratteggiare la propria. A volte imita, ma non si accorge che da fuori la differenza rimane.
Così si apre lo spettacolo: gli undici danzatori sono raccolti in gruppo, metà in piedi, metà seduti, sistemati come da foto di classe o posa di certe pubblicità di moda. Con gli occhi diretti alla platea eseguono lo stesso movimento con la mano, spostandosi all’unisono: teoricamente inespressivi, e astrattamente uniformati nell’azione, è proprio così che mostrano le rispettive differenze, caratteristiche, qualità esteriori, doti fisiche, forme e luccichii degli occhi, che rimandano a pensieri invisibili ma vivi dentro.

Ed è proprio attingendo al mondo interiore di ognuno che i danzatori prendono coscienza del loro essere sul palcoscenico. Dall’applicazione di questo metodo, che si nutre delle differenze che il gruppo offre, nasce uno spettacolo che occupa tutta la scena per circa un’ora di danza quasi mai interrotta e solo a tratti rallentata: un movimento continuo impegnato su più fronti contemporaneamente, inizialmente di gruppo e poi diviso a coppie, raramente singolo e comunque sempre attivo sul palcoscenico. Nell’angolo tra il fondale e una parete laterale, più in là addosso al fondale stesso, nella parte più anteriore del proscenio, e intanto in diagonale da una parte all’altra del palco.

La sensazione per chi guarda è di partecipare alla visione di più schermi, diverse proiezioni con lo stesso significato; e non è facile sempre seguirle, l’occhio è rapito, svelto, salta da una parte all’altra, lascia un corpo in una posa e lo ritrova coinvolto in una relazione con un altro, e ogni volta ne esce mutato.
Il fatto di cercare dalla platea le differenze sul palco è lo stesso motivo che anima gli attori, i danzatori: i protagonisti che interpretano una generazione alla ricerca di sé. Noi, dall’altra parte, arriviamo alla ricerca di senso, e ci ritroviamo così proiettati sulla scena.

MY TRUE SELF
coreografia: Maya Weinberg
con: Mattia Agatiello, Chiara Ameglio, Cesare Benedetti, Noemi Bresciani, Pieradolfo Ciulli, Maura Di Vietri, Gabriele Marra, Riccardo Olivier, Francesca Penzo, Mariagiulia Serantoni, Vilma Trevisan
drammaturgia: Shir Freibach
costumi: Giada Masi
scene: Claire Pasquier
luci: Karim Abou El-Dahab
in collaborazione con: Fondazione Scuole Civiche Milano, Ariella Vidach – AIEP
Con il sostegno di Movin’ up, Istituto Italiano di Cultura di Tel Aviv
durata: 60′
applausi del pubblico: 3′ 23”

Visto a Milano, Teatro Ringhiera, il 2 aprile 2011

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