La Timidezza del Lupo: la danza di Claudia Rossi Valli come riflessione sull’identità

Ph: Sara Meliti
Ph: Sara Meliti

In scena con Elena Grappi al festival Th!nk P!nk, la danzatrice emiliana esplora l’animale archetipo delle nostre paure

Il lupo come metafora per evocare il tema dell’incontro. Come occasione per un confronto con il diverso. E scoperta di un “altro” che possa anche farci da specchio.
Due figure tenebrose di spalle. Il mantello della notte, e ali troppo piccole per volare.

“La timidezza del lupo” di Claudia Rossi Valli, anche danzatrice con Elena Grappi (assistenza artistica di Tommaso Monza), è una coreografia briosa e riflessiva, gradevole alla vista.
Lo spettacolo è andato in scena all’interno della sesta edizione di Th!nk P!nk, festival di danza, teatro, performing art e incontri sul tema dell’identità, organizzato da Fattoria Vittadini alla Fabbrica del Vapore di Milano.

La coreografia nasce nella campagna emiliana, dove Rossi Valli vive e un anno fa ha incontrato il lupo a pochi passi da casa. Inizia da quel fissarsi pacifico l’indagine su un animale dalla simbologia complessa, specchio di emozioni e dinamiche umane, legato tanto al nostro timore dell’altro quanto alla curiosità che, cautamente, ci spinge ad avvicinarlo.
Nelle favole il lupo è legato all’archetipo della minaccia. Non meraviglia pertanto che assuma l’aspetto del nemico in forma animale. Ma il lupo è figura cangiante nelle varie epoche e culture: può essere simbolo marziale di vittoria, oppure porta dell’Aldilà. È allegoria delle potenze selvagge e sataniche, ma è anche protettore di creature indifese.
La danza elaborata da Rossi Valli esorcizza ogni immaginario spettrale. Il lupo è una creatura notturna. Eppure qui aleggia la luce, sia attraverso i lustrini che puntellano i costumi bituminosi di una delle danzatrici, sia attraverso una torcia che emana bagliori stroboscopici, e proietta ombre di tutte le grandezze.

Scenografia essenziale. Solo una mattonella di legno, “luogo di nascita” di una performer, mentre l’altra, con una maschera ferina, la osserva e le gira attorno: le proietta attorno e addosso appunto luci stroboscopiche, così da evocare un immaginario liminale e misterico. Proprio il mistero è viatico alla scoperta, e a una conoscenza che conduce alla rinascita.
Ma chi è chi, in questo confronto? Quando fatichiamo a riconoscere l’altro, chi è realmente il diverso? “La timidezza del lupo” mette subito in crisi il concetto d’identità. Se il diverso è l’estraneo, magari lo straniero, allora i ruoli necessariamente sono destinati a intrecciarsi e invertirsi, e qui è il lupo a guardare con circospezione la figura davanti a sé.
La danza che nasce dall’incrocio di sguardi è un movimento sinuoso, un flusso continuo spirituale, ora sciamanico ora infantile, che rappresenta la permeabilità al mutamento, la ricerca di connessione, la disponibilità a un contatto capace di diventare fusione. Un’immersione panica dentro una natura insondabile. Smorfie apotropaiche sul viso di una delle danzatrici. La solitudine e il buio creano le premesse per un rito iniziatico.

“La timidezza del lupo” è una danza dinamica basata più sull’armonia che sulle spigolosità. Chi è timido difficilmente mette paura, e allora le distanze si accorciano. Forse è proprio il concetto di timidezza che fuga ogni sospetto, e avvia tra le due danzatrici un dialogo che assomiglia al gioco. Le due figure si faranno da specchio fino a fondersi. E a sostenersi nella reciproca cura.
Di questo lavoro che postula l’identità come fluidità, colpiscono le musiche delicate, a volte in forma di filastrocca e ninna nanna. Così come i giochi d’ombra ricavati dalle mani, che ricostruiscono l’immaginario dell’infanzia. Una torcia nelle mani crea la luce, che spesso si trasforma, nella ricerca di connessione, in scintilla creativa capace di riprodurre una nuova dimensione in cui il diverso diventa parte di sé.
Questa danza va oltre il movimento fisico. È soprattutto osservazione reciproca, ascolto di segnali impercettibili, rispetto dei tempi dell’altro. Nella “Timidezza del lupo” l’incontro non è mai forzato, ma delicato, come il passo di una danza che implica non solo la volontà di raggiungersi, ma anche la disposizione a riconoscere i confini altrui.

“La timidezza del lupo” rappresenta l’ambivalenza dell’identità come diversità, simbolo di solitudine e di forza, ma anche di vulnerabilità. La timidezza, spesso fraintesa, diventa opportunità per esplorare un altro tipo di relazione con l’altro, meno aggressiva e più intima.
L’esito del lavoro è un invito a metterci davanti al nostro riflesso: a osservarlo in silenzio. A restare con lui finché non siamo pronti a raccontarci. Suggerisce anche una riflessione su come ci relazioniamo con noi stessi e con le nostre paure. Il lupo diventa parte di noi: uno specchio, appunto, per esplorare le nostre incertezze; per affrontare il “diverso” dentro di noi, spesso più difficile da accettare.

La timidezza del lupo
di Claudia Rossi Valli
assistenza artistica Tommaso Monza
danza Claudia Rossi Valli ed Elena Grappi
produzione Associazione Cinqueminuti, ASMED Balletto di Sardegna

durata: 25’
applausi del pubblico: 2’

Visto a Milano, Festival Th!nk P!nk, Spazio Fattoria (Fabbrica del Vapore), il 23 novembre 2024

0 replies on “La Timidezza del Lupo: la danza di Claudia Rossi Valli come riflessione sull’identità”