Festival e gente: la difficile unione di un teatro che annaspa

galatina
galatina
Galatina (photo: Krapp’s Last Post)

Di ritorno dall’ennesimo festival mi chiedo: come può fare il teatro, in questo clima intorpidito e miope, a sopravvivere?

L’Italia offre una rapsodia di rassegne teatrali, più o meno grandi, che hanno il loro clou nella stagione primaveril-estiva. Non che tutti e sempre propongano cose interessanti, è ovvio, ma dai programmi ci sarebbe anche di che muoversi, potendo, per vedere cosa cresce o appassisce, tendenze o ridondanze.
Sovente poi questi festival sono organizzati in località con potenzialità paesaggistiche, architettoniche, ‘turistiche’…
Eppure niente di sostanziale, spesso, pare smuoversi. “C’è uno spettacolo?”.

Ad un certo punto, soprattutto se ti trovi in un’assolata domenica di luglio in una località pugliese vicina al mare, durante un festival che promette anche spettacoli interessanti, e vedi il nulla intorno, lo sconforto non può che assalirti.


Cosa intendo con nulla? Beh’, che se le serate sono, per lo meno, formalmente vive grazie agli addetti ai lavori che vi partecipano – insieme allo scarsissimo pubblico locale che sa approfittare di spettacoli ad entrata libera (!!!) mischiandosi a giornalisti, organizzatori e teatranti -, le giornate del festival si trasformano nell’assopimento totale.
Difficile perfino trovare un bar aperto in cui fare colazione (o un’intervista).

Assistere al netto scollamento tra un evento e il luogo che lo ospita è uno dei fallimenti più desolanti. Essere presenti (“portare cultura”) in un contesto che ti volta le spalle è inevitabilmente una sconfitta. Un voltare le spalle che significa, oltre alla scarsa partecipazione allo spettacolo ‘tout cour’, non trovare locali aperti – magari anche eccezionalmente, per l’occasione, perché no? –, non scontrarti ‘visivamente’ con una cartellonistica o quanto possa richiamare l’evento; significa che nessuno ne sa nulla, che l’informazione non è arrivata, che se ce la raccontiamo sempre e solo tra addetti al settore non serve a niente e a nessuno: se non a continuare a considerare la cultura e l’arte come appannaggio di pochi, perpetuando immagini d’aristocratica memoria che forse non vogliono poi essere così allontanate.

L’Italia è cieca. E sotto vari aspetti: se c’è un’oggettiva mancanza d’interesse nel pubblico ‘qualunque’ ad avvicinarsi al teatro, ancora percepito come qualcosa di lontano dalla realtà, troppo dotto e faticoso oltre che noioso, è vero anche che la cecità colpisce in maniera più allargata, offuscando le forze di chi, impegnato con fatica a racimolare soldi per permettere all’evento di nascere, dovrebbe forse spendere maggiori energie anche per scendere in piazza a parlarne con la gente. Non che questo sia facile, certo, non che magari porti a risultati immediati.

Eppure credo che tentare di spiegare (soprattutto in un contesto di piccole e medie dimensioni) che cosa si sta facendo sia indispensabile per non “morire di cultura”: cercare di coinvolgere le strade, i vicoli, il baretto a pochi metri dal chiostro piuttosto che riempir la piazza, per una sera, di bancarelle o spettacoli a cappello che siano una cornice invitante per tutti, potrebbe forse aiutare a smorzare quel sottofondo di tristezza che aleggia spesso nelle atmosfere dei festival, difficile altrimenti da dissolvere.

Non pensiate però che abbia dato una descrizione esagerata della realtà. Tutte cose viste in questi mesi. Nulla d’inventato.
E non sono immuni da questi pericoli le grandi città. Ne è stato un esempio Napoli. Lì, di potenziale pubblico per il Teatro Festival Italia, ce ne sarebbe pure stato. Eppure… il discorso non si discosta poi molto da una Galatina, da una Andria o chi per loro: i napoletani, al di fuori delle solite sopracitate categorie, ne sapevano poco o niente. Diciamoci pure che era la prima edizione, d’accordo. Speriamo allora le cose possano migliorare.

Per fortuna ci sono anche esempi più felici: ripenso al pubblico numerosissimo ed eterogeneo di biellesi al debutto del festival Teatro delle Cantinelle a maggio. Che abbiamo anche fatto un buon lavoro sul territorio?

Questo sabato Klp andrà a Calamandrana, piccolo borgo tra le colline astigiane che lo scorso anno ci lasciò incantati per la suggestione del paesaggio. Ed è proprio l’atmosfera raccolta, unita alla qualità delle proposte e dal lavoro in loco con chi abita il luogo, uno dei punti da cui forse occorrerebbe ripartire.

Join the Conversation

No comments

  1. says: ANONIMO

    Perfettamente d’accordo e questo post potrebbe essere un passo importante. C’è bisogno di una spinta, abbiamo bisogno di capire la necessità e di farla capire, soprattutto alle istituzioni locali (e ai giovani).

    Che bello sentire le vostre opinioni.

  2. says: Daniela - Klp

    Ci fa piacere ci sia chi la pensa come noi. Purtroppo non pensiamo di riuscire a smuovere molto, ma ci farebbe comunque piacere diventare un punto d’incontro per parlarne e confrontarci con i nostri lettori.

Leave a comment
Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *