Finale di teatro per Guido Ceronetti. Un addio Sensibile tra i Disperati

Guido Ceronetti
Guido Ceronetti
Guido Ceronetti (photo: Giorgio Sottile)

Sarà un addio al teatro assolutamente teatrale. Nonostante Guido Ceronetti, “ottuagenario refrattario”, come si definisce con ironia, smentisca e tenda a ridimensionare.
“Vorrei evitare di pubblicizzarla, la mia serata di addio al teatro. La scaletta si va facendo a poco a poco; quel che ne verrà fuori lo si vedrà. Nel teatro (non di teatro) ho vissuto per più di quarant’anni (dal 1970) da clandestino col biglietto in tasca fornito dal destino; ed ora il destino mi comunica che è abbastanza, ad un’età in cui il fuggire non è più una fuga, togliendomi una cura in eccesso, tra le restrizioni implacabili della vecchiaia”.

Dal 21 al 25 giugno si terrà infatti a Torino il Festival Dei Disperati, ideato dal Teatro dei Sensibili di Guido Ceronetti. La rassegna, coordinata da Marina Ferla e Eleni Molos, è realizzata in collaborazione con la Fondazione del Teatro Stabile di Torino, il Museo Nazionale del Cinema e il Festival delle Colline Torinesi.

Il Teatro dei Sensibili viene fondato ad Albano Laziale proprio nel ’70 da Ceronetti e da sua moglie Erica Tedeschi. E’ “un teatro d’appartamento”, in cui “il Maestro scrive i testi, costruisce le marionette e trova nel ‘castelletto per marionette’ un luogo ideale di sperimentazione teatrale”. “Le marionette di Ceronetti hanno un’anima, rappresentata dal filo d’acciaio che le regge, il filarmòn: esso è teso oltre la marionetta, verso il cielo con cui comunica attraverso la mano del marionettista. Ogni personaggio è costruito rispettando il carattere che possiede, con possibilità di movimento personalizzate e costumi cuciti appositamente. La baracca del salotto di Albano Laziale diventa il nucleo centrale della scena, da cui scaturiscono idee ed emozioni: le marionette si alternano sulla scena con gli attori, in uno scambio continuo tra interno ed esterno in cui lo spazio del pubblico è invaso, abbracciato e trasformato in spazio scenico”. (Guido Ceronetti, Trent’anni più due di Teatro dei Sensibili, ass. cult. Marcovaldo, 2002)

Fino al 1981 Ceronetti ebbe tra i numerosi spettatori delle sue marionette gli amici del tempo, una compagnia che annoverava nomi del calibro di Eugenio Montale, Federico Fellini, Giosetta Fioroni, Goffredo Parise, Guido Piovene, Osvaldo Scaccia, Angelo Ripellino, Natalia Ginzburg, Alberto Ronchey, Nicola Chiaromonte, Rita Cirio e il meglio della critica teatrale italiana.
Tra i suoi percorsi drammatici improntati alla satira si ricordano Macbeth, La Iena di San Giorgio, la Londra vittoriana, un Faust apocalittico, la Rivoluzione Francese, il caso Bruneri-Canella (o dello smemorato di Collegno).

Ma Ceronetti non è solo teatrante, drammaturgo e marionettista.
Nato ad Andezeno, nella campagna contadina torinese, nel 1927, è uno dei più eclettici intellettuali italiani: traduttore di autori classici greci e latini (Marziale, Catullo, Giovenale), del testo biblico (in particolare dei Salmi, del Cantico dei Cantici e del Qohelet), di poeti contemporanei (Rimbaud, Mallarmé, Kavafis…) ed egli stesso poeta, filosofo e saggista, è anche stato collaboratore delle maggiori testate giornalistiche italiane (La Stampa, Il Sole 24 Ore, Il Corriere della Sera).

“In verità, nel mio Teatro dei Sensibili, che vive di vita umbratile e solida dal 1970, io sono stato animatore e manipolatore soltanto per una decina d’anni, dopo ho passato ad altre mani i fili e li ho resi parlanti con altre voci – spiega lo stesso Ceronetti – L’ultimo spettacolo di puro marionettismo che ho ideato e messo su è “Viaggia, viaggia Rimbaud”, nel 1991, pronubo il centenario. E ci siamo ritrovati tutti, noi della compagnia della Iena di San Giorgio, messa in scena per lo Stabile di Torino, per farla rivivere, non molto tempo fa, in una versione radiofonica, che viene ogni tanto ritrasmessa”.

Il 23 giugno al Teatro Gobetti Ceronetti presenterà al suo pubblico una serata “non destinata a ripetersi”, Finale di Teatro, per l’appunto, evocando il beckettiano “Finale di Partita”. Lo spettacolo, prodotto dalla Fondazione del Teatro Stabile di Torino e dal Teatro dei Sensibili, costituirà per Ceronetti un simbolico “addio al teatro”.
“Ma speriamo che poi non sia davvero così” aggiunge Sergio Ariotti, direttore artistico del Festival delle Colline, all’interno del quale lo spettacolo sarà ospitato.

Nell’ambito della rassegna, il Museo Nazionale del Cinema organizzerà anche “Cinema e disperazione”, una retrospettiva di grandi film centrati sul tema della disperazione umana (al Cinema Massimo, Sala Tre – 21/25 giugno: tra i film scelti “Il grido” di Antonioni, “L’Angelo Sterminatore” di Buñuel, “Viale del tramonto” di Billy Wilder, “Mörder” di Fritz Lang, “Woyzeck” di Herzog…).
E il 25 giugno, alle ore 16, sempre il cinema Massimo ospiterà un incontro con l’architetto Mario Botta sul tema Architettura e Spazi di Disperazione.

A proposito della manifestazione, chiamata ‘dei disperati’, Ceronetti aggiunge ancora: “La parola è stata elettrizzante, ha richiamato una quantità di anime sofferenti nascoste, disseminate per i marciapiedi della città crudele che le opprime. Perciò la sala non resterà vuota. Io coi miei giovani compagni del Teatro dei Sensibili mi sforzerò, senza mentire, di far sorridere, di essere un disperato che spartisce il suo pane restando ilare, di mostrare che il teatro è un luogo fraterno in qualsiasi gulag o sfinge, e che nella sua sempre più difficile esistenza rispecchia e dà luce al mondo”.

Il festival prevede inoltre, il 24 giugno a partire dalle 17, una sezione dedicata al teatro di strada con l’esibizione a Torino, in piazza Carignano e nelle vie limitrofe, di gruppi e compagnie di artisti di strada. Una scelta che non a caso accompagna questo saluto di Ceronetti.
Insieme alla predilezione per il teatro di figura, l’artista coltiva infatti negli anni una forte convinzione: la salvezza del teatro può essere solo la strada.
Accompagnato dalla fedele Lola e dall’organetto di Barberia, più di vent’anni fa inizia l’appassionata attività di artista di strada, in cui coinvolge anche i propri attori. Scrive Ceronetti a tal proposito: “Ci sono ricompense vertiginose, quando quattro o cinque paia d’occhi incantati ti fissano per almeno mezz’ora, e per loro vorremmo avere almeno dieci anime da dargli in nutrimento e mani per guarirne tutti i mali futuri. Allora si è vivi davvero e il disfacimento urbano, il crimine che la città è diventata […], incontra una renitenza pulita, un semino fertile di riscatto”.

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