Fontamara. Teatro Lanciavicchio fa rivivere Silone

Fontamara (ph: Teatro Lanciavicchio)
Fontamara (ph: Teatro Lanciavicchio)

L’adattamento di Francesco Niccolini parla di fascismo a cent’anni dalla Marcia su Roma, che segnò l’ascesa eversiva di Mussolini alla guida del governo

C’è una regione, in Italia, che pare essere sempre stata dimenticata da Dio, una regione tra Nord e Sud spesso posta fuori da ogni contesto: stiamo parlando dell’Abruzzo. Nella sua parte forse ancora più dimenticata, ci siamo arrivati, nel nostro peregrinare teatrale, anni fa, per merito di una piccola e coraggiosa compagnia, Teatro Lanciavicchio, che ha la sua sede ad Avezzano, in quella zona chiamata Marsica, dove un grande terremoto nel 2015 distrusse tutto il paese.

La compagnia, in coproduzione con il Teatro Stabile dell’Abruzzo, ha deciso – per onorare teatralmente la propria terra – di mettere in scena “Fontamara”, che proprio lì è ambientato. E lo spettacolo, nella riduzione scenica fatta da Francesco Niccolini, è passato da poco al Teatro Oscar di Milano.
Il romanzo di Ignazio Silone fu pubblicato dapprima in Svizzera, nel 1933, in lingua tedesca, e venne reso disponibile per la prima volta in Italia nel 1945 – e ciò la dice già lunga.

Fontamara è un paese immaginario, un posto antico ed oscuro di poveri contadini, a mezza costa tra la collina e la montagna, a nord del lago del Fùcino, un lago che ora non c’è più, ma nell’epoca in cui si svolge la nostra storia, assai reale.
Dal 1º giugno 1929, nell’immaginario paese di Fontamara, vicino ad Avezzano, popolato da povera gente, dai cafoni (termine con cui si indicano i contadini analfabeti del paese), l’elettricità viene tagliata perché non si riescono a pagare le bollette. Per di più, non sapendo leggere e pensando di fare una buona cosa, i cafoni firmano una carta con cui danno l’autorizzazione a togliere loro l’acqua per l’irrigazione dei campi, per indirizzarla verso i possedimenti di un imprenditore, don Carlo Magna, legato al regime che da poco si sta impadronendo dell’Italia, e lì rappresentato dall’Impresario, il nuovo Podestà.
Il regime intanto si fa sentire subito, attraverso una violenta incursione degli squadristi fascisti, che violentano le donne e schedano gli uomini.


In scena cinque attori, che passano da un personaggio all’altro: Angie Cabrera, Stefania Evandro, Alberto Santucci, Rita Sconamiglio e Giacomo Vallozza, vestiti di nero, su semplicissime sedie addossate a cumuli di terra, ricchezza e schiavitù dei cafoni, ci fanno rivivere, simili a fantasmi, quel paese e quelle storie.

“A Fontamara le ingiustizie più crudeli sono così antiche che sembrano naturali, come la pioggia: immutabili, come una specie di ergastolo, saldato in modo circolare alla vita di tutti noialtri: prima viene la semina, poi la sarchiatura, la potatura, la mietitura e la vendemmia. Quindi la semina, la sarchiatura, la potatura, la mietitura e la vendemmia, di nuovo…”.

E’ attraverso le parole del figlio di Giuvà e Matalè (non per niente interpretata da Angie Cabrera, attrice originaria della Repubblica Dominicana, emigrata come lo fu Silone) che parte il racconto: a lui è affidato in qualche modo il futuro, ed è per merito suo che escono dalla memoria le figure di un paese martoriato, dimenticato, ma ben presente con le sue ferite.
Don Circostanza (ogni nome ovviamente ha il suo perché) dovrebbe difendere i suoi concittadini ma in realtà briga contro di loro, il Cavalier Pelino, Don Baldissera, lo scarparo, il corrotto curato don Abbacchio, sempre in combutta con i ricchi, Marietta Sorcanera, Scarpone, Michele Zompa, Damiano, Teofilo, il sacrestano della chiesa di Fontamara che morirà suicida: ecco uscire dalla memoria la bellissima Elvira, la futura moglie di Berardo Viola, il vero eroe ma anche la vittima sacrificale di questa storia, l’uomo più forte e robusto di Fontamara che tenta, sempre tradito, di ottenere un pezzo di terra e che avrà il coraggio di fuggire da quella patria ingrata.

Morirà il nostro eroe, dopo essersi creato una coscienza politica, mentre i fontamaresi fonderanno il “Che fare?”, un giornale in cui – per mezzo del suo esempio – finalmente potranno denunciare i soprusi subìti, anche se i fascisti non si daranno per vinti e reprimeranno tutto, mandando una squadraccia a Fontamara, che farà strage di abitanti.
Ma il figlio di Giuvà e Matalè, che era andato via con Berardo, riuscirà a salvarsi, fuggendo all’estero e raccontando questa storia. Sarà lui a testimoniare tutto quello che è accaduto.

La regia di Antonio Silvagni crea una sorta di cerimonia sacrale laica, che fa uscire i personaggi dal buio rendendoceli vivi. E’ infatti il contrappunto delle luci di Corrado Rea che, illuminando di volta in volta i cinque attori in scena, crea una vera e propria sinfonia di corpi e voci, a volte impastate con il dialetto locale, voci che rendono vivide e presenti le fattezze di questa vera e propria tragedia sociale e civile, che in questo modo diventa una sorta di riscatto per una terra sempre ferita, ma anche monito affinché certi eventi non si ripetano.

FONTAMARA
Dal romanzo di Ignazio Silone
Adattamento e drammaturgia Francesco Niccolini
Una produzione Teatro Stabile D’abruzzo – Teatro Lanciavicchio
Con Angie Cabrera, Stefania Evandro, Alberto Santucci, Rita Scognamiglio, Giacomo Vallozza
Disegno Luci Corrado Rea
Musiche originali Giuseppe Morgante
Documentazione video Francesco Ciavaglioli
Sartoria Sorelle Marcelli
Scenografia costumi scenotecnica ‘Ivan Medici’
Regia Antonio Silvagni

Visto a Milano, deSidera Teatro Oscar, il 27 novembre 2022

 

 

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