Fra genere e violenza, gli Assemblaggi Provvisori dello Scompiglio

Camera #4 Il Naufragio di Cecilia Bertoni
Camera #4 Il Naufragio di Cecilia Bertoni

Un’occasione di confronto sulla “in-definizione” del genere: così era stata annunciata la programmazione tematica di “Assemblaggi Provvisori” alla Tenuta Dello Scompiglio a marzo del 2016 (di cui Klp si era già occupato QUI).

Entriamo dunque in quella che è la realtà dell’associazione con base a Vorno (Capannori, Lucca) che, immersa in un angolo di paradiso, ha un’imponente struttura, un tempo probabile scuderia, convertita in luogo di teatro, d’installazioni ed esposizioni.

Ci siamo tornati in occasione dell’ultima opera, tra teatro e performance, diretta da Cecilia Bertoni (direttrice artistica Dello Scompiglio), “round midnight”; in scena Olivier Boréel, Eleonora Chiocchini, Katia Frese, Sara Leghissa, Valerio Sirna, nelle vesti di Dottor Sadico Mauro Carulli, penultimo tassello “Provvisorio” prima di quello conclusivo de “Il combattimento di Tancredi e Clorinda”.


Aggirandoci per i suoi spazi, abbiamo scoperto anche quelle trame installative di “Assemblaggi” che saranno in mostra fino al 16 settembre: “round midnight/ritratti” e “Camera#4 – Naufragio” di Cecilia Bertoni. Entrambe con il contributo di Carl G. Beukman, vedono anche all’ideazione Claire Guerrier per la navigazione in solitario e preferibilmente a piedi nudi della “Camera”, tra sogno e incubo.

La prima è invece legata a doppia mandata con la performance della Bertoni. All’interno di una saletta con cuscini scorrono sulle pareti delle trasformazioni e “modificazioni”, a seconda degli umori del loro esistere, dei cinque performers/danzatori, mentre voci bisbigliate invitano a fare silenzio, anche interiormente, ad ascoltare.

“Abbiamo voluto dare l’opportunità di trattare il genere uscendo dal ghetto: è considerato un tema che riguarda solo i gay, ma invece i problemi di genere riguardano tutti – ci racconta Cecilia Bertoni – Abbiamo cercato di allargare il discorso per un attimo toccando chiunque, dando spazio a una visione che sia degna di essere raccontata, mettendo anche in evidenza il problema delle donne in quanto tali”.

Teresa Margolles, Sobre la sangre
Teresa Margolles, Sobre la sangre

Tensione al femminile, e alla tragedia che si rinnova ad ogni ennesimo atto di femminicidio: viene confermata dalla presenza, in questi spazi, dell’opera di un’artista di calatura internazionale come la messicana Teresa Margolles, fra i protagonisti della Biennale d’arte di Venezia 2009. Laurea in medicina forense, è entrata negli obitori del Messico durante la mattanza che, dal 2000, ha iniziato a imperversare nelle terre soprattutto di confine con gli States a causa di narcotraffico e altri traffici illeciti, come la richiesta di organi dei gringos.
Margolles ha utilizzato al principio la fotografia, per poi soccorrerla con installazioni, video, performance per denunciare la violenza, e la perdita di privato di un rito come quello della morte, che ha raggiunto livelli di esemplarità brutale nell’infierire sui corpi delle vittime.
“Chi è che pulisce dalla strada il sangue degli assassinati, quando sono sempre di più? Ogni morte ha un nome e un cognome. Ogni morte lascia un vuoto. Quando un cadavere entra in un obitorio, quel corpo diventa sociale. Il cadavere non appartiene più alla scienza, quando la gente può trovare i corpi per strada. Si converte nello spazio pubblico: un cadavere da esperienza privata diventa pubblica. E non parlo solo del México; rifletto come si deteriori, come cambi una comunità a causa di un fatto del genere”.

Artista visiva che esamina le cause e le conseguenze sociali non solo della morte, ma anche della distruzione e della guerra civile, sarà presente allo Scompiglio fino al 16 settembre con la mostra “Sobre la Sangre”, a cura di Francesca Guerisoli e Angel Moya Garcia.

Nella hall del teatro si trova invece “La Frazada” (L’Ombra, 2016), un telo montato su una struttura metallica, opera ideata per essere itinerante. Il tessuto è una coperta recuperata all’obitorio de La Paz (Bolivia), con cui è stato avvolto il corpo di una donna assassinata. Scendendo delle scale, si trova ciò in cui si condensa il titolo della mostra: una lunga tela ricamata da sette artigiane e artigiani dell’etnia Aymara (Bolivia), impregnata del sangue di 10 donne assassinate a La Paz.
Immersa nella prima sala che si apre nel labirinto scuro in cui entriamo, maestosa si allunga davanti agli occhi dei visitatori che possono girarvi attorno, ammirandone gli orditi esatti tra le chiazze che la sporcano, che le donano un senso d’assoluto. Ancor di più quando si ritorna dopo aver visitato le ultime due sale (“Il Testimone”), dedicate ciascuna a Oisiris “La Gata” e Karla “La Borrada”: loro ci osservano sorridenti, ciascuna da una foto a grandezza quasi naturale dal fondo delle sale. Due travestiti, che hanno incontrato la brutalità della morte a Ciudad Juarez, e che sono ricordate dalle voci registrate di amici, e di loro stesse, a raccontare la propria storia.

Cosa pensate di aver trasmesso?, chiediamo a Bertoni. “Uno degli aspetti del genere che più mi sta a cuore, e che rende la tematica d’interesse per qualsiasi essere umano, al di là delle preferenze sessuali: l’educazione di genere. Quest’educazione è ciò che ci rende, senza che ce ne accorgiamo, amputati di una parte di noi, intrappolati in gesti stereotipati e inanellati in ruoli. Per esempio, a una femmina viene insegnato ad ascoltare, a servire, ad avere paura… A un maschio a parlare da maschio alfa, a combattere, a possedere… Quindi questa violenza selettiva si rivolge sia alle femmine che ai maschi, limitando la possibilità di scoprire chi siamo veramente oltre il genere. Una delle forme di potere più subdole”.

Il tema del prossimo anno? “Lo abbiamo già: la morte e il morire, a partire da tutto quello che può essere sociopolitico: come il testamento biologico, l’eutanasia… Fino a rivolgersi a tutte le persone che muoiono per le guerre. Ma toccando anche un piano più spirituale, come la domanda di cosa ci sia dopo la morte. E le celebrazioni, i riti che la riguardano. Del resto, cosa ci sia dopo la morte, coinvolge anche coloro che patiscono l’assenza. Di sicuro, sarà qualcosa di più immediato, meno intellettualistico”.

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