Generazioni a confronto nel dance hub di Anghiari

Ph: Monticelli
Ph: Monticelli

Protagoniste le performance firmate da Massimo Monticelli, Pierandrea Rosato, Simone Lorenzo Benini e Manuela Victoria Colacicco

La nona edizione di Anghiari Dance Hub giunge al suo culmine con la stimolante fase finale, durante la quale i giovani coreografi hanno l’opportunità di esporre i frutti del loro impegno ad un pubblico di operatori teatrali.
Tra i selezionati per questa occasione troviamo Simone Lorenzo Benini, che, insieme a Miriam Budzáková, presenta la sua creazione “(E poi arrivarono i cinghiali)”. Manuela Colacicco, affiancata da Martina Di Prato e Giacomo Graziosi, porta invece il lavoro intitolato “Kontakte”. Massimo Monticelli e Noemi Piva presentano “Antologia notturna”; infine, Pierandrea Rosato, insieme a Reika Shirasaka ed Edoardo Fumagalli, ci conducono in “Light leaks from a black moon”.
Ognuno dei coreografi offre una personale prospettiva del processo creativo, frutto dei diversi laboratori a cui hanno partecipato nei tre mesi precedenti.
Un progetto che non esisterebbe senza la dedizione della sua direttrice artistica, Gerarda Ventura, che si occupa dei giovani coreografi con l’attenzione di una zia, coordina gli incontri con il rigore e la precisione di un diplomatico e accoglie gli ospiti con l’affabilità di un capo ricevimento. Non da meno sono le collaboratrici Alessandra Stanghini – organizzatrice e figura chiave del progetto – ed Elena Lamberti, responsabile dell’ufficio stampa, ma è doveroso menzionare anche gli altri membri del consiglio di Anghiari: Miriam Petruccioli, Massimo Ferri, Luca Ricci, Maurizia Settembri, Giuseppina Nibbi, Stefan Schweitzer e Andrea Merendelli (Direttore artistico del Teatro di Anghiari).

A fare da cornice è il borgo medievale di Anghiari, non solo parte dei “borghi più belli d’Italia”, ma anche tra i 15 comuni candidati a capitale della cultura 2026.
Qui il tempo sembra essersi fermato, e la vita scorre lentamente tra le piccole vie di pietra e le abitudini ancora non contaminate dalla frenesia delle città.
Le tre giornate conclusive di ADH, svoltesi dal 24 al 26 novembre, sono cadenzate dalla rappresentazione degli spettacoli nelle serate e dagli incontri mattutini tra i giovani coreografi e gli operatori invitati, a cui seguono momenti conviviali nei ristoranti locali.

Una delle particolarità di questa iniziativa è senza dubbio il confronto con i principali operatori della danza contemporanea, che non solo costituiscono il pubblico a teatro, ma con cui gli artisti possono avere un confronto diretto negli incontri al mattino. Erano presenti, solo per citarne alcuni, Valentina Romito, Gemma di Tullio, Patrizia Coletta, Igor Colussi, Massimo Carosi, Gabriella Stazio, Stefano Tomassini, Carmelo Zapparrata, Raffaella Giordano e Giorgio Rossi, Angela Fumarola, Ariella Vidach, Natalia Casorati, Marco Valerio Amico, Rossella Battisti.

Abbiamo chiesto le prime impressioni a Gerarda Ventura, e sicuramente è troppo presto per fare un bilancio, c’è bisogno di sedimentare, e soprattutto i risultati di ADH si vedono dopo alcuni mesi, quando i lavori dei coreografi iniziano a circolare. Come ci spiega Gerarda, se si guarda al progetto dello scorso anno, è possibile rilevare un buonissimo risultato, pensando anche al numero di inviti che i ragazzi hanno ricevuto. “C’è stato lo spettacolo di Colturi, “Cuma”, che è andato dappertutto praticamente. Poi c’è stata la coppia di Roberto Doveri e Emma Zani (YoY Performings Arts) che, oltre ad aver girato con il loro lavoro, hanno anche creato un’associazione, si sono quindi resi autonomi e stanno portando avanti questo progetto. Hanno forse girato meno le due ragazze di “Nimic”, Sofia Pazzocco e Simona Tedeschini (Sorelle di Damiano), ma i veri risultati si vedono poi con la distanza. Le edizioni precedenti hanno fatto emergere artisti come Salvo Lombardo, che ha anche creato la sua compagnia, e Adriano Bolognino, che a gennaio andrà anche al teatro dell’Opera a fare una coreografia invitato dalla Abbagnato”.
Ad ogni modo tutti continuano ad essere seguiti dal corpo artistico di Anghiari, e soprattutto nei primi tempi i ragazzi si interfacciano molto con i loro maestri.
Gli artisti hanno avuto a disposizione 25 minuti per ciascuna opera, dando origine a creazioni ricche e molto eterogenee, che ora andiamo ad esplorare.

Light leaks from a dark moon – Pierandrea Rosato
Buio, da uno dei palchetti arriva una presenza, una luce, alcuni suoni, che subito si interrompono. L’azione prosegue in scena, sempre al buio, dove un interprete si muove con una piccola torcia in testa, dando l’impressione che sia solo quella piccola luce a muoversi. Entra in scena una seconda interprete, la bravissima Reika Shirasaka, mentre Pierandrea Rosato è il terzo elemento che ci trasmette, con una webcam, l’ottica della sua visione, trasferendo le immagini su un piccolo schermo sul palco. Una narrazione frammentata, volta a creare una atmosfera più che un racconto, che riesce a restituire pienamente il mondo onirico, con figure spettrali (una donna che sembra un fantasma, una testa che appare da dietro le quinte) e un utilizzo dello spazio in profondità, che mette in rilievo un approccio creativo molto cinematografico.
Le “Light leaks”, come ci spiega l’autore nell’incontro del mattino seguente, sono le slabbrature del colore nelle foto, dovute all’irrompere della luce nella pellicola: “C’è di fondo un’idea introspettiva di teatro, un po’ noir e rarefatta, e una riflessione su subconscio e inconscio che porta a galla un mondo onirico fatto di incubi e squarci di visioni spettrali”.
L’idea va a ritroso rispetto ai molti processi di interazione con il pubblico volti a sfondare la quarta parete, perché si occupa del processo creativo dall’interno, come uno sguardo quasi feticcio nei confronti della creazione, che ci fa pensare ai Peeping Tom, sia per l’estetica di alcune immagini, che per il senso intrinseco del termine, che in inglese significa “voyer”. Un lavoro denso (sfociato in 38 minuti, rispetto ai 25 imposti) e in divenire, che può prendere svariate strade, e ricco di riferimenti – apparentemente non voluti o non consapevoli – che cattura però l’attenzione del pubblico, come sottolinea Giuseppe Di Lorenzo (Altre Velocità), “per l’intensità di ogni quadro, ma che allo stesso tempo lasciano poco spazio di sedimentazione, di elaborazione delle sensazioni”.

(E poi arrivarono i cinghiali) – Simone Lorenzo Benini
Un lavoro pop, come è stato definito da Ariella Vidach nell’incontro mattutino, è invece quello di Simone Lorenzo Benini, trentun anni della Brianza, che con la compagna Miriam, slovacca, parte da un’idea a cui aveva già lavorato precedentemente.
C’è da subito una violenza sottintesa nella performance di Benini. Il pubblico è distribuito tra la platea, con due file di poltroncine disposte a circolo, e sui palchi, dove si ha una visione dall’alto, come se ci si trovasse in una arena. La distanza ravvicinata e le luci costantemente accese per gran parte della performance creano disagio nel pubblico, che trova ad attenderlo Miriam Budzáková, mentre carponi si muove lentamente, puntando gli spettatori con uno guardo penetrante, feroce e intensamente concentrato.
Con l’entrata in scena di Simone Benini si è subito immersi in una sensazione di spaesamento.
I tempi sono fissati in modo da tenere sempre alta l’attesa e la suspence, come se ci si aspettasse costantemente qualcosa che sta per succedere, qualcosa che allo stesso tempo ti preoccupa e ti eccita, creando un’esperienza intensa e coinvolgente.
Provocano e indispongono il pubblico con domande (“Are you looking at me? I am looking at you”), con un disturbante urlo prolungato alla Ulay-Abramovic, o una danza frenetica al ritmo di musica death metal (dei Dying Fetus) o ancora avvicinandosi, con la lingua di fuori, al volto di uno spettatore, quasi volessero leccarlo.
Di ispirazione artistica finlandese, soprattutto per l’uso del corpo, l’idea da cui Simone Benini era partito, come spiega nell’incontro, è forse l’immagine più rappresentativa del tipo di rapporto che si crea tra interpreti e spettatori, ovvero la “cute aggression”, quell’impulso di stritolare o mordere che si crea nei confronti di esseri carini, piccoli e indifesi, come gattini o bambini piccoli, senza una vera intenzione di provocare sofferenza o danno. “C’è una sorta di muffa dentro di noi che viene a galla, qualcosa di umido e di scomodo che prima o poi fuoriesce al di là di noi”.
I cinghiali rappresentano l’antitesi tra selvatico e domestico, una presenza che avvertiamo fuori dalla porta, da qui il titolo, che fa pensare a quel momento di tensione e di suspence sul “cosa succederà poi”.
La luce rossa dietro le quinte e quella blu sotto le tende di entrata, come sottolinea Stefano Tomassini, lasciano percepire una presenza, o la sensazione che qualcosa stia per accadere. Ed è proprio quell’ambiguità, quella sensazione che per alcuni può suscitare curiosità, per altri disagio (perché non sappiamo se e quali confini verranno oltrepassati) che diventa il vero fulcro della performance, ovvero il rapporto tra ambiguità e desiderio.

Kontakte – Manuela Victoria Colacicco
Un lavoro già formale e fondamentalmente finito per la giovane coreografa, che ha già lavorato con coreografi della portata di Alain Platel, ma alla prima esperienza di residenza dopo l’Accademia Paolo Grassi.
Due figure plastiche, Martina Di Prato e Giacomo Graziosi, sono bloccate in un sorriso finto, quando entra in scena un terzo elemento: un grande pannello rosso. Cosa succede nel momento in cui un elemento esterno si intromette tra i due performer, diventando un veicolo, l’unica connessione tra gli interpreti?
L’intento è quello di esprimere la difficoltà delle nuove generazioni, la precarietà nei confronti del futuro, in un presente in cui non ci si sfiora l’un l’altro. Il pannello rosso lascia libera l’interpretazione, come il rosso di Rothko che riflette le emozioni di chi guarda, e che può simboleggiare innumerevoli elementi: una porta, una parete, una barriera, finché diventa l’anello di connessione tra i due interpreti, che finalmente si toccano, realizzando quel contatto mancato fin dall’inizio.
Come sottolinea la coreografa, c’è un’energia calibrata, e gli interpreti sono un po’ ingabbiati in uno schema controllato. Ci parla di corpo politico nel confronto diretto con gli operatori, dove Raffaella Giordano cerca di riportare più sul concreto i concetti teorici introdotti da Manuela Colacicco, confessando di riuscire ad orientarsi a fatica nella “foresta di parole” introdotta dalla giovane artista, e chiedendo quindi maggiori informazioni sulla pratica, perché si ha l’impressione, anche nel lavoro, di un approccio molto concettuale e poco fisico o danzato. Ma è proprio il disorientamento, secondo Manuela, a portarli alla loro ricerca, e forse a indagare sui punti di riferimento, anche teorici, in un momento che è evidentemente piuttosto buio per le giovani generazioni.
Anche Alessandro Pontremoli sottolinea la notevole dimensione teorica del lavoro, scherzando sul fatto che sembri che la coreografa abbia letto i libri di testo da lui utilizzati nei suoi corsi.
Un progetto con una idea di fondo interessante, ma dove forse c’è bisogno di osare di più e ripensare a possibili sviluppi.

Antologia notturna – Massimo Monticelli
Bolognese, figura di spicco nel panorama della danza contemporanea (ha presentato i suoi lavori a Gender Bender, Roma Europa Festival, rassegna ATLAS di ImPulsTanz), Massimo Monticelli collabora con Nicola Galli e ha alle spalle percorsi di studi che vanno dal Trinity Laban di Londra al conservatorio di Parigi, conseguendo contemporaneamente una laurea in Lettere e una laurea magistrale in Discipline del Teatro presso l’Università di Bologna.
Una poesia recitata al buio ci introduce all’antologia di poesie danzate pensata dal coreografo. Ne seguono diversi quadri, cadenzati dalle fasi lunari, dove i due interpreti tentano di associare una serie di movimenti e danze ad una sintassi dettata da idiomi e scambi di battute echeggiate da una loop machine. L’idea è quella di creare composizioni ‘coreopoetiche’, fatte di passaggi linguistici, enigmi sintattici e conversazioni assurde.
L’incontro fra danza e poesia è sicuramente una bella idea, e l’eleganza, sia per i costumi che per le presenze fisiche dei danzatori, creano affascinanti paesaggi visivi, ma con difficoltà riusciamo a collegarli al sonoro, che ci porta piuttosto in un labirinto verbale. Un lavoro ancora da approfondire, forse, in cui si è lavorato molto sull’estetica, ma da rivedere a livello concettuale.
Una menzione speciale va al disegno luci di Maria Virzì, che è riuscita a creare una bellissima atmosfera impalpabile e poetica di notevole raffinatezza.

Dallo scorso anno ad Anghiari è stato aggiunto infatti un bando di selezione per giovani light designer, e i selezionati vengono assegnati a sorte ai coreografi, rendendo il lavoro di creazione ancora più completo e interessante.
Una condivisione collettiva non semplice per i ragazzi, perché arriva ad un punto che è finale rispetto al percorso di studio, ma non rispetto al loro lavoro, che in molti casi è ancora un bozzolo in procinto di aprirsi, e che può essere fortemente condizionato dal giudizio di operatori di rilievo della danza.
Ma i confronti – oltre che artistici anche generazionali – avvengono in maniera equilibrata e costruttiva, e rappresentano una vera ricchezza rispetto ad altre situazioni simili. Dagli incontri mattutini e dai lavori emerge molto la fragilità e la precarietà del momento, e proprio per questo i coreografi sentono forse una responsabilità sociale, oltre che intimistica, nel loro processo creativo.
Attenderemo e seguiremo con interesse gli sviluppi dei lavori.

Light leaks from a black moon
Coreografia e regia Pierandrea Rosato
Interpreti Edoardo Fumagalli, Reika Shirasaka, Pierandrea Rosato
Disegno luci Andrea Gagliotta
Produzione Anghiari Dance Hub
Col supporto di Sosta Palmizi
(E poi entrarono i cinghiali)
Ideazione e regia Simone Lorenzo Benini
Coreografia e interpreti Miriam Budzáková e Simone Lorenzo Benini
Drammaturgia Erika Kooki Filia
Musica Andrea Bocelli, Dying Fetus, Abul Mogard
Disegno Luci Elisabetta Maniga
Produzione Anghiari Dance Hub

Kontakte
Coreografia Manuela Victoria Colacicco
Drammaturgia Eliana Rotella
Con Martina Di Prato, Giacomo Graziosi
Soundesign in collaborazione con Andrea Graziosi
Disegno luci Francesco Sequenzia
Produzione Anghiari Dance Hub

Antologia notturna
Concept e regia Massimo Monticelli
Coreografia Massimo Monticelli con la collaborazione di Noemi Piva
Danza, testi Massimo Monticelli e Noemi Piva
Disegno luci Maria Virzì
Produzione Anghiari Dance Hub e TIR danza
Con il supporto di Marche Teatro
Progetto sostenuto da supportER, azione per coreografi emergenti promossa dalla Rete Anticorpi Emilia-Romagna.

 

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