Gli Uccelli di Marco Martinelli: la “messa in vita” dei miei adolescenti. Intervista

Marco Martinelli dirige Uccelli (ph: Mario Spada)
Marco Martinelli dirige Uccelli (ph: Mario Spada)

Al Parco Archeologico di Pompei ha debuttato la riscrittura di Aristofane del Teatro delle Albe. Ne abbiamo parlato con il fondatore della non-scuola

Tornare alla parola e all’incontro, all’esperienza condivisa su un palco che è esperienza di vita, di sogno e di speranza.
A fine maggio, al Parco Archeologico di Pompei, nell’ambito di “Sogno di volare”, progetto teatrale del Parco per i Giovani del territorio, ha debuttato “Uccelli – riscrittura da Aristofane”, nuovo prezioso tassello del lungo e fecondo percorso della “non-scuola” di Marco Martinelli.
Circa ottanta adolescenti degli istituti di Napoli, Torre del Greco, insieme, hanno incontrato le parole di Aristofane e, attraverso un percorso di ascolto, di guida, di parola, le hanno portate su di un palco come fossero parole loro, segno di presenza, di voglia di riscatto e di cambiamento.

Dopo il debutto a Pompei il viaggio è proseguito al Ravenna Festival (lo scorso 2 giugno) e approderà poi all’Arena del Sole di Bologna in autunno (22 e 23 ottobre). Una esperienza dalla grande forza scenica, capace di coinvolgere ed emozionare poiché vera e profonda nei temi raccontati, e attraversati dai corpi dei giovani attori in scena, tutti impegnati con forza, generosità, attenzione, a raccontare la loro personalissima storia mettendola al servizio delle parole di Aristofane, restituendo verità e bellezza.

Di questo progetto ne parliamo con Marco Martinelli, drammaturgo, regista, fondatore con Ermanna Montanari del Teatro delle Albe, che da anni, grazie al progetto della non-scuola, di cui è fondatore insieme a Maurizio Lupinelli, lavora con i ragazzi delle scuole superiori, dapprima a Ravenna, a partire dal 1991, per poi approdare in molti altri territori tra cui, Napoli e Lamezia Terme, mentre nel luglio 2011, all’interno del festival di Santarcangelo 41, il Teatro delle Albe ha presentato “Eresia della Felicità”, una creazione a cielo aperto sempre sul solco della non-scuola che ha coinvolto un plotone gioioso di duecento adolescenti, provenienti da tante città e paesi del mondo, che in maglietta gialla imbracciano i versi crepitanti di Vladimir Majakovskij, scritti quando lui pure era un giovane ribelle, e sentiva la tempesta nell’aria.


A Pompei per un ritorno al lavoro condiviso con le comunità di adolescenti, carico di forza e necessità dopo gli anni difficili della pandemia: com’è stato incontrare questi “nuovi” giovani che hanno animato con forza e sensibilità il progetto?
All’inizio c’erano scetticismo e diffidenza. Spesso è così, quando si comincia a lavorare, e il coronavirus ha rafforzato questi sentimenti di chiusura. Poi qualcosa fiorisce: quando gli adolescenti comprendono che davvero li stai “prendendo sul serio”, che sei lì perché ami Aristofane e Shakespeare così come ami le loro vite, i loro desideri, e vuoi far fronte alle loro paure con l’arma del teatro, ecco che lì una porta si apre, e da quella porta comincia a scorrere la linfa della scena. Dioniso: così la chiamavano quella linfa i greci venticinque secoli fa, così continuo a chiamarla io; la turbolenza dell’esistere, senza la quale non si dà teatro.

Uccelli (ph: Mario Spada)
Uccelli (ph: Mario Spada)

Un ritorno nel territorio campano, ancora una volta, raccogliendo l’eredità forte e fertile di Arrevuoto (progetto ideato nel 2005 e ancora oggi in vita, sotto la guida di Maurizio Braucci e Roberta Carlotto, come progetto speciale del Mercadante – Teatro di Napoli). Quali i sentimenti e l’approccio?
Arrevuoto è stato, nel 2005, il nome che ho dato alla mia non-scuola, arrivata in quell’anno a Napoli su una precisa indicazione di Goffredo Fofi. E’ stato Goffredo che ci ha messi tutti attorno a un tavolo, Braucci, Carlotto, l’allora assessore alla cultura e pedagogista Rachele Furfaro, Ninni Cutaia allora direttore del Mercadante, e il sottoscritto.
La non-scuola esisteva a Ravenna dai primi anni Novanta, a me venne chiesto di provare a ricrearla nella situazione napoletana, a Scampia in particolare. Furono anni esaltanti, rimasi a Napoli fino al 2010, con l’intento di passare poi il testimone a Braucci e alla guide napoletane che in quegli anni avevo formato. Per questo la proposta di Gabriel Zucktriegel, direttore del sito archeologico di Pompei, di “ritornare” a lavorare in quella “patria” del teatro italiano che è la “grande” Napoli (Pompei e Torre del Greco ne fanno parte) non poteva che rallegrarmi. E per dare continuità a questa eredità che io stesso avevo formato in quegli anni, ho voluto accanto a me due attori e guide che erano due adolescenti negli anni “fondanti” di Arrevuoto: Valeria Pollice e Gianni Vastarella, oggi teatranti affermati del Collettivo La Corsa. Chi meglio di loro poteva trasmettere agli adolescenti di Torre e Pompei il senso dell’autentico Arrevuoto?

«Aristofane come un adolescente che ha mantenuto vivo in sé, fino all’ultima sua fatica, lo spirito del ragazzino ribelle, schierato contro il mondo dei “grandi”, le logiche ferree e grigie di una vita dominata dalla violenza»: entro queste direttrici si muove un lavoro corale in cui le voci dei singoli ci vengono restituite in una voce unica, colorata e potente. Come avete lavorato?
Come sempre. Il metodo, nella non-scuola, non cambia mai. Cambiano i ragazzi, cambia il classico di riferimento, cambiano le tecnologie (trent’anni fa non esistevano gli smartphone): quello che non cambia mai è il segreto della “messa in vita”, di quel corto circuito tra le grandi favole della tradizione e la vita irruenta e scombinata e commovente degli adolescenti.
Ed è tutta responsabilità della guida, il medium tra i due poli: se la guida è umile e autorevole, se sa ottenere allo stesso tempo scatenamento e disciplina, se è colta e “asinina” insieme, se è visionaria e concreta allo stesso tempo, se sa fare la regia senza mettersi in posa da regista, se capisce come tenere insieme la coralità e il talento dei singoli, se non ha paura di tenere aperta la porta del laboratorio in modo che la “realtà” possa entrare anche non convocata, la “messa in vita” funziona, tirando fuori bellezza e armonia dal caos. Se la guida usa il laboratorio per far strada al proprio ego, è un fallimento assicurato.

Per il progetto “Uccelli” sono previste nuove tappe in autunno a Bologna. E a Ravenna è prevista l’ultima, attesa, tappa di “Paradiso – Chiamata Pubblica per La Divina Commedia di Dante Alighieri”, l’articolato progetto dedicato a Dante in scena da ieri e che verrà replicato fino all’8 luglio.
Siamo sempre lì, nel segno del “volo”. Aristofane e Dante sono due sognatori, molto più vicini di quanto normalmente si pensi. Il Dioniso del primo dialoga con il Cristo del secondo. Entrambi affondati nella realtà, entrambi appassionati e critici della “politica”, entrambi infiammati nel desiderio di “superare” il pantano. “Trasumanar”, dice Dante, e Aristofane ce lo mostra alla sua maniera. Passare da Uccelli a Paradiso, dagli 80 napoletani ai 300 cittadini ravennati coinvolti nella terza cantica, è restare comunque con lo sguardo fisso verso il cielo.

Uccelli
riscrittura da Aristofane
drammaturgia e regia Marco Martinelli
musiche Ambrogio Sparagna
con sessanta adolescenti, Istituto Liceale E. Pascal di Pompei, Istituto Superiore Tecnico-Tecnologico e Professionale “E. Pantaleo” di Torre del Greco, Dalla Parte dei Bambini, Foqus Fondazione Quartieri Spagnoli, Arrevuoto-Teatro di Napoli
Ambrogio Sparagna organetto
Erasmo Treglia violino a tromba, ciaramella, flauto armonico
Clara Graziano organetto, tammorra
Antonio “Lione” Matrone tammorra, grancassa
spazio e luci Vincent Longuemare
costumi Roberta Mattera
aiuto regista Valeria Pollice e Gianni Vastarella assistente alla regia Vincenzo Salzano
consolle luci Theo Longuemare
produzione Parco archeologico di Pompei
in collaborazione con Ravenna Festival, Teatro delle Albe/Ravenna Teatro, Teatro di Napoli-Teatro Nazionale, Giffoni Film Festival, ERT/ Teatro Nazionale

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