“That’s All” di Davide Tagliavini: il clown dell’inconscio danza sull’orlo dell’assurdo

Ph: Sara Meliti
Ph: Sara Meliti

Un assolo vorticoso tra Beckett, Abramović, techno minimale e fantasmi dell’infanzia. In scena stasera a Pesaro e domani a Novara

C’è qualcosa di profondamente spudorato e infantile in Davide Tagliavini. Ed è forse proprio questa la chiave più felice di “That’s All”, l’assolo andato in scena al TEX – Il teatro dell’ExFadda di San Vito dei Normanni: un lavoro che sembra continuamente oscillare tra confessione e caricatura, trance e gioco, rigore performativo e irresistibile pulsione al ridicolo. Senza mai precipitare nel narcisismo dell’auto-fiction coreografica, anzi sabotandolo dall’interno con ironia, sberleffo, deviazioni nonsense.

Tagliavini è già lì quando il pubblico entra. Di spalle. In pantaloncini da boxer, calzettoni alti con improbabili risvolti di tulle da corredo della nonna, il corpo scolpito da una luce radente che ne disegna le linee come fosse creta viva dentro un fondale nero assoluto. Una figura plastica, quasi statuaria, eppure percorsa da un fremito continuo. Si piega, si torce. Ondeggia con una flessuosità animale, come se il corpo fosse attraversato da un flusso di coscienza che riconnette ricordi, fantasmi, traumi, sogni infantili e improvvise accensioni ludiche.

È danza contemporanea che sfiora il teatro fisico. È performing art, ma senza l’ossessione di dimostrare qualcosa. In scena c’è piuttosto un individuo che gioca con sé stesso. Un bambino strambo e un po’ clownesco che si auto-dirige, impartendosi i comandi della danza in francese, inglese e italiano, come un maestro sadico e un allievo smarrito rinchiusi nello stesso corpo. “Turn”, “plié”, “encore”, “vai”: parole sputate, sussurrate. Immagini pensate tra sé e sé in un solipsismo ironico che richiama certi cortocircuiti beckettiani. L’attesa, il vuoto. Il silenzio improvvisamente interrotto da esplosioni motorie. Kafka che incontra il cabaret.

Ph: Sara Meliti
Ph: Sara Meliti

La partitura sonora di Emanuele Nanni lavora per sottrazione: elettronica puntiforme, pulsazioni quasi subliminali, echi techno-house che sembrano arrivare da un appartamento distante o da un cervello in piena insonnia. Il suono non accompagna il movimento: lo infetta. Lo destabilizza. Lo rende intermittente. Tagliavini ruota su sé stesso circospetto. Si perde dentro una spirale emotiva dove gli arti diventano volatili, quasi smontabili, e il gesto quotidiano si trasfigura in allucinazione coreografica.

Il lavoro possiede una qualità rarissima: riesce a essere insieme molto costruito e apparentemente improvvisato. Come se ogni figura emergesse sul momento da una necessità interna. E invece, sotto quella libertà, si avverte un controllo rigoroso del ritmo, delle sospensioni, delle dinamiche spaziali. La luce scolpisce il performer come una scultura vivente. Il corpo attraversa stati d’animo più che sequenze narrative: entusiasmo, paranoia, malinconia, follia lieve, desiderio di equilibrio.

A un certo punto il monologo fisico si fa forsennato. Il performer sembra infilarsi in un frullatore emotivo, sbilanciandosi fino quasi a farsi male, rincorrendo una vertigine che alterna salti, battiti, collisioni, corse a vuoto. Poi improvvisamente il silenzio. Una pausa straniante. L’interazione col pubblico assume forme bislacche, da clown metafisico incapace di stare davvero dentro la convenzione teatrale. Ed è lì che “That’s All” trova il suo nucleo più autentico: non nella ricerca della perfezione tecnica, ma nell’esposizione fragilissima di un essere umano che continua ostinatamente a stare nel gioco.

Quando poi irrompe l’ouverture del “Guglielmo Tell” di Gioachino Rossini, il lavoro cambia pelle ancora una volta. Il melodramma si prende la scena con una sfacciataggine quasi slapstick. Tagliavini cavalca quella musica come un cowboy emotivo, trasformando la danza in un western psicologico che troverà il suo approdo ideale nelle note de “L’Arena” di Ennio Morricone. E lì il corpo si fa finalmente terreno, poroso, riconciliato con una natura sonora più ampia e respirata.

Si percepisce chiaramente, nella tenuta performativa e nella resistenza fisica, la filigrana dell’esperienza maturata dal performer accanto a Marina Abramović. Non tanto nella citazione estetica, quanto nella capacità di attraversare il limite, di stare dentro la durata e nella vulnerabilità senza protezioni. Ma Tagliavini evita il rischio sacrale tipico di certa performing art: ogni volta che il lavoro rischia di diventare troppo serio, troppo simbolico, arriva una deviazione ironica a sabotarne la retorica.

Ph: Sara Meliti
Ph: Sara Meliti

“That’s All” è così: un bug emotivo irrisolto e irresistibile. Un dispositivo onirico che procede per associazioni, inciampi, improvvise illuminazioni. Un lavoro che non pretende mai di spiegarsi completamente e proprio per questo riesce a lasciare tracce. Divertente, inquieto, autoironico, fisicamente generoso. E, soprattutto, vivo.

La tournée prosegue stasera al Pesaro Danza Focus e domani, 17 maggio, a Novara per Apèrto Festival, e poi a Inequilibrio (Castiglioncello) il 26 giugno, Danza in Villa (Chiari) il 4 luglio e il 18 tappa a Bolzano Danza, mentre il 21 agosto sarà a Torino per poi proseguire con altre date fino all’autunno.

That’s All
Concept, coreografia e interpretazione: Davide Tagliavini
Sound design: Emanuele Nanni
Consulenza artistica: Anna Albertarelli, Monica Barone, Rosa Maria Rizzi
Produzione: Compagnia Artemis Danza
Coproduzione: Artisti Associati – Centro di Produzione Teatrale

durata: 40’
applausi del pubblico: 2’

Visto a San Vito dei Normanni, TEX – Il teatro dell’Ex Fadda, l’8 maggio 2026

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