Il direttore d’orchestra Markus Stenz: “Qui Wagner fa uso di una notevole quantità di strumenti, la sua musica è un continuo crescendo, così come lo è stata la sua stessa vita”
Dopo aver ascoltato dal vivo, al Teatro alla Scala, l’intera Tetralogia di Richard Wagner, il nostro interesse per il compositore tedesco ci ha portato al veneziano La Fenice per “Lohengrin”, una delle sue prime opere, esattamente la sesta, che mancava dal cartellone da ben 37 anni.
Un altro grande interesse era per l’allestimento, dovuto ad un regista che amiamo molto, Damiano Michieletto, al suo primo incontro con Wagner.
Il debutto di “Lohengrin” si tenne al Großherzögliches Hoftheater di Weimar il 28 agosto 1850, diretto nientemeno che da Franz List, mentre la prima italiana (che fu anche la prima opera di Wagner ad essere rappresentata in Italia) si svolse nel 1871 a Bologna, dove tra il pubblico presenziava, immaginiamo curiosissimo, anche Giuseppe Verdi.
Essendo una delle prime opere di Wagner, “Lohengrin” non ha ancora tutte le caratteristiche del suo successivo stile, anche se in molti momenti ne avvertiamo l’impronta. Qui Wagner ha comunque già definitivamente utilizzato la tecnica del durchkomponiert, in cui la composizione non è quasi più divisa, secondo la struttura tradizionale, in arie, recitativi e cori, ma si muove in continuità, attraverso un filo melodico unico; inoltre la tecnica del motivo ricorrente (leitmotiv), che è un’altra delle caratteristiche di Wagner, è ancora assai ridotta.
La storia trae ispirazione dal poema epico medievale “Parzival” di Wolfram von Eschenbach, perché scopriremo che Lohengrin è proprio il figlio di Parsifal, che sarà a sua volta protagonista dell’ultimo capolavoro del maestro tedesco.
L’opera è ambientata ad Anversa, sulle rive dello Schelda, nel X secolo. Qui arriva il re Heinrich Der Wogler per richiamare il popolo brabantino alle armi contro gli Ungari.
Il re chiede a Fredrich von Telramund come mai si trovino senza un capo e divisi tra loro. Telramund, in modo infingardo, sostiene che, alla morte del duca di Brabante, la di lui figlia Elsa, per impadronirsi del potere, ha ucciso il fratello Gottfried (vedremo che su questa morte insisterà Mattia Palma nella sua drammaturgia), cui sarebbe spettata la successione: per questa ragione egli ha preferito unirsi in matrimonio con Ortrud (personaggio che fungerà da antagonista), portatrice di arti magiche. Più avanti sapremo la verità: è stata invece Ortrud a far sparire Gottfried, legittimo erede del Brabante, trasformandolo in cigno per conquistare il regno.
Ortrud convince così Telramund ad accusare Elsa di fratricidio.
Tutti questi foschi avvenimenti accadono prima dell’inizio dell’opera, che si apre con il re Heinrich che deve decidere, con il giudizio di Dio, e attraverso un duello, sull’accusa di fratricidio mossa da Frederich von Telramund contro Elsa.
La povera ragazza, tradita da queste infauste circostanze, compare davanti al re, ma invece di discolparsi narra di un sogno portentoso, durante il quale le è apparso un cavaliere argentato, giunto per salvarla (“Einsam in trüben Tagen”).
Ed è allora che, da lontano, appare una barca trainata da un cigno (una delle presenze iconiche più famose dell’arte wagneriana) con un uomo dall’armatura d’argento: è Lohengrin, che in questo modo materializza il sogno della donna (“Nun sei bedankt, mein lieber Schwan!”).
Il misterioso cavaliere promette alla ragazza il suo amore, e anche di aiutarla a discolparsi, a condizione che lei (inghippo questo che in altri modi ci ricorda la pucciniana Turandot) non gli chieda quale sia il suo nome (“Nie sollst du mich befragen”).
Telramund accetta di combattere contro il misterioso cavaliere, ma viene magicamente sconfitto.

Telramund e Ortrud meditano una pronta vendetta. Tra la folla festante improvvisamente giunge l’uomo, il quale, benchè sconfitto in duello, accusa Lohengrin di stregoneria, con Ortrud (che si era finta amica di Elsa per screditare Lohengrin) che a gran voce si chiede come mai nulla si sappia di quel misterioso cavaliere.
Ma Elsa e Lohengrin, forti del consenso di tutta la popolazione, contro tutti e tutte queste situazioni incresciose, riescono a sposarsi (qui il famoso coro nuziale – Treulich geführt).
Tuttavia, nella loro prima notte d’amore, Elsa, come da copione annunciato, non sa più trattenersi dal porgli la domanda fatale, proprio nel momento in cui Frederich entra nella stanza per uccidere lo sposo (nella nostra versione si suicida), ma questa volta Telramund viene ucciso davvero.
I Brabantini vogliono che Lohengrin li guidi alla vittoria ma, mostrando la salma di Frederich, il cavaliere misterioso rivela il suo nome (“In fernem Land”): egli è Lohengrin, il figlio di Parsifal, il re del Sacro Graal, sceso sulla terra per sconfiggere il male, per quello ora deve andare via.
Invano tutti lo invitano a restare: il cigno è già riapparso per riportare Lohengrin a Monsalvato, il suo giusto luogo, quello in cui si conserva il Sacro Graal.
Ma prima di accomiatarsi, ecco l’ultimo prodigio, che riporta le cose al giusto corso: il cigno si tuffa nell’acqua, ritrasformandosi in Gottfried, e viene riconosciuto come il nuovo Duca del Brabante.
Mentre Lohengrin si allontana, Elsa cade priva di forze tra le braccia del fratello.
Molti i momenti da ricordare di questo capolavoro: il quintetto che chiude il primo atto, i perfidi rapporti tra Ortrud e Friederich, un poco simili – nella loro evidente difformità – con quelli dei coniugi Macbeth verdiani, l’agnizione di Lohengrin con la comparsa mistica del Santo Graal, il duetto tra Lohengrin ed Elsa, così reale, nel reciproco cambio dei sentimenti; e ancora i preludi meravigliosi, quello spesso ricorrente lirico del primo atto e quello tumultuoso del terzo.
Damiano Michieletto, come è suo costume, in collaborazione con il dramaturg Mattia Palma, irrora di sentire contemporaneo tutta la vicenda, catapultandola in un’atmosfera senza tempo, evidenziata anche dai costumi di Carla Teti.
Lo scenografo di fiducia di Michieletto, Paolo Fantin, fa abbracciare le azioni da una elegante grande barriera lignea che si apre all’occorrenza. La visione non è mai stravolta, ma è contrassegnata da una serie di simboli e metafore, portate sino alla fine con estrema coerenza.

La morte di Gottfried (con la presenza viva di un bambino che alla fine ricompare, incoronato re, con Elsa che gli si accascia ai piedi) si riverbera sui sensi di colpa di Elsa, con il fantasma del fratellino affogato in una vasca. In questo senso anche il cigno si presenta come una piccola bara (ricordiamo che il ragazzo è stato trasformato nell’animale dalla perfida Ortrude).
Il coro, che ha una parte preponderante in tutta l’opera, si pone come giudice di ogni azione dei protagonisti, che si sentono sempre in balia del giudizio dei Brabantini.
L’elemento più persistente è rappresentato da un uovo, simbolo di vita, di dubbio e di mistero: significanti i suoi colori, dove il nero riconduce sempre al male, mentre l’argento proietta verso il bene, sino alla fine quando l’uovo verrà infranto dalla verità rivelata.
Al termine del secondo atto, dal cielo ne scendono poi decine, di uova, con un effetto tra film di fantascienza e Magritte.
Oltre l’uovo, altro simbolo ricorrente è la corda che lega Lohengrin con Elsa e i due malefici, Ortrud e Telramund, il quale dipende sempre da lei, ed è usata anche per legare Ortrud e Elsa, o per portare in scena, alla fine, il cadavere di Frederich.

Infine la cecità, che colpisce i brabantini ed Elsa quando la donna infrange la promessa di non chiedere mai il nome al suo sposo, simbolo ultimo della verità rivelata da Lohengrin, che acceca invece di far aprire maggiormente gli occhi.
Tutto viene valorizzato e approfondito, dando profondità significante ad ogni contesto, dalle davvero bellissime luci di Alessandro Carletti.
Sul piano vocale Brian Jagde regge bene, nel complesso, la parte del protagonista, soprattutto per il suo timbro tenorile acuto e squillante. Ci è piaciuto molto l’altro tenore, l’italiano Claudio Otelli, nella parte infida di Fredrich von Telramund, a cui dona con grande efficacia, sia vocalmente che interpretativamente, tutta la ferocia e volgarità del personaggio.
Corretta la Elsa di Dorothea Herbert; ben disegnata, con qualche eccesso nella vocalità, la Ortrud di Chiara Mogini.
Un poco in difficoltà Andrea Silvestrelli (di cui era rimasta in forse sino in ultimo la presenza) come re Heinrich Der Wogler, mentre abbiamo gradito molto l’araldo di Äneas Humm.
La direzione di Markus Stenz alla testa dell’orchestra del teatro veneziano ci ha accompagnato in modo esemplare in tutte le varie emozioni che l’opera wagneriana ci ha regalato, assecondato per l’occasione da ben due cori, quello de La Fenice diretto da Alfonso Caiani, e quello dell’Hungarian National Male Choir diretto da Richard Riederauer.
Lohengrin
Richard Wagner
direttore Markus Stenz
regia Damiano Michieletto
regia ripresa da Amanda Haberpeuntner
drammaturgo Mattia Palma
scene Paolo Fantin
costumi Carla Teti
light designer Alessandro Carletti
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
maestro del Coro Alfonso Caiani
Hungarian National Male Choir
maestro del Coro Richárd Riederauer
Heinrich der Vogler
Anthony Robin Schneider (12,15,19/4)
Andrea Silvestrelli (22, 26/4)
Lohengrin Brian Jagde
Elsa von Brabant Dorothea Herbert
Friedrich von Telramund Claudio Otelli
Ortrud Chiara Mogini
Der Heerrufer des Königs Äneas Humm
Vier brabantische Edle
Orlando Polidoro, Nicola Pamio, Paolo Gatti, Arturo Espinosa
Vier Edelknaben
Elisa Savino, Lucia Raicevich, Claudia De Pian, Mariateresa Bonera (12,15,19/4)
Ester Salaro, Alessia Pavan, Da Hye Youn, Francesca Poropat (22, 26/4)
Herzog Gottfried Pietro Ceccato, Leo Mannise
nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
in coproduzione con Fondazione Teatro dell’Opera di Roma,
Palau de les Arts Reina Sofía di Valencia
in lingua originale con sopratitoli in italiano e in inglese
durata: 4h 30′
Visto a Venezia, Teatro La Fenice, il 22 aprile 2026
