Gluck e quel teatro di nuove maschere di Ferruccio Merisi

Gluck
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Gluck (photo: Stefano Martella)
Tutto inizia quando, nelle mani di Ferruccio Merisi, arriva Kaì Kaì, fantasmagoria millenaristica in nove brani, un copione del 2000 redatto da Norman Mommens come ‘produzione adattabile a recitazione radiofonica e interpretazione teatrale con attori o burattini’.

Latrice di questo intrigante quanto insidioso gioiellino drammaturgico, Silvia Civilla, direttrice artistica di TerramMare Teatro, e frequentatrice non occasionale di Spigolizzi, nota anche come “l’ultima collina”, come ad essa era solita riferirsi la celebre autrice britannica Patience Gray, che quella dimora condivise con l’eclettico artista fiammingo naturalizzato salentino.

L’incontro fra il maestro di Commedia dell’Arte e l’immaginario mommensiano, per quanto limitato a questo insolito divertissment eventualmente ‘radiofonizzabile’ e curiosamente non fumettistico, ha innestato un processo di adattamento drammaturgico che ha progressivamente coinvolto più attori, qui intesi nel senso di veri e propri agenti della trasformazione. Primo fra tutti “Arlecchino” Claudia Contin, interpellata per dare concreta identità all’originaria formula prevista dal regista per il sottotitolo: per un Teatro di Nuove Maschere.

Ecco dunque iniziare i lavori con un laboratorio di formazione dedicato agli attori, qui invece intesi come persone coinvolte nella rappresentazione, e dedicato alla realizzazione di maschere ad hoc a partire dai ruoli agiti nella supervisione registica adattata alle richieste del nuovo testo: “Gluk. L’altro pianeta”. Un training di movimenti e posture teso a spostare gli attori verso una fisicità non naturalistica, per poi dar loro modo di indossare correttamente le maschere disegnate da quei corpi-in-allenamento mettendole a misura. E con ciò innestando peraltro i semi di una ‘naturalezza superiore’ che è regola d’oro alla Scuola Sperimentale dell’Attore.

Il disegno delle maschere (realizzato su progetto grafico dell’artista di Pordenone, non senza aderire con estrema precisione alle note caratteriali e comportamentali attribuite dal regista-autore a ciascuno dei proto-personaggi) ha reinventato molte caratteristiche fisiognomiche tradizionali, contaminandole con maschere asiatiche, dando vita ad una schiera di volti zoomorfi e antropomorfi perfettamente adatti ad abitare il surreale e quasi fantascientifico palcoscenico della creatività mommensiana.

È qui infatti che nascono e rivivono i protagonisti di questa “Fantasmagoria di maschere futuribili”, secondo la formula definitiva, in un tempo che ancora deve venire, o che forse già esiste, nella mente di una bambina magica…Il copione narra infatti di un luogo, la Terra, inquinato in maniera desolante e tirannizzato non solo a livello ambientale, ma anche a livello etico, ed in particolare lungo quell’estremo lembo perimetrale dell’etica che è la politica. Una nuova preistoria dove i dinosauri comandano sull’umana specie, nell’autorità incontrastata di Sua Prepotenza, il Sauro Supremo.

La messianica soluzione esiste tuttavia nella matita di una bimba (interpretata dalla piccola Maria Civilla), che liberamente disegna ibride creature e le fa dimorare su di un pianeta ‘dove’ vivere meglio. Il suo amico baco da seta la accompagna, insieme ad uno stralunato inventore e coltivatore di zucche e ad una maga indovina, ed insieme scandiscono il tempo che occorre ‘per’ vivere meglio.

L’eccellenza di un progetto così multivoco, tuttavia, nella sua effettiva realizzazione risulta essere non priva di elementi di criticità. L’inafferrabile trama, già difficilmente introiettabile da chi decida di misurarsi con l’originale, finisce con l’inghiottire la dimensione spettacolare cui contribuiscono le belle scelte musicali e l’impeccabile lavoro di preparazione sulle maschere.

Il momento in cui decade il dialogo, e insieme ad esso la complicità con la quarta parete, arriva quando, al di là di una dimensione onirica ed immaginifica, edificata su di una logica non cartesiana ma capace comunque di indurre al pensiero, entra la retorica. È il momento in cui da dietro il nome del Sauro appaiono alcune parole come ‘capelli finti’, ‘giacca’, ‘cravatta’, indicatori semantici che lasciano evaporare, da una satira fino a quel momento divertente, lo spettro di una realtà ormai desueta.

Un problema che abbiamo voluto trasformare in tema su cui confrontarci con il regista. E forse non ha torto Ferruccio Merisi quando ipotizza la presenza di una rimozione, quella di un berlusconismo inconscio alla Gaber, che se disvelato finisce col far male come un livido.Eppure rimane aperta la questione dei destinatari, che nella scheda di presentazione vengono indicati come un universo ampio di fruitori da 0 a 99 anni.
E anche su questo punto il regista non teme di cambiare rotta, per dire che d’ora innanzi saranno piuttosto gli attuali adolescenti, quelli di un presunto post-berlusconismo, il dichiarato target di riferimento.Un messaggio nella bottiglia, insomma, che vedremo navigare ancora molto. E sul quale ritorneremo.

Gluk. L’altro pianeta
adattamento drammaturgico e regia: Ferruccio Merisi
con: Silvia Civilla, Chiara De Pascalis, Annalisa Legato, Fabrizio Pugliese e Marta Vedruccio
durata: 60’
applausi del pubblico: 50”
Visto a Presicce (LE), Palazzo Ducale, il 3 agosto 2012


 

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