Lotta di idiota con orso. Massimo Furlan a Contemporanea

You can speak
You can speak, you are an animal
You can speak, you are an animal (photo: massimofurlan.com)
E’ uno spettacolo destinato a dividere “You can speak, you are an animal”, di Massimo Furlan.
I sostenitori troveranno infatti motivazioni convincenti e plausibili per parlare di un lavoro riuscito; i detrattori potranno addurre contraddizioni, lacune e scelte che ne fanno uno spettacolo non felice nel risultato.

Trovandomi a scegliere, starei con i secondi per quanto riguarda la prima parte dello spettacolo, mentre passerei nella schiera dei sostenitori considerando la parte finale del lavoro.
Una volta smaltito l’impatto provocatorio e disturbante della messinscena, con il passare dei giorni il lavoro lascia infatti nello spettatore spunti interessanti. E non si può non sottolineare lo straordinario finale, che giunge inaspettato e improvviso, spostando nettamente il fulcro dell’azione e creando una sensazione di spaesamento nello spettatore.

Un idiota contro un orso. Con queste poche parole potremmo definire la struttura drammaturgica del lavoro, che ha una delle sue basi concettuali nel saggio di Gilles Deleuze e Félix Guattari Mille piani. Capitalismo e schizofrenia”. Un idiota vestito come un bambino adulto, in giacca, cravatta e calzoni corti, e un orso, raffigurato nei due estremi: fiera sanguinaria e istintiva e pupazzetto antropomorfo, fedele compagno dei bambini o in mascotte da stadio, animale eretto, sorridente, pronto a battere le mani per sostenere la squadra di casa. Il tutto dietro un riquadro trasparente che occupa l’intero boccascena, iconostasi oltre/dentro la quale si succedono i quadri che compongono lo spettacolo, quadri molto riusciti, merito della scenografia di Serge Perret, Antoine Friderici e dello stesso Furlan, insieme alle luci di Antoine Friderici.


È cosa certa che lo spettacolo non sembra riscuotere unanime consenso, poiché non tutto sembra convincere nelle scelte drammaturgiche, forse troppo mirate a “provocare” reazioni e a veicolare messaggi; a questo si aggiungano le musiche, tra il soffocante e l’ipnotico, del gruppo post-punk inglese Killing Joke, sparate a tutto volume nell’ambiente del teatro Metastasio, musiche che hanno però il merito di impedire il sonno a chi di solito si addormenta a teatro. Non sarebbe stato d’accordo Ennio Flaiano.

Certo, se cerchiamo di andare oltre i limiti immediati del lavoro di Furlan, quali i facili rimandi e alcune caratterizzazioni talvolta troppo semplificative di una realtà contemporanea certo più complessa, e soluzioni non troppo originali – un nudo insistito e non necessario -, molto rimane di questo lavoro, fitto di rimandi televisivi e cinematografici (la famiglia Addams, i teen-movies generazionali americani con tanto di cheerleaders, etc. etc).

A tratti lo spettacolo è irritante, per non dire noioso, complice anche la musica a volume altissimo e la durata eccessiva di alcuni quadri. Ma in questa sfida tra l’Idiota e l’Orso ben si colgono le tracce della violenza che connota sin dagli albori l’essere umano – non a caso uno dei protagonisti è un uomo primitivo -, con la sua cieca volontà di dominio e sottomissione, con la sua visione antropomorfa delle cose e degli animali, visione colta in tutta la sua ipocrisia e superficialità. A conferma di ciò, è esemplificativo il quadro della donna che gioca a Scarabeo con l’orso, quasi volesse addomesticarlo attraverso il linguaggio. Ma l’orso si stufa e rovescia il tavolo, distrugge, come a voler dichiarare la sua natura atavica e immutabile.

È irritante anche il momento in cui uno dei protagonisti spiega, in un misto di italiano e inglese, il significato dello spettacolo e di alcune soluzioni scenografiche, e invita chi ha dei dubbi a raggiungerlo alla fine dello spettacolo, nei camerini, per porgli domande sul lavoro. Il suddetto lo ritroveremo cadavere insanguinato su un lettino nella scena finale della performance. Ma è da lì, nel dichiarare il suo forte lato provocatorio, che lo spettacolo sembra avere uno scarto e aprire ad altre interpretazioni.

Il pubblico tuttavia non sembra essere d’accordo; alcuni lasciano la sala e alla fine gli sguardi degli spettatori sono perplessi. Basterebbe tuttavia il finale straordinario per dichiarare il lavoro riuscito: l’idiota offre una versione a cappella – ricordando un po’ Antony Hegarty degli Antony and the Johnsons – di “Se non avessi te” di Umberto Tozzi. La soluzione è così inaspettata da creare un effetto nettamente straniante: un po’ come assistere a una fiction Rai con Massimo Ghini dopo aver visto “Fratelli” di Abel Ferrara. Ma superata la sorpresa iniziale, il quadro finale si dimostra uno dei più equilibrati, riusciti e significativi dell’intero lavoro, soprattutto nel momento in cui i protagonisti, spogliandosi dei costumi di scena, lasciano il palco in piccoli gruppi, come attori alla fine delle prove, e uno di essi ruba le scarpe al cadavere insanguinato sdraiato su un lettino intriso di sangue.

YOU CAN SPEAK, YOU ARE AN ANIMAL
con: Elèhn Rion, François Karlen, Sun-Hye Hur, Young Soon Cho, Sophie Guyot, Claire de Ribaupierre, Anne Delahaye, Nicole Seiler, Stéphane Vecchione, Massimo Furlan
regia: Massimo Furlan
drammaturgia: Claire de Ribaupierre
scenografia: Serge Perret, Antoine Friderici, Massimo Furlan
luci: Antoine Friderici
musiche: Stéphane Vecchione
ingegnere del suono: Philippe de Rham
responsabile del palcoscenico: Manuel Ducosson
costruttore dell’arredamento: Atelier Katapult
costumi: Karine Dubois
assistenti ai costumi: Amandine Rutschmann and Laurence Durieux
produzione: Numéro23Prod
coproduzione: Les Subsistances, Lyon / La Bâtie – Festival de Genève, / Arsenic, Lausanne / Dampfzentrale, Berne
con il contributo di: Ville de Lausanne, Etat de Vaud, Loterie Romande, Pro Helvetia – FFondation suisse pour la culture, Pour Cent Culturel Migros, Banque Cantonale Vaudoise, Ernst Göhner Stiftung, CORODIS
durata: 1h 18’
applausi: 1’ 55’’

Visto a Prato, Teatro Metastasio, il 5 ottobre 2012
Contemporanea Festival


 

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