Kliniken. Julie Duclos nella follia raccontata da Lars Norén

Kliniken (photo: Simon Gosselin)
Kliniken (photo: Simon Gosselin)

L’Odéon di Parigi ospita uno spettacolo corale dell’autore svedese, scomparso un anno fa

Nel gennaio dello scorso anno, Lars Norén si è spento a Stoccolma a 76 anni, vittima del Covid. Internato a vent’anni per schizofrenia, non ha mai smesso di scrivere e mettere in scena gli esclusi, gli anziani e i più disagiati della società, diventando uno fra gli intellettuali più impegnati del suo Paese.

Sul palco dell’Odéon di Parigi, Julie Duclos dirige la pièce “Kliniken”, che l’autore norvegese aveva scritto nel 1993. La regista ne presenta una versione molto sensibile, che mostra la vita quotidiana di tredici pazienti in un ospedale psichiatrico.
Simbolo prima delle rivolte studentesche parigine del 1968, e più recentemente delle proteste dei lavoratori dello spettacolo nel marzo 2021, l’Odéon sembra in qualche modo voler ribadire, con “Kliniken”, la sua tradizione di palco per le tematiche sociali.

Il riuscito mix di iperrealismo e atmosfera onirica, nonché il senso di veridicità trasmesso da interpreti estremamente capaci, fanno dello spettacolo un grande momento di teatro.
I tredici personaggi di questo progetto corale sono folli sofferenti traumatizzati da tragedie, abusi sessuali, malattie o da un inesorabile male di vivere, che Norén restituisce a volte con una scrittura brutale.
Lo spettacolo si apre con l’inizio della giornata all’interno dell’istituto, e tutta la scena si svolge nell’arco di 48 ore.


Avendo lavorato a lungo sullo spettacolo, con soggiorni nell’ospedale psichiatrico di Valenciennes, la regista – che ha impiegato un anno ad attribuire i ruoli ai diversi attori – fa emergere la creatività di ognuno e perfino l’umorismo in ciò che costituisce la commedia della vita.
Ecco quindi Markus (Maxime Thébault), con il corpo perennemente in tensione, il viso abbattuto, che fatica a pronunciare le parole, ma guarda, osserva, sembra analizzare ognuno dei suoi vicini. Maud (Mathilde Incerti Formentini), seduta su una sedia di fronte al pubblico in tuta da ginnastica, gambe aperte e capelli perennemente legati, non si muove praticamente mai, ma fuma una sigaretta dietro l’altra, commenta, parla di sé e degli altri, brontola, scoppia a ridere, e prende sotto la sua ala la fragile Sofia (Alexandra Gentil), una giovane paziente che sembra essere allo stremo delle forze, e che l’infermiere Thomas (Cyril Metzger) tratta in modo più o meno autoritario facendole ingoiare pillole.
Etienne Toqué interpreta un Roger nervoso e risentito, che vomita il suo desiderio pornografico e insulti al razzismo fanatico, mentre Erika (Manon Kneutzé) passa il tempo a sfilare in abiti sexy con le sue gambe infinite, il bisogno di accettazione e l’inarrestabile parlantina.

Nell’atrio dell’istituto questi personaggi dialogano tra loro senza ascoltarsi veramente, coprendo il suono di una TV quasi sempre accesa. Ma una confusa e immancabile solidarietà sembra legarli.
La parola li libera in parte, permette loro di sopravvivere e di creare una qualche connessione. I nostri eroi, sospesi sull’orlo dell’abisso, si rivelano a pezzi pur mantenendo, fino alla fine, un alone di mistero.
C’è chi parla più di altri, ma attori e rispettivi personaggi sono una storia a sé che ci piace scoprire, conoscere, sentire emergere dalle parole, lungo un confine molto labile tra controllo delle proprie angosce e totale abbandono ad esse.
Il teatro è qui un vero e proprio specchio della vita che scorre, senza una chiave di volta finale o una rivelazione.

Julie Duclos e il suo scenografo Matthieu Sampeur, con le luci di Dominique Bruguière, progettano uno spazio magnifico, con pareti che si aprono con porte a battente e una grande finestra sul fondo del palco, invaso da alberi.
Fugaci inquadrature vengono proiettate da un video su una delle pareti, come un fuori campo per gli attori o un rifugio per i pazienti: per isolarsi, respirare o decidere di farla finita.

È questa complessità, questo andare e venire tra parola e silenzio, dialogo e monologo, normalità e follia, ad essere raccontata con grande finezza in uno spettacolo con attori straordinari, mostrando come il teatro possa raggiunge livelli così intensi di accuratezza e sensibilità.
La quarta parete che separa l’auditorium dal palco è come uno specchio liquido, appena distorto. Distrutti dagli orrori del mondo, questi “pazzi” sembrano a tratti così vicini a noi da renderci più ricettivi al dolore degli altri. Finalmente più umani.

KLINIKEN
regia Julie Duclos
traduzione Camilla Bouchet , Jean-Louis Martinelli, Arnaud Roig-Mora
scenografie Matthieu Sampeur
collaborazione alla scenografia Alexandre de Dardel
luci Dominique Bruguière
video Quentin Vigier
suono Samuel Chabert
costumi Lucie Ben Bâta Durand
coordinamento tecnico Sébastien Mathé
assistente alla regia Antoine Hirel
con Mithkal Alzghair, Alexandra Gentil, David Gouhier, Émilie Incerti Formentini, Manon Kneusé, Yohan Lopez, Stéphanie Marc, Cyril Metzger, Leïla Muse, Alix Riemer, Émilien Tessier, Maxime Thebault, Étienne Toqué
produzione L’in-quarto
coproduzione Teatro Nazionale di Bretagna, Odéon-Théâtre de l’Europe, Les Gémeaux – palcoscenico nazionale di Sceaux, Comédie de Reims, ThéâtredelaCité – centro teatrale nazionale Toulouse Occitanie, Le Cratère – palcoscenico nazionale di Alès, Théâtre des Célestins – Lione, Centro Drammatico Nazionale Besançon Franche-Comté
con il sostegno del Ministero della Cultura – Direzione Regionale degli Affari Culturali Île-de-France, della Scuola di Arti Drammatiche Lille / Tourcoing e della Scuola del Teatro Nazionale della Bretagna – Centro teatrale e coreografico europeo
con la partecipazione artistica del Young National Theatre

durata: 2h 20′

Visto a Parigi, Théatre de l’Odéon, il 26 maggio 2022

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