La Ruina, quella Polvere di parole che soffoca la coppia

Saverio La Ruina e Jo Lattari
Saverio La Ruina e Jo Lattari
Saverio La Ruina e Jo Lattari

Si fa presto a dire “sottotono”. Si fa presto a costruire paragoni con monologhi dello stesso autore, testi vibranti e pluridecorati come “Dissonorata” e “La Borto”, premi Ubu, premi Hystrio, premi tutto…

“Polvere – Dialogo tra uomo e donna” di Saverio La Ruina, che lo stesso La Ruina e Jo Lattari hanno presentato in scena in prima nazionale al Teatro Elfo Puccini di Milano la scorsa settimana, è un testo diverso. Diverso perché segna il passaggio dalla forma collaudata del monologo a quella del dialogo. Diverso perché tratta con il piglio dell’indagine psicologica un tema delicato come la violenza di genere.

«Le botte, gli stupri sono la parte più fisica del fenomeno; l’uccisione della donna la parte conclusiva. Ma c’è un prima, immateriale, impalpabile, polvere evanescente che si solleva piano intorno alla donna, la circonda, la avvolge, ne mina le certezze, ne annienta la forza, il coraggio, spegne il sorriso e la capacità di sognare. Una polvere opaca che confonde, fatta di parole che umiliano e feriscono, di piccoli sgarbi, di riconoscimenti mancati, di affetto sbrigativo, talvolta brusco».


Il lavoro parte dalla testimonianza di un’operatrice. Siamo oltre il teatro. È cronaca, è pelle. È un reato, difficile da riconoscere quando si basa sui meccanismi subdoli della manipolazione psicologica. Quello di “Polvere” è un livello etico dell’arte, superiore alla dimensione spettacolare.
Non sono le ecchimosi sul viso, da nascondere dietro una scusa o il mascara. Non è l’aggressività di pièce come “Home sweet home” di Quelli di Grock, giocata su toni voyeuristici. Non è neppure lo sfumato horror di “Alice cara grazia” di Filippo Renda e Valentina Picello, dove la metafora inghiotte la cronaca. Questo è un approfondimento simile a “Indolore” di César Brie, ma più vicino alla realtà.

Saverio La Ruina si è documentato. Chi conosce le dinamiche che soffocano una relazione di coppia, lo capisce al volo. È un merito rimarchevole, di fronte alla supponenza di chi sciorina emozioni limitandosi a una conoscenza libresca del fenomeno che denuncia.

La scena è un rettangolo, un ring. Due sedie, un tavolo, una bottiglia d’acqua per inumidirsi la gola tra una logorrea e l’altra. Un dipinto in cui predomina un rosso angosciante, un abitino, due ciabatte: è la quotidianità più banale e inquietante.  Musiche effimere (di Gianfranco De Franco) danno un senso soffice di vertigine. È una prigione, con le luci claustrofobiche disegnate da Dario De Luca.

«Parlare: ecco la via più sicura per fraintendere, per rendere tutto piatto e insulso» affermava Hermann Hesse. La Ruina approfondisce uno dei terreni linguistici più sdrucciolevoli: quello della comunicazione di coppia.
Un uomo tartassa una donna a colpi di dialogo. La mette alle corde interrogandola allo sfinimento. Calcola ripicche e vittimismo. Tocca i tasti dell’accusa e della condanna. Indaga presente e passato, intenzioni e ricordi. Pretende di sviscerare pensieri e dubbi. Attraverso lo scacco delle parole e gli artifici argomentativi, attraverso il confronto con altre donne o il tambureggiare ansiogeno delle dita sul tavolo, la taccia d’inaffidabilità e incoerenza.

La voce di lei è rassicurante, sincera, addolorata: disorientata e impotente. La voce di lui, sotto una scorza placida, confidenziale e cauta, è fredda, insinuante: artefatta e incapace d’empatia. Ogni frase è ricatto, staffilata che umilia la donna logorandone identità e tenuta. Ogni parola colpisce allo stomaco.

Ritenere insopportabilmente tardiva – come fa qualcuno del pubblico – la reazione di lei significa ignorare il rapporto di acquiescenza masochistica che caratterizza la donna che ha subìto una violenza sessuale, sminuire il circuito patologico che unisce vittima e carnefice.
Arte civile. Che rinuncia a un surplus di “teatralità” per non svilire il dolore. E che conforta, attraverso l’indignazione interiore, la riflessione dello spettatore capace di interrogarsi su se stesso e sul proprio rapporto di coppia.

La “personale” di Saverio La Ruina all’Elfo Puccini prosegue da oggi al 29 gennaio con “Dissonorata” e dal 30 gennaio al 1° febbraio con “La Borto”; in occasione di queste date milanesi abbiamo anche incontrato La Ruina per un discorso più ampio sul suo lavoro. Prossimamente la videointervista su Klp.

POLVERE. Dialogo tra uomo e donna
di: Saverio La Ruina
con: Saverio La Ruina e Jo Lattari
musiche originali: Gianfranco De Franco
contributo alla drammaturgia: Jo Lattari
contributo alla messinscena: Dario De Luca
aiuto regia: Cecilia Foti
disegno luci: Gennaro Dolce
organizzazione: Settimio Pisano
produzione: Scena Verticale

durata:1h 15’
applausi del pubblico: 3’

Visto a Milano, Teatro Elfo Puccini, il 25 gennaio 2015
Prima nazionale

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