La serra di Pinter: autorità e potere secondo Marco Plini

|
La serra di Pinter secondo Marco Plini (photo: Lorenzo Pirraccini)|(photo: Lorenzo Pirraccini)
La serra di Pinter secondo Marco Plini (photo: Lorenzo Pirraccini)
La serra di Pinter secondo Marco Plini (photo: Lorenzo Pirraccini)

Dalla messinscena de “La serra” di Harold Pinter, regia di Marco Plini, usciamo con una certezza. Il testo, scritto nel 1958 e tenuto nel cassetto una ventina d’anni per poi debuttare a Londra nel 1980, si dimostra molto interessante nella sua attualità e nella sua vivacità drammaturgica.
Ed è forse questo il vero punto di forza del lavoro, al quale abbiamo assistito al Teatro Metastasio di Prato.

È il giorno di Natale. L’equilibrio all’apparenza perfetto di un “istituto per internati” (un manicomio?) viene alterato dalla morte di un paziente e da una nascita sospetta. Questi gli elementi scatenanti da cui prende avvio questa “farsa politica” che sfocia in un inaspettato quanto tragico finale.

Attraverso le interazioni tra lo staff medico della struttura di reclusione, diretta dall’inflessibile ed integerrimo (?) Roote (Mauro Malinverno), Pinter mette in scena il rapporto tra gli individui e il potere, gli stratagemmi a cui ciascuno ricorre per esercitare autorità ed interessi personali, e le ipocrisie che si celano negli strani e malsani rapporti serpeggianti tra il personale della struttura, in un clima oppressivo e a tratti violento, fin quasi a diventare “isterico”, che spesso esplode in una farsa divertente e divertita, che altro non fa che accentuare il lato tragico che si cela nelle azioni dei protagonisti.

Nella messinscena pratese di quest’interessante testo ci sono tuttavia alcuni punti deboli: la regia impone “rallentamenti” e pause rendendo il lavoro un po’ lento. A questo si aggiunga la non superba prova degli attori – ad eccezione del convincente Fabio Mascagni – soprattutto per quanto riguarda le due protagoniste in scena (Valentina Banci ed Elisa Cecilia Langone), anche a causa di scelte registiche che tendono ad esaltare determinati tratti distintivi dei personaggi interpretati, dovute forse ad una volontà di strizzare l’occhio al pubblico.
Lascia perplessi, ad esempio, nel finale, la scelta di fare recitare Elisa Cecilia Langone nel ruolo (maschile nel testo) di un alto dirigente del Ministero, vestita con uno sfavillante completo damascato oro, con tanto di bastone e bocchino – a metà tra una Crudelia De Mon e un Casanova felliniano -.

Ne “La serra” di Plini la parte più riuscita sembra essere l’inizio del secondo atto, non tanto per la prova degli attori, che strappano comunque numerose risate al pubblico, quanto per un’accelerazione di ritmo e una crescente vivacità che cancellano una lentezza altrimenti quasi imperante.

(photo: Lorenzo Pirraccini)
(photo: Lorenzo Pirraccini)

La possente scenografia, con un cubo trasparente e imperioso al centro della scena, si rivela felice, mentre i costumi (molti i rimandi cinematografici) si distinguono per una tendenza ‘british’ oltre che ‘seventies’, per usare due termini che certo non sarebbero piaciuti ai partecipanti dell’incontro «La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi», organizzato dalla Crusca in collaborazione con Coscienza Svizzera e Società Dante Alighieri a Firenze proprio nei giorni scorsi. Ci perdoneranno?

LA SERRA
di Harold Pinter
traduzione Alessandra Serra
regia Marco Plini
assistente alla regia Thea Dellavalle
scene e costumi Claudia Calvaresi
musiche Franco Visioli
luci Fabio Bozzetta
con Mauro Malinverno, Valentina Banci, Luca Mammoli, Fabio Mascagni, Giusto Cucchiarini, Francesco Borchi, Elisa Cecilia Langone
produzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana, Emilia Romagna Teatro Fondazione

durata: 2h 7′ (compreso intervallo)
applausi del pubblico: 2′ 50”

Visto a Prato, Teatro Metastasio, il 20 febbraio 2015

Tags from the story
Join the Conversation

No comments

Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

  1. says: Luca R.

    Basta con queste recensioni fintamente “intellettuali” che non dicono niente se non manifestare apertamente l’ ignoranza di chi scrive (e la misoginia, sempre presente nella critica italiota)!
    Magnatene un pò de crusca, che te liberi l’ intestino!