L’omaggio umano e politico al Cardinal Martini

Paolo Bonacelli
Paolo Bonacelli
Paolo Bonacelli
Chiostro di San Basilio, basilica del XII secolo alle pendici di Spoleto. Il sole sta tramontando e, mentre i raggi illuminano l’intimità monacale di questo spazio sempre più debolmente e in obliquo, diventa difficile distinguere la luce naturale da quella artificiale, proveniente dai fari appesi sopra il ballatoio alla nostra sinistra.

Sembrerebbe la metafora perfetta del dubbio, della difficoltà di dirimere cos’è autentico e cos’è invece umano (troppo umano, avrebbe detto quel tedesco pazzo): l’accettazione del dubbio, quello covato in sé e quello degli altri, e anzi la programmatica fiducia nel valore dei percorsi individuali – anche di quelli più attorti – era ed è sicuramente uno degli archi portanti della spiritualità del Cardinal Martini.

“Martini: il Cardinale e gli altri”, prodotto dal CRT di Milano, vuole «narrare drammaturgicamente come il Cardinale ha fatto il vescovo» in più di vent’anni di magistero ambrosiano, cercando il giusto punto d’osservazione per spiegare come mai la figura di Carlo Maria Martini ha assunto e consolidato, ad un anno dalla morte, la sua forza profetica.

Mettere in scena la figura di un cardinale, di un uomo simbolo del dialogo fra culture e religioni, e anzi scegliere che sia egli stesso a raccontarsi, nel corpo e nella voce di un attore di ampia esperienza come Paolo Bonacelli, è un’ambizione non da poco.
Un’operazione coraggiosa, controcorrente ma anche adeguata alla nuova attenzione che si sta rivolgendo al teatro con tematiche spirituali (si pensi al festival I teatri del sacro di Lucca, di cui molto si è letto su Klp nelle settimane passate): chissà se il teatro, come arte capace più di altre di assumere le contraddizioni senza livellarle in sintesi coercitive, e anzi trasformandole in strumento drammaturgico fra i più preziosi, sta provando a prendersi la responsabilità di colmare lo iato d’incomprensione che separa, oggi più che mai, i credenti e i non credenti?

Altrettanto evidenti e potenzialmente gravosi potevano però essere i rischi: oltre a quello banale di dare una lettura parziale di Martini, legittimandola con la scelta capziosa di farlo parlare in prima persona, c’era anche la possibilità di scivolare nell’agiografia, cosa che meno martiniana non avrebbe davvero potuto essere. Ma gli imperfetti che ho appena usato anticipano la sostanza: “Il Cardinale e gli altri” naviga tranquillamente oltre queste rapide, e lo fa grazie a tre motivi piuttosto precisi, ossia all’ottimo lavoro fatto nelle tre componenti formali decisive.

Primo: la regia e la drammaturgia di Felice Cappa, il cui lavoro con gente del calibro di Ronconi, Albertazzi, De Berardinis, e in particolare con il teatro di narrazione di Baliani e Paolini, si vede tutto.
La struttura scelta da Cappa è semplice ma efficace nei suoi snodi essenziali: la scena è occupata dal grande telone su cui vengono proiettate belle riprese della Terra Santa o scorci naturali d’evocazione; Bonacelli comincia al di là del telo, sagoma resa visibile dalla luce di fondo, prendendo le parole del Martini già malato e vicino all’afonia, bisognoso ancora di testimoniare ma non per questo depresso, perché «da un lato combatto, dall’altro accetto» («Pro veritate adversa diligere», era il suo motto episcopale, «Per il bene della verità amare le avversità»), con la fiducia che anche nel silenzio si potranno trovare orizzonti misteriosi.

Lucilla Giagnoni, attrice che fa da spalla a Bonacelli e anche lei già con ampie esperienze di narrazione, accompagna per mano il vecchio Martini in scena, dove dai due leggii posti ai lati la riflessione soggettiva di Bonacelli si alternerà a quella in terza persona della Giagnoni, più attenta ai risvolti sociali dell’azione del Cardinale e alla ricostruzione delle vicende storiche. Una struttura non originale, insomma, ma efficace perché funzionale al racconto, e soltanto nell’ultima parte, recitata dalla Giagnoni e da un bambino giù dal palco, dopo l’uscita di scena di Bonacelli, eccessivamente didascalica.

Secondo punto: il testo di Marco Garzonio, giornalista del Corriere della Sera che per vent’anni ha seguito Martini nel suo operato episcopale e non solo.
Temevo il buonismo e il politically correct, e invece tutt’altro: Garzonio scrive cose che raramente si raccontano con questa chiarezza. Ad esempio le frizioni con le gerarchie ecclesiastiche, o i veri e propri scontri con i ciellini, che accusarono Martini di filoprotestantesimo per la sua difesa delle libere scelte di coscienza, nonché di cattocomunismo (a Milano va di moda il Martini Rosso, si diceva in una vignetta CL), fino all’acme della lezione sull’esilio al Meeting di Rimini (esilio da sé: l’esilio del dubbio).

Si fanno nomi e cognomi, da Formigoni in giù: chi disdegna lo spettacolo per mero anticlericalismo, troverebbe qui alimento per avere qualche dubbio in più, per l’appunto. Si ricordano, pure, gli strali di don Carròn contro la continuità martiniana del magistero di Tettamanzi, le sue pressioni su Ratzinger per scegliere come sostituto Angelo Scola: nei riguardi del papa, anzi del papa emerito, ci sono forse le uniche cessioni ad un riguardo fin troppo forzato, quando si sottolinea come la scelta sarebbe stata, nonostante tutto, libera.

E ovviamente ampio spazio è dedicato al rapporto di ascolto e dialogo di Martini con i terroristi in carcere, alle sue visite a San Vittore, al battesimo dei loro figli nati fra le sbarre, fino alla spontanea rinuncia alle armi, quando Ernesto Balducchi fece consegnare l’intero arsenale del suo gruppo in arcivescovado.
Non ne esce benissimo neppure il gotha sempre più autocelebrativo di Repubblica, se si ricorda quando Carlo De Benedetti criticò il solidarismo martiniano, la sua lotta – ben precedente allo scoppio della crisi – a favore della redistribuzione e contro l’accumulazione, che nel lessico debenedettiano sarebbe invece stato il miglior veicolo per la crescita futura. E certamente il Cardinale non aveva paura delle etichette affibiate, da destra come da sinistra: «Se mi occupo dei poveri sono un brav’uomo, se spiego perché sono poveri sono un comunista» affermava il teologo della liberazione Dom Helder Camara.

Il terzo e ultimo pilastro sono, ovviamente, gli attori. Bonacelli è grande nel trovare il ritmo e la pacatezza della confessione-sunto della propria vita, addensando i toni lì dove le frasi lo necessitano, ma senza mai sfiorare neppure lontanamente il livore, o la nostalgia rassegnata: così come in effetti ci immagineremmo il Martini degli ultimi giorni, e come testimoniano i suoi scritti. E se in alcuni segmenti la recitazione di Bonacelli s’impasta, l’esito ne esce ulteriormente rafforzato, perché capace di trovare un perfetto equilibrio con il controcanto limpidissimo del timbro di Lucilla Giagnoni: a tratti voce della coscienza, a tratti voce della storia, a lei il compito di dare vigore attorale, sempre senza eccessiva retorica, ai punti nodali dell’etica martiniana.

Usciti in piazza Garibaldi, ci aspetta la risalita verso Spoleto alta. I vicoli sono affollati dai turisti arrivati per il Festival ed il week end, i negozi hanno prolungato l’apertura e le vetrine illuminano ancora gli angoli delle scale.
Un passo dopo l’altro, non riusciamo a liberarci da una delle frasi di Martini: è un’ubbia acuminata che fa sempre comodo cercare di smussare. La frase faceva più o meno così, e a «Chiesa» chi legge può sostituire mille altre parole, «politica», «Italia», «morale»: «La Chiesa soffre, è malata, ed è indietro di almeno duecento anni. Ma oltre a chiederti cosa fa o non fa la Chiesa per te, chiediti pure: cosa fai tu per lei?».

Dopo il debutto a Spoleto, lo spettacolo sarà nella prossima stagione del Piccolo Teatro di Milano, dal 25 settembre al 6 ottobre 2013.
 
 

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