Episodi di scena informale dal FIT 2013

Golden Delicius|Disabled Theatre
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Disabled Theatre
Disabled Theatre
Pur dichiarandosi un festival atematico, il Fit Festival Internazionale del Teatro ha offerto al pubblico, almeno nel primo fine settimana di programmazione, la possibilità, se non di rintracciare analogie tematiche, di tracciare un filo sullo stato di salute – e di grazia – della performance contemporanea, la cui elaborazione linguistica è parsa quasi come una possibilità infinita.

Il livello di contemporaneità del festival si è misurato inoltre sul livello di interazione con il pubblico: uno scambio inteso non come reazione diretta sollecitata dall’improvvisazione, ma come catalizzatore della verità scenica. Per essere chiari: in questi spettacoli niente è improvvisato, anzi, la struttura dello spettacolo viene proposta e ripetuta sempre identica a sé stessa proprio perchè tanto rigida quanto forte; semmai, è il lavoro sul momento performativo che muta in base alla relazione, al “qui ed ora” di ogni gruppo di spettatori. La sperimentazione quindi si riscontra nell’alchimia emozionale, nell’esperienza, piuttosto che nell’arte in sé, nell’attingere dalle emozioni del pubblico per far emergere la verità scenica.

Prendiamo il caso di “Disabled Theatre” di Theater Hora e Jérôme Bel, che ha inaugurato il Fit: anche se a venire replicato è lo stesso spettacolo, con la solita struttura voluta e collaudata, la performance a Lugano è stata differentemente ricevuta, presa e restituita, quindi, è accaduto qualcosa di sostanzialmente diverso. 
Un altro elemento caratteristico delle performance è stata l’assenza di una scena tradizionalmente intesa e, ancora di più, la ricerca di un allestimento che fosse informale, quasi volutamente amatoriale: il virtuosismo estetico non ha ruolo né funzione per questo tipo di spettacoli che rompono la pulizia tipica della finzione e abbassano il limite dell’illusione, quasi fino a farlo sparire.


Addirittura lo hanno smascherato i Forced Entertainment, compagnia britannica attiva da trent’anni nelle performing arts, con il loro “Spectacular”, quasi un bigino per spettatori, più o meno esperti, che dichiara i segreti tutti del teatro con grande autoironia, chiamando in causa l’intelligenza dello spettatore.
Una drammaturgia perfetta, nata da un lungo lavoro di improvvisazione poi fissato, con una struttura narrativa “a scatole cinesi”: sullo stesso palcoscenico, procedono infatti parallelamente la vicenda di un attore – mascherato da scheletro – che parla al pubblico del suo mestiere, la descrizione dello spettacolo che lo stesso attore avrebbe dovuto interpretare, e un’attrice impegnata in un paio di diversamente lancinanti morti.
Nonostante il tema e l’abito, la morte però non c’entra: semmai si allude alla funzione vitale (?) della finzione sulla scena contemporanea. Se però la finzione si traduce in un gioco di totale e ideale libertà tra gli attori sul palco, allora la “fiction” smette di alimentare l’illusione o l’immedesimazione dello spettaore, e ogni scherzo vale.

Golden Delicius
I Golden Delicius
É la stessa informalità del rapporto tra palco e platea che si ritrova negli spettacoli del duo Golden Delicious proveniente da Israele, in concorso al Fringe/L’AltroFestival del Fit destinato agli adolescenti. E invece, la loro è una performance obiettivamente incantevole, per tutti: sia nel caso di “The Blue Table” – titolo della prima performance che poggia su un tavolo usando spugne da cucina, spruzzini detergenti e sacchetti di plastica per riprodurre e rappresentare il mondo animale –, sia nel caso di “Jonathan”, storia che ripercorre il viaggio di formazione di una mela verde nata da parenti rossi.

Precisissimo e studiato nella tecnica, delicato ma sicuro nell’esecuzione, ed estremamente comico, il teatro d’oggetti inventato da Ari Teperberg e Inbal Yomtovian legittima qualsiasi parola detta in più o tema toccato (sesso, tradimenti e le “brutte scoperte” che può fare un adolescente).

Questa tendenza a una totale indifferenza rispetto al tema – riscontrata nelle prime performance viste al Fit – può sembrare dissacrante, ma va detto che, rispetto a certo teatro contemporaneo in cui la provocazione appare fine a sé stessa, queste performance, pur nella loro estrema caratterizzazione, parlano direttamente allo spettatore, stimolando inevitabili e personali riferimenti, richiami.
Una drammargia della situazione, si potrebbe dire, anche in assenza di parole: ne bastano poche, sussurate male, rese incomprensibili dalla maschera di argilla con cui Olivier De Sagazan ha ricoperto il suo volto nel corso della sua “Transfiguration”, performance di altissimo impatto visivo ma non solo.
L’artista francese, pur richiamando esplicitamente i dipinti di Francis Bacon, si avvicina a ognuno di noi, mettendo in mostra proprio i mostri della nostra società, celati da abiti, lavori e situazioni quotidiane e, per questo, talvolta assolutamente tragiche. 
 

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